La birra antispreco si chiama 166

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Dal pane alla birra e ritorno: economia circolare in senso stretto.

 

La storia della Birra 166, fatta a Potenza con il pane invenduto dei panifici, è emblematica per molti aspetti: c’è innovazione; c’è caparbietà; c’è curiosità; c’è impegno sociale; c’è ricerca. Tutti ingredienti che garantiscono il successo. E infatti, un progetto nato quasi per scommessa per combattere lo spreco alimentare è diventato a sua volta il punto di accesso per altre iniziative sociali: «La Birra 166 non ha risolto il problema dell’esubero di pane – racconta Valentina Loponte, direttrice del progetto Magazzini Sociali Solidarietà Circolare nel cui ambito nasce l’esperienza della “birra antispreco” – però ora i proventi della vendita delle birre vengono reinvestiti a scopo sociale».

 

Come spesso accade le idee non nascono dal nulla. E infatti anche l’esperienza della Birra 166 viene da lontano: «Magazzini Sociali è nato nel 2014 come progetto di Iopotentino Onlus (associazione di cui sono vicepresidente) per il recupero e la distribuzione delle eccedenze alimentari nella città di Potenza. Nel corso degli anni si era formato un movimento dal basso, che era riuscito a “svegliare” anche la politica locale. Non a caso, nel 2015, la Basilicata ha approvato all’unanimità una legge regionale di contrasto alla povertà proprio mediante l’utilizzo delle eccedenze alimentari. Una legge – spiega ancora Valentina Loponte – che ci ha visti protagonisti: siamo stati parte della cabina di regia per la formulazione della legge. Ma oltre a noi il processo ha coinvolto anche due Caritas diocesane (Potenza e Matera) e alcuni ordini professionali. Possiamo dire che è stata una legge pilota, sicuramente una delle prime in Italia. Poi un anno dopo, nel 2016, il parlamento italiano ha approvato la Legge 166, detta “Gadda”, che regolamenta l’utilizzo delle eccedenze alimentari e il modo in cui devono essere utilizzate, da chi, con quale processo di donazione eccetera».

 

La 166: legge nazionale sulle eccedenze alimentari

Una legge utile?

 

Assolutamente sì. In un settore che vede la connessione cibo-persone la buona volontà non basta. Bisogna evitare che ci si improvvisi e che si possano creare zone opache, magari di speculazione. Tanto più che la legge 166 dà incentivi agli operatori commerciali che aderiscono a queste iniziative: per esempio, in alcune città è previsto uno sgravio sulla parte variabile della tassa sui rifiuti.

 

 

Quindi il vostro progetto dei Magazzini Sociali ha avuto nuovo impulso?

 

Sì, tanto che nel 2019 la Regione Basilicata indice una manifestazione di interesse per la creazione di centri logistici per le eccedenze e noi decidiamo di partecipare con un progetto, Magazzini Sociali – Solidarietà Circolare, in partnership con altre 26 realtà (Comune di Potenza, Caritas Diocesana di Potenza, Muro Lucano e Marsico Nuovo comuni limitrofi, università della Basilicata). La particolarità del nostro progetto era data dal fatto che noi usiamo un sistema informativo tramite un’app che traccia tutto il processo di donazione, da quando il cibo viene donato alla consegna: chiunque può verificare in tempo reale quando il cibo è stato consegnato e ricevere una reportistica su quantità e tipologia dei prodotti donati. Si tratta di un sistema che ci ha dato fin da subito una maggiore credibilità. E infatti il progetto vince e viene finanziato. Così nel settembre 2021 viene inaugurato il centro logistico per le eccedenze alimentari di Potenza. Tra l’altro, con l’università degli studi della Basilicata che ha messo a disposizione i locali dell’ex mensa non più utilizzati per mancanza di utenza si è creato un “progetto nel progetto” di rigenerazione urbana degli spazi.

 

Come sta andando?

Dal 2020 il nostro progetto di solidarietà circolare ci ha permesso di recuperare 78 tonnellate di alimenti. Un numero davvero importante se si considera che Potenza ha 70mila abitanti e tutta la Basilicata 500mila.

 

E la birra 166? Come ci siete arrivati?

A partire dal 2020, quando appunto è nato Magazzini Sociali Solidarietà Circolare, abbiamo iniziato ad affiliare molti operatori commerciali e ci siamo resi conto del grande problema dell’esubero di pane. In soli tre panifici recuperiamo 300 kg di pane a settimana: ad una famiglia non si possono dare 30 kg a settimana, sarebbe un doppio spreco. Però, la Legge Gadda, fra le altre cose, permette e regolamenta anche la trasformazione delle eccedenze per produrre prodotti terzi. Quindi ci mettiamo a studiare per capire cosa fare con tutto questo pane e scopriamo che i babilonesi facevano la birra con il pane.

 

Non così scontato, in effetti. E nemmeno semplice…

Beh, è la fortuna dei piccoli territori e della possibilità di avere relazioni dirette. Decidiamo quindi di contattare un piccolo birrificio artigianale di Potenza per sondare la possibilità di produrre la birra con il pane recuperato anche con l’idea di finanziare le nostre attività, quindi ovviamente senza scopo di lucro. La nostra proposta suscita l’interesse del mastro birraio che accetta la sfida ed elabora una ricetta. Ma ci dà una brutta notizia.

