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Segretaria di studio legale, perché e come diventarlo

«Non appena ti siedi con una tazza di caffè caldo, il tuo capo ti chiederà di fare qualcosa che durerà fino a che il caffè non sarà freddo». Questo aforisma – che altro non è che la Legge di Owen per le segretarie, una delle Leggi di Murphy codificate da Arthur Bloch – rende bene […]

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Segretaria di studio legale, perché e come diventarlo

«Non appena ti siedi con una tazza di caffè caldo, il tuo capo ti chiederà di fare qualcosa che durerà fino a che il caffè non sarà freddo». Questo aforisma – che altro non è che la Legge di Owen per le segretarie, una delle Leggi di Murphy codificate da Arthur Bloch – rende bene l’idea: la vita di un ufficio gira attorno alla figura essenziale della segretaria, senza la quale l’organizzazione traballa. E questo è ancora più vero oggi, vista la sempre maggiore complessità dei compiti richiesti, specialmente se si tratta di una segretaria di studio legale o notarile.

 

Cosa fa la segretaria in uno studio legale?

 

Non è più il tempo in cui alla segretaria era richiesto solo di battere una lettera a macchina e rispondere al telefono. Oggi, viste anche le competenze trasversali necessarie da possedere per svolgere qualsiasi lavoro d’ufficio, il ruolo della segretaria è complesso e di alta responsabilità. Ancora di più se si tratta della segretaria di uno studio legale (o notarile): richiede non solo le competenze tipiche della professione di segretaria ma anche la conoscenza di determinate nozioni giuridiche.

La segretaria legale è dunque una figura professionale specializzata che, in virtù delle proprie capacità e abilità, può persino ambire a diventare responsabile del settore legale di un’azienda.

Uno studio legale è una macchina complessa da gestire e il compito principale dell’assistente è, in sostanza, di rendere facili, coerenti e ordinati i vari passaggi in cui è organizzato il lavoro degli avvocati o dei notai. Gran parte dell’efficienza di questi uffici si regge su un buon coordinamento interno ed è per questo che quella della segretaria è una figura che gli studi legali o notarili professionali non smettono mai di cercare: di una segretaria brava ed efficiente, insomma, c’è sempre bisogno, persino oggi che internet e l’online sembrano aver reso obsolete tante professioni.

Le mansioni della segretaria legale sono quelle tipiche della professione di segretaria: rispondere alle richieste dei clienti, aggiornare l’agenda degli appuntamenti, gestire le scadenze e la contabilità, inviare le fatture, gestire la posta (normale, elettronica e la Pec, la posta elettronica certificata), interagire con fornitori, soci e partner ed eventualmente altri dipendenti (nel caso di aziende).

A queste mansioni si aggiungono quelle specialistiche del settore che sono estremamente delicate come compilare e archiviare le pratiche legali, preparare documenti come citazioni giudiziarie, atti amministrativi, note legali, memorandum. Inoltre, è necessario aggiornare i registri e i dati anagrafici, cosa che implica la conoscenza dei moderni sistemi informatici di archiviazione dei quali nessun studio legale professionale moderno può fare a meno.

Assistere un avvocato significa anche aiutarlo nella ricerca dei riferimenti legali e/o delle cause passate e nella gestione del calendario delle udienze: l’assistente sa quindi muoversi a grandi linee in un tribunale, conoscendo protocolli, procedure, adempimenti e tempi che lo studio deve rispettare.

 

Segretaria studio legale, i requisiti necessari

 

Per acquisire le competenze tecniche può essere utile frequentare un corso specifico per segretaria di studi notarili e legali, dove apprendere nozioni di base come comunicazione scritta, archivio e protocollo, privacy, amministrazione e contabilità, basi di diritto commerciale, tributario e privato, business English.

Ma alla segretaria di studio legale servono anche doti caratteriali come pazienza, flessibilità, disponibilità e precisione. Deve essere una persona che sa lavorare in gruppo e sa organizzarsi in modo da padroneggiare le situazioni in maniera efficiente e seria; sa lavorare sotto pressione quando i tempi sono stretti o c’è un imprevisto; ed è dotata di intraprendenza per risolvere i problemi in autonomia quando serve.

 

Quanto guadagna

 

Lo stipendio varia in base all’esperienza e alle competenze dimostrabili. All’inizio della carriera, la busta paga media di una segretaria con meno di 3 anni di esperienza sfiora i mille euro netti, mentre già con meno di 10 anni di esperienza si arriva ai 1.300. Che toccano i 1.500/1.700 man mano che si acquisisce professionalità.

Ma esistono molte possibilità di carriera che, dunque, vedono uno stipendio parametrato non solo all’esperienza ma anche al livello di responsabilità.

 

 

Come diventare segretaria di studio legale o notarile

 

Specializzarsi acquisendo competenze specifiche nel settore legale o notarile può dunque essere una buona idea. Si tratta di una professione tutt’altro che di secondo piano, molto ricercata e dalle ottime prospettive di carriera: può partire da un piccolo studio professionale per poi passare, in qualità di segretaria qualificata, ad uno studio più grande e importante o ad un’azienda o alla pubblica amministrazione fino a diventare responsabile dell’ufficio legale.

A patto, però, di non smettere di aggiornarsi, anche perché le leggi cambiano e con esse procedure e protocolli.

Un corso per segretaria studio legale è quindi il punto di partenza, sia per chi inizia da zero, sia per chi già svolge il lavoro di segretaria e vuole specializzarsi. Ma servono anche curiosità e desiderio di restare al passo con i tempi.

È imprescindibile, ad esempio, avere:

 

  • buona conoscenza del pacchetto Office, dei software di archiviazione e di posta elettronica;
  • doti comunicative e proprietà di linguaggio per essere in grado di relazionarsi con i clienti dello studio e indirizzarli verso la soluzione più adatta
  • un atteggiamento positivo verso i cambiamenti, le sfide e le novità del settore
  • dimestichezza con le tecnologie digitali, come ad esempio la gestione di una pagina

 

Il resto lo farà l’esperienza: è nelle situazioni concrete che impariamo a conoscere i nostri limiti e le nostre qualità, a fare tesoro degli errori e a convivere anche con i lati meno piacevoli del lavoro. Se il lavoro ci piace e lo facciamo con passione, saremo in grado di sopportare anche un caffè freddo.

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Il mestiere di chef secondo Giuseppe Misuriello https://www.fiorerosalba.com/mestiere-chef-giuseppe-misuriello/ Mon, 21 Nov 2022 09:52:00 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60681 FioreRosalba.com
Il mestiere di chef secondo Giuseppe Misuriello

Il mestiere di chef è stato abbastanza casuale anche se alla fine Giuseppe Misuriello non ho fatto altro che unire i puntini. Classe 1970, Stella Michelin nel 2019, è lui il cuore pulsante dell’Antica Osteria Marconi di Potenza, dove da circa due anni è tornato in pianta stabile dopo la breve ma entusiasmante esperienza alla […]

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Il mestiere di chef secondo Giuseppe Misuriello

Il mestiere di chef è stato abbastanza casuale anche se alla fine Giuseppe Misuriello non ho fatto altro che unire i puntini. Classe 1970, Stella Michelin nel 2019, è lui il cuore pulsante dell’Antica Osteria Marconi di Potenza, dove da circa due anni è tornato in pianta stabile dopo la breve ma entusiasmante esperienza alla Locanda Severino di Caggiano.

 

Quindi anche le strade per diventare chef sono infinite?

 

In effetti, il mio percorso di studi è stato completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare: prima il liceo scientifico, poi l’università con il corso di laurea in chimica, per altro non terminato per svariate ragioni. Evidentemente non ero destinato a fare il chimico. Invece, nel 1997, a 27 anni mi si presentò l’opportunità di aprire con un mio carissimo amico il primo wine bar della Basilicata qui a Potenza. È rimasto aperto per 20 anni e si trovava proprio di fronte al ristorante dove lavoro adesso.

 

Forse un segno del destino?

 

Chissà. Comunque avevo uno spiccato interesse se non per il settore specifico della cucina per tutto il mondo del beverage, del food e della ricerca. Mi aveva sempre affascinato. Nel wine bar non avevamo cucina, preparavamo solo taglieri di salumi e formaggi, come si faceva all’epoca, cercando prodotti di qualità. Ma già da ragazzo volevo sempre provare una nuova birra ed avevo la curiosità di scoprire i prodotti di nicchia o ricercati fuori dalla grande distribuzione.

Organizzavo le mie vacanze sulla base dei ristoranti che volevo provare: ho sempre avuto passione per i ristoranti con cucina d’autore. Quella del wine bar è stata un’esperienza utile perché li ho potuto approfondire la mia conoscenza dei vini: oggi sono abbastanza esperto pur senza aver fatto il percorso ufficiale da sommelier; ho imparato con una discreta presenza sul campo e la guida di persone più esperte di me che mi hanno dato le dritte giuste. Poi oggi se uno vuole imparare qualcosa gli strumenti ci sono.