 

Quale?

Scopriamo che per produrre una cotta di birra artigianale (circa 620 bottiglie da 33 cl)  bastano solo 15 kg di pane, quindi non risolviamo il problema dell’esubero di pane. Nonostante questo, decidiamo di fare comunque una prova e così nasce La 166, che prende il nome, appunto, dalla legge nazionale sulle eccedenze alimentari. Francamente ero convinta che la cosa sarebbe finita lì, che si trattasse di un esperimento fine a sé stesso.

 

E invece?

Invece succede che questa birra, che per altro non è l’unica prodotta utilizzando il pane, attiri molta attenzione mediatica. Vince il premio Non Sprecare con la Luiss di Roma come progetto innovativo perché pone attenzione sullo spreco del pane; ne propone e promuove un nuovo utilizzo e con i proventi va a finanziare altre attività sociali. In tre anni abbiamo prodotto 12 cotte di birra.

 

Quindi il progetto è andato avanti?

Sì, perché c’è stata fin da subito molta richiesta. Lo scorso inverno abbiamo lanciato anche la versione integrale, cioè prodotta con pane integrale. Appunto: non abbiamo risolto il problema dell’esubero, però è nato un nuovo progetto perché i proventi della vendita vengono tutti reinvestiti a scopo sociale.

 

Dove si può acquistare la “birra antispreco”?

Esclusivamente online sul nostro e-commerce, anche perché viene prodotta in piccolissime quantità da un micro birrificio: si chiama Basilisca e sta a Potenza. E poi perché ci vogliono 30-35 giorni per avere la birra. Il processo è lungo: ritiriamo il pane; il pane viene porzionato per farlo indurire; poi viene consegnato al birrificio; e infine inizia la lavorazione. Di non strutturarci in maniera commerciale è una nostra decisione, ma riusciamo lo stesso a vendere in tutta Italia. Ci arrivano ordini soprattutto dal Centro e dal Nord, dove forse c’è una maggiore cultura della birra artigianale.

 

Com’è nato il rapporto con il birrificio?

Come ho detto, è stato tutto sommato facile, grazie al fatto che siamo piccole realtà e il dialogo è più facile. Il mastro birraio (ma in generale tutto il team di Basilisca) ha raccolto

la sfida con interesse e gioia. La ricetta è sua: l’ha elaborata sostituendo una parte del malto con il pane in proporzioni che sa solo lui (non lo sappiamo nemmeno noi). È tutto frutto della sua sapienza professionale.

 

Come proseguirà il progetto?

Uno degli obiettivi del prossimo anno è quello di creare una linea di trasformazione di altri alimenti. Per esempio utilizzare la frutta non raccolta nei campi per farne marmellate. Il progetto della 166 ci ha insegnato che si tratta di esperienze di grande valore: ci aiutano non solo ad aiutare meglio le persone, ma anche dal punto di vista della comunicazione, perché facciamo vedere cosa si fa in concreto.

 

Chi sono le persone alle quali arrivano i prodotti raccolti da Magazzini Sociali?

Le persone si rivolgono a noi in un momento di difficoltà, ma noi operiamo in rete con Caritas e Assessorato politiche sociali del comune che ci segnalano i casi. Non c’è mai solo una difficoltà di accesso al cibo: pagare una bolletta, una dipendenza, un problema di gestione familiare, una malattia. Quindi la presa in carico è a 360 gradi,

in modo che l’aiuto sia completo. Nella nostra regione non si tratta quasi mai di clochard in senso stretto, perché sopravvive una rete amicale e familiare che protegge dalle situazioni estreme. Parliamo del famoso ceto medio impoverito, di cui il Covid ha peggiorato la situazione. Diamo assistenza ad oltre 2800 persone. La fascia d’età si è abbassata: partiamo dai 35-45 anni. Sono persone diplomate, che lavoravano e all’improvviso, per svariate cause, hanno perso il lavoro o non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Insomma, è quella fetta di popolazione di cui sempre più spesso le ricerche e le statistiche nazionali mettono in luce il progressivo impoverimento.

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Per finire, parliamo un momento di Valentina Loponte: da quanto tempo lei si occupa di questi problemi?

Praticamente da sempre: l’associazione Iopotentino è nata nel 2010; io ne faccio parte da ottobre 2011. Posso dire che è anche una mia creatura fin dall’inizio. Ho 39 anni e vivo a Potenza.

 

Ha fatto studi particolari?

No, possiamo dire che ho studiato sul campo, guidata solo dalla passione e dalla dedizione. Prima non esistevano scuole o corsi; adesso invece nascono addirittura facoltà universitarie e master dedicati all’economia circolare e alla sostenibilità. Quindi, chi ha interesse a lavorare in questo campo ha sicuramente maggiori possibilità rispetto a quelle che ho avuto io.

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Rosalba Fiore

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