 

Com’è avvenuto poi “l’ingresso in cucina”?

 

È successo che grazie all’esperienza del wine bar, nel 2005 mi viene offerta l’opportunità di rilevare l’Antica Osteria Marconi che era di proprietà di un caro amico nonché chef stellato, Franco Rizzuti, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto. All’inizio mi occupavo di quello che sapevo fare, cioè la sala, la cantina, mentre la cucina era rimasta nelle abili mani di Franco. È iniziata così, appoggiandomi ad uno chef con grande esperienza e abilità, la mia avventura nella ristorazione vera e propria. È stata un’esperienza molto formativa perché mi sono dovuto confrontare anche con altre questioni come quelle amministrative e burocratiche, i rapporti con i fornitori ecc. ma soprattutto ho ampliato la mia esperienza in sala e cantina.

 

E poi?

 

Sei-sette anni dopo, Franco decide di lasciare l’Osteria per dedicarsi ad un altro progetto e io mi trovo davanti ad un bivio. Cosa fare? Avevo paura di mettermi in mani altrui anche perché l’Osteria Marconi aveva una sua personalità consolidata e riconosciuta. Venivo da un rapporto molto affiatato perché con Franco Rizzuti eravamo anche amici e il mio timore era di affidare la gestione della cucina ad una persona sconosciuta col rischio magari di subirne i capricci o esserne in qualche modo alla mercé.

In alcuni ristoranti la figura dello chef è fondamentale, se hai ambizioni superiori e vuoi essere caratterizzato dai piatti che fai o dal lavoro sul territorio. Insomma, temevo di diventare ricattabile, mettiamola così. E quindi facendomi forza del fatto che il team del ristorante aveva scelto di restare con me, decido di prendere io in mano la cucina. All’inizio timidamente, replicando i piatti che già facevamo e apportando piano piano qualche modifica. Da lì non mi sono più fermato. Certo oltre alla curiosità e alla passione mi ha aiutato molto il fatto di avere un senso del gusto molto pronunciato e di aver acquisito le conoscenze tecniche necessarie durante gli anni di collaborazione con Franco Rizzuti.

Sono anche grato ai ragazzi che lavoravano con me, alcuni dei quali avevano avuto esperienze importanti in realtà blasonate, anche all’estero.

 

Detta così sembra facile…

 

Eh no. Ho fatto i miei errori e tutta la faticosa trafila che si fa in questi casi. Ho dovuto studiare e leggere molto. Come ho detto prima, abbiamo il mondo in tasca: se uno vuole imparare con internet arriva ovunque. Finché non ho sviluppato la mia idea di cucina, di piatti, una linea che piano piano è diventata riconoscibile. E finché non sono arrivati i primi riconoscimenti e le prime conferme, visto che l’Antica Osteria era già su tutte le guide.

 

E con i riconoscimenti arriva anche un’altra grande opportunità, esatto?

 

Sì, nel 2017/2018 (quindi 5-6 anni dopo aver iniziato la mia esperienza da cuoco) mi propongono di andare al ristorante della locanda Severino di Caggiano, che aveva perso lo chef e di conseguenza anche la Stella Michelin.

Quindi accetto e prendo in gestione il ristorante: apriamo nell’aprile 2018 in collaborazione con Tim Ricci, grandissimo pasticcere potentino, e a novembre otteniamo la Stella Michelin. In soli 7 mesi: una grandissima soddisfazione, oltre a ripagarci dei tantissimi sacrifici. Basta considerare che Caggiano è un piccolissimo paese sulle montagne del Vallo di Diano, non esattamente una grande meta turistica e con un bacino d’utenza ristretto che comporta tutta una serie di problematiche.

 

Perché nonostante il bel risultato ha deciso di tornare a Potenza?

 

Un insieme di circostanze, tra cui il Covid, che lì a Caggiano ha colpito duro (era zona rossa, c’erano i blocchi di cemento a impedire l’accesso al paese). E poi non vedevo più prospettive di crescita professionale per una questione legata ai numeri che non mi permetteva di avere le risorse (non solo economiche ma anche di entusiasmo) per sperimentare, fare ricerca eccetera. Insomma, avevo idee che non potevo realizzare. Di qui la decisione di lasciare e di tornare all’Osteria Marconi a Potenza.

 

Con la stessa formula?

 

In realtà no. Ho scelto una formula un po’ più easy, anche perché ora mi sento più maturo come cuoco: ho avuto le mie soddisfazioni, i miei riconoscimenti e non rincorro più il desiderio di affermazione. Ora facciamo la grande osteria, una cucina senza ricerca esasperata dei contrasti, delle tendenze, delle tecniche.

Ci concentriamo di più a soddisfare la nostra clientela, facendo una cucina importante dal punto di vista della materia prima (sulla quale non siamo mai scesi a compromessi), con grande attenzione al territorio ma senza farci soffocare per dare un motivo in più ai clienti (che per la maggior parte sono persone del luogo) di venire da noi. Sta pagando anche l’attenzione ai prezzi che non solo ci sta permettendo di mantenere i nostri numeri anche in questo momento difficile, ma ci ha fatto vincere l’oscar Qualità/Prezzo del Gambero Rosso.

 

Facendo un bilancio: aspetti positivi e negativi del mestiere dello chef.

 

Possiamo dire che quella del cuoco è una forma d’arte, un mestiere creativo e come tale permette una grande libertà di “espressione”. Poi come per qualsiasi mestiere fare un lavoro che piace è già il massimo della soddisfazione. Soprattutto per chi lavora in cucina, perché – e questo è sicuramente da mettere tra gli aspetti negativi – le tempistiche sono pesanti: in pratica vivi nel ristorante. Sono ore e ore sottratte a tutto il resto, famiglia compresa.

In un piccolo ristorante come il mio con 25 coperti (che possono diventare 35/40 nelle cerimonie) ti devi occupare di tutto: sono io che coordino; sono io che penso; sono io che sviluppo i piatti e i menù. E se sei anche proprietario come nel mio caso ti devi occupare anche della parte amministrativa che appesantisce decisamente il quadro. Se però vivi tutto questo solo come un aspetto negativo non puoi fare questo lavoro. Puoi farlo nelle grandi strutture, dove comunque c’è una turnazione, ma nella grande maggioranza dei ristoranti italiani, che sono mediamente piccoli, si lavora quando c’è da lavorare: non c’è orario che tenga. Si lavora fino alle 15 se i clienti vanno via alle 14,30, altrimenti si resta. Così come se un giorno ci sono poche persone si va via prima (anche se questo aspetto purtroppo è difficilmente inquadrabile dal punto di vista contrattuale). È un lavoro che funziona così, c’è poco da fare.

 

Questa forse è una cosa che andrebbe insegnata a scuola… In base alla sua esperienza, che consigli si sente di dare a chi esce da un alberghiero o da un corso professionale?

 

Devo dire che frequentare un alberghiero o un corso professionale non è assolutamente sufficiente per imparare il mestiere, è il minimo sindacale, il primissimo step. Va un po’ meglio per chi frequenta le scuole specialistiche di alta formazione come Alma, ma in ogni caso poi bisogna farsi le ossa, metterci del proprio. Finita la scuola forse non hai nemmeno iniziato a capire come si fa il mestiere, oltre al fatto che poi ogni ristorante ha le sue dinamiche.

Bisogna avere voglia di crescere, di sacrificarsi, in termini economici, logistici, di tempo. E serve anche predisposizione, bisogna dirlo: non è un lavoro che possono fare tutti, almeno ad un certo livello. Per diventare chef servono skill che non tutti hanno.

 

Per esempio?

 

Per esempio senso del comando e dell’organizzazione; personalità; autorevolezza, quella innata che deriva dal modo in cui ti comporti e quella acquisita con l’esperienza. Devi anche saper gestire lo stress e le emergenze del momento: questo è un lavoro spesso concentrato in lassi di tempo brevi, a meno che tu non abbia 30 persone in cucina e 20 coperti… Anche gestire quello che succede in cucina non è semplice.

Quando vedo un ragazzo incerto o indeciso nel muoversi, gli dico sempre che è fondamentale cercare di essere un passo avanti rispetto a quello che stai facendo; devi sapere cosa succede dopo e in qualche modo anticiparlo rimanendo concentrato.

È essenziale per garantire un servizio eccellente in tavola: devi rispettare standard qualitativi e tempistiche. A meno che uno non voglia friggere cotolette per il resto della vita: quello sì è un lavoro che possono fare tutti.

Aggiungo questo: il mio grande rammarico è di non aver girato, di non aver avuto l’opportunità di lavorare in altri ristoranti e magari all’estero (ho iniziato a fare il cuoco a 45 anni…). Quindi il consiglio ai giovani è quello di muoversi, di fare esperienze dove ne vale la pena, anche magari mettendoci soldi di tasca propria, perché questo fa la differenza.

 

Nella formazione del futuro chef qual è la competenza base che non può proprio mancare?

 

È importante sviluppare la dinamica del gusto di cui parlavo prima. Bisogna avere un palato superiore alla media se si vuole ambire a fare piatti di qualità superiore, a fare ricerca, a trovare combinazioni originali. E poi bisogna sviluppare le conoscenze tecniche che permettono di fare abbinamenti eccellenti.

Certo, ci può essere sempre il colpo di fortuna, ma insomma bisogna sperimentare, provare (anche quello che sembra più insensato) e sbagliare, fino a sviluppare una sorta di database sensoriale che ti permette già a priori di capire se due elementi messi insieme possono funzionare oppure no. E queste sono cose che si imparano studiando la tecnica (che non deve mai essere fine a se stessa) e non solo con la passione. Ricordando sempre che un buon piatto deve lasciare un ricordo, deve smuovere un’emozione e pazienza se non segue le tendenze del momento.

 

C’è uno chef di riferimento, una figura che ha influenzato il suo lavoro?

 

Sicuramente il lavoro fianco a fianco con Franco Rizzuti mi ha dato un imprinting determinante: anche se quando c’era lui io non cucinavo, i piatti li provavamo insieme, cercavamo insieme di migliorarli, andavamo insieme per ristoranti.

Poi, se dovessi dire un nome tra i grandi chef che apprezzo di più direi Niko Romito, che lavora molto sulla pulizia del sapore, piatti fatti con pochi ingredienti. Raggiunge delle profondità di gusto che secondo me sono fuori dal comune e che mi hanno sempre intrigato molto.

È un punto di riferimento anche per la filosofia, la cultura, il pensiero che c’è dietro la sua cucina. Andrei a cena da lui tutte le sere della mia vita e, sì, è da lui che farei uno stage per imparare davvero il mestiere di chef.

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Cosa ci insegnano i bronzi di San Casciano https://www.fiorerosalba.com/i-bronzi-di-san-casciano/ Mon, 21 Nov 2022 09:21:48 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60677 FioreRosalba.com
Cosa ci insegnano i bronzi di San Casciano

Probabilmente ne hai sentito parlare: è la più grande scoperta archeologica dai Bronzi di Riace, 24 statue praticamente intatte più numerosi altri oggetti votivi ritrovati all’interno di un’antica vasca termale romana nel territorio di un piccolo borgo della provincia di Siena, San Casciano de’ Bagni. La scoperta ha avuto un’enorme risonanza, ben oltre i confini […]

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Cosa ci insegnano i bronzi di San Casciano

Probabilmente ne hai sentito parlare: è la più grande scoperta archeologica dai Bronzi di Riace, 24 statue praticamente intatte più numerosi altri oggetti votivi ritrovati all’interno di un’antica vasca termale romana nel territorio di un piccolo borgo della provincia di Siena, San Casciano de’ Bagni.

La scoperta ha avuto un’enorme risonanza, ben oltre i confini nazionali, data la sua importanza scientifica e storica, che, assicurano gli addetti ai lavori, darà materiale di studio per i prossimi 30/40 anni e «riscrive la storia dell’arte antica».

Ma a me, in questa incredibile storia, hanno colpito alcuni elementi che hanno poco a che vedere con l’archeologia in quanto tale e molto con la passione, la forza di volontà, la fiducia in se stessi, la condivisione. Qualità che bisogna assolutamente possedere se si vuole superare le difficoltà.

 

I bronzi di San Casciano

 

San Casciano, per esempio, e la sua giovane sindaca che ha scommesso tutto sulla valorizzazione delle antiche terme romane presenti nel suo territorio (investendo tempo e risorse economiche del Comune) e ora si ritrova con un capitale enorme da sfruttare per ridare speranza ad un piccolo paese afflitto (come molti in Italia) dal problema dello spopolamento e della mancanza di prospettive.

 

Il lavoro di squadra è un altro elemento centrale di questa “storia a lieto fine”. Per arrivare al risultato è stato determinante l’affiatamento del gruppo di lavoro, composto da Comune, Ministero, università per Stranieri di Siena con la partecipazione di archeologi, epigrafisti, archeobotanici: quando si sa lavorare in team si è tutti più forti, perché si arriva al successo mettendo in comune le proprie conoscenze e competenze e remando tutti nella stessa direzione.

 

Poi c’è Jacopo Tabolli, il giovane archeologo responsabile degli scavi: la sua determinazione e la sua preparazione hanno avuto la meglio sulle difficoltà burocratiche che puoi immaginare. La parola che mi viene in mente è passione, la stessa che usa Nicolò Carandini in questa intervista nella quale racconta come è diventato imprenditore agricolo pur essendo uno sviluppatore software.

 

Aiutati che Dio ti aiuta, dice il proverbio (per evitare il più prosaico la fortuna aiuta gli audaci). Perché, infine, c’è anche la mano pietosa che ha volontariamente nascosto statue e oggetti votivi nel fango termale nel delicato passaggio dal paganesimo al cristianesimo quando gli oggetti del culto antico venivano distrutti. In questo modo sono potuti giungere  fino a noi in perfette condizioni, grazie all’assenza di ossigeno. Siamo debitori a questa persona sconosciuta vissuta molti secoli fa.

 

@credits San Casciano dei Bagni, Siena (foto Unione dei Comuni Valdichiana Senese)

Lavori emergenti vecchi e nuovi nel settore culturale ed artigianale

 

L’Italia, quindi, non smette di sorprenderci e si arricchisce ancora il già enorme patrimonio culturale italiano. Sai quanto vale? 986 miliardi di euro (la stima è della Corte dei Conti di qualche anno fa). Nel Pnrr sono previsti fondi destinati al sistema turistico e culturale per ammodernare, digitalizzare e migliorare la fruibilità dei beni culturali: buone prospettive per gli operatori dei beni culturali.

Ma le buone prospettive ci sono anche per altri mestieri, come quello del tappezziere e dell’elettricista civile. Nel primo caso c’è una grande domanda di mano d’opera che però non si trova: le aziende dei distretti del mobile fanno fatica a trovare non solo tappezzieri, ma anche falegnami ed ebanisti. E quando li trovano cercano di tenerseli con buoni stipendi…

Quanto agli elettricisti, molti sostengono che si tratta di uno dei mestieri del futuro, sia perché la domotica, sempre più diffusa nelle nostre case, passa dall’impianto elettrico; sia a causa della tendenza ad elettrificare tutto per essere meno dipendenti dalle fonti fossili di energia e transitare verso le fonti rinnovabili a tutto vantaggio dell’ambiente (e del risparmio).

Arrivederci a dicembre con Block Notes per nuovi aggiornamenti, consigli e spunti di riflessione.

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Quando la tecnologia aiuta i fotografi https://www.fiorerosalba.com/quando-la-tecnologia-aiuta-i-fotografi/ Mon, 21 Nov 2022 09:04:21 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60674 FioreRosalba.com
Quando la tecnologia aiuta i fotografi

Nell’era di internet, dei social network e della condivisione a tutto spiano uno dei problemi maggiori di un fotografo è quello della paternità delle immagini e della difesa della proprietà intellettuale. In rete non è affatto inusuale imbattersi in siti e blog che fanno un uso improprio delle immagini, messe online senza il consenso dell’autore […]

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Quando la tecnologia aiuta i fotografi

Nell’era di internet, dei social network e della condivisione a tutto spiano uno dei problemi maggiori di un fotografo è quello della paternità delle immagini e della difesa della proprietà intellettuale.

In rete non è affatto inusuale imbattersi in siti e blog che fanno un uso improprio delle immagini, messe online senza il consenso dell’autore e senza nemmeno il riconoscimento di alcuna royalty.

Il mestiere del fotografo è impegnativo e faticoso. Salvo poche eccezioni, il fotografo lavora come libero professionista e guadagna vendendo i propri scatti e i propri servizi realizzati in occasione di cerimonie, eventi, fatti di cronaca eccetera. Significa continui spostamenti e lavorare anche nei giorni festivi e in ogni orario del giorno e anche della notte.

Il fotografo rinomato probabilmente non sente il problema del riconoscimento della paternità delle proprie immagini. Ma se non sei famoso e devi contare sul guadagno di ogni singola foto venduta allora le cose cambiano.

Beh, sai che oggi c’è un modo per ottenere il riconoscimento della paternità di uno scatto e mantenerne i diritti anche in caso di vendita? Si può con gli NFT (Non-Fungible Token) e il paradosso è che la tecnologia digitale ha creato il problema e la stessa tecnologia ora promette di risolverlo.

 

 

Cos’è un NFT e perché può essere utile al fotografo

 

L’NFT è una sorta di certificato crittografico, una specie di carta d’identità, una targa “virtuale” che attesta la proprietà e l’autenticità di un bene digitale (un video, un’immagine, un brano musicale, un documento testuale). È univoco, unico e indivisibile. È la prova inequivocabile della proprietà di quel determinato contenuto.

Nel certificato che accompagna l’immagine, quindi, il fotografo può aggiungere non solo le informazioni di base (paternità, luogo dello scatto, data, soggetto ritratto eccetera), ma apporre un watermark e impostare determinati diritti di sfruttamento.

E non è finita qui. Un NFT è un valido strumento per vendere meglio e monetizzare il proprio lavoro artistico e anche in caso di vendita il fotografo non perde i diritti su quanto venduto. I vantaggi quindi sono sia per chi acquista (che ha la certezza della proprietà dell’opera), sia per chi vende che mantiene il copyright e il diritto di sfruttamento e di riproduzione.

Creare un NFT è una procedura che i fotografi possono già compiere in autonomia (se hanno un minimo di competenze digitali), anche se cominciano a comparire agenzie che si offrono di gestire tutto l’aspetto tecnico, comprese gestione e archiviazione, semplificando le procedure e a prezzi più che abbordabili (si parla di un euro per ogni foto certificata).

 

 

Il fotografo guadagna di più con gli NFT?

 

Dietro un NFT, naturalmente, deve sempre esserci un prodotto di qualità. Imparare il mestiere, studiare, metterci impegno e dedizione sono alla base di qualsiasi lavoro e la professione di fotografo non fa eccezione. Un NFT vale tanto di più quanto più è di valore il file al quale è associato. Resta che, in prospettiva, gli NFT renderanno più semplice e sicuro comprare e vendere prodotti artistici in rete.

Vale quindi la pena di cominciare a dare un’occhiata a questa nuova tecnologia (legata alla blockchain) – che promette di essere la normalità in un prossimo futuro – e di acquisire le competenze digitali necessarie per una presenza professionale nel web (dal profilo social al sito internet; dalla gestione dei social media al marketing digitale).

Come spesso accade, arrivare per primi significa ottenere un vantaggio competitivo e, dunque, economico.

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Tappezziere, perché è un mestiere dalle molte opportunità https://www.fiorerosalba.com/tappezziere-mestiere-opportunita/ Tue, 25 Oct 2022 14:49:27 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60413 FioreRosalba.com
Tappezziere, perché è un mestiere dalle molte opportunità

Tutti li vogliono ma nessuno li trova. Parliamo degli artigiani del legno, la cui ricerca sta diventando una specie di caccia al tesoro: le imprese ormai se li contendono a colpi di stipendio. In cima alla lista ci sono falegnami ed ebanisti, cioè le figure professionali essenziali per qualsiasi azienda del mobile. Ma sono molto […]

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Tappezziere, perché è un mestiere dalle molte opportunità

Tutti li vogliono ma nessuno li trova. Parliamo degli artigiani del legno, la cui ricerca sta diventando una specie di caccia al tesoro: le imprese ormai se li contendono a colpi di stipendio. In cima alla lista ci sono falegnami ed ebanisti, cioè le figure professionali essenziali per qualsiasi azienda del mobile. Ma sono molto ricercati anche i tappezzieri, cioè gli artigiani specializzati nelle imbottiture, nei tendaggi e nei rivestimenti di poltrone, divani, cuscini, sedili per auto: mancano le nuove leve nonostante il fatto che, dicono i numeri, avrebbero già il posto assicurato nel momento in cui si iscrivono ad un corso professionale. E nonostante una busta paga di tutto rispetto dati i tempi.

 

Come diventare tappezziere

 

Quello del tappezziere è un mestiere artigianale per antonomasia: nonostante l’uso di macchinari e utensili moderni, rimane una professione che si fa a mano, nella quale buon gusto e senso estetico giocano un ruolo molto importante accanto alle abilità tecniche.

 

Come la maggior parte dei mestieri artigianali, anche quella del tappezziere si impara facendola, ma per raggiungere livelli di eccellenza e vincere la concorrenza non basta più saper usare la sparapunti. Serve anche spirito d’iniziativa, passione, curiosità, voglia di imparare, precisione. Qualità che sono utili sia per chi decide di mettersi in proprio ed aprire la propria bottega, sia per chi sceglie di farsi assumere in un laboratorio, un mobilificio, un’azienda.

 

In entrambi i casi, può essere utile specializzarsi in una tipologia specifica di prodotto. Questo aiuta non solo per essere concorrenziali sul mercato, ma anche per raggiungere standard di qualità più elevati. Molto richiesto, per esempio, è il tappezziere per auto e moto e il tappezziere per le barche. Oppure c’è chi si dedica esclusivamente ad un determinato tipo di materiale: ad esempio, c’è un vero e proprio boom di richieste online di lavorazioni in pelle. Oppure ancora ci si può specializzare nel restauro di mobili antichi, nell’arredamento di lusso, nelle tende da interni di design (magari collaborando con gli architetti) e così via.

 

Ovviamente si parte sempre da una base di competenze che qualsiasi tappezziere per essere tale deve possedere. Queste competenze, come detto, possono essere acquisite iniziando a lavorare come aiutante o apprendista presso laboratori di tappezzeria o negozi specializzati. Oppure frequentando un corso di formazione specifico per tappezzieri, grazie al quale imparare taglio e cucito, sagomatura delle imbottiture, misurazione e assemblaggio dei materiali, utilizzo di attrezzi e macchinari, ma anche sicurezza sul lavoro, principali tendenze nell’arredamento, tipologia e caratteristiche dei materiali.

 

Lavorare in proprio come tappezziere

 

Aprire un laboratorio di tappezzeria richiede la solita trafila burocratica: iscrizione al registro delle imprese in Camera di Commercio; apertura della partita IVA; iscrizione all’INAIL. E naturalmente un investimento economico iniziale per l’acquisto o affitto del locale, l’acquisto delle attrezzature e degli arredi, l’attivazione delle utenze.

 

Da non sottovalutare, inoltre, la necessità di sapersi muovere nel digitale: la ricerca di un artigiano da parte dei potenziali clienti ormai avviene prevalentemente tramite internet più che con il passaparola. Perciò un professionista tappezziere dovrebbe considerare la possibilità di avere un proprio sito (e di saperlo usare) e di possedere un minimo di conoscenze di marketing e comunicazione.

 

Quanto guadagna un tappezziere

 

Il guadagno di un tappezziere in proprio dipende da molti fattori: dal luogo in cui opera (se distretto del mobile, quartiere di lusso o periferico); dalla presenza o meno di concorrenti più famosi; dall’anzianità del “brand”; dalla capacità di saper comunicare.

 

Più facile la stima dello stipendio per chi lavora come dipendente. Poiché c’è grande richiesta di questa figura professionale, per accaparrarsele le aziende sono disposte ad alzare la retribuzione che ora, per un tappezziere con esperienza, può arrivare a 2.000 euro netti al mese. Il salario di ingresso, invece, per il lavoratore che ha appena iniziato, è in media di 900 euro netti al mese, che già dopo 5 anni possono diventare 1.200.

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Nicolò Carandini da sviluppatore software ad imprenditore agricolo: «Basta la passione». https://www.fiorerosalba.com/nicolo-carandini-da-sviluppatore-software-ad-imprenditore-agricolo-basta-la-passione/ Mon, 24 Oct 2022 09:29:36 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60311 FioreRosalba.com
Nicolò Carandini da sviluppatore software ad imprenditore agricolo: «Basta la passione».

«Dobbiamo riuscire a trasformare il nostro lavoro in un divertimento. Se ci sono riuscito io facendolo in una stalla che non c’entrava nulla né con le mie aspettative di vita né con i miei interessi, penso che ci possa riuscire chiunque». Nicolò Carandini sapeva poco o nulla di zootecnia; di come si fa la mungitura; […]

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Nicolò Carandini da sviluppatore software ad imprenditore agricolo: «Basta la passione».

«Dobbiamo riuscire a trasformare il nostro lavoro in un divertimento. Se ci sono riuscito io facendolo in una stalla che non c’entrava nulla né con le mie aspettative di vita né con i miei interessi, penso che ci possa riuscire chiunque». Nicolò Carandini sapeva poco o nulla di zootecnia; di come si fa la mungitura; di come si gestisce un’azienda agricola. La sua carriera professionale lo aveva portato da tutt’altra parte. Eppure ora non solo ama il suo lavoro nella sua azienda agricola Torre in Pietra Carandini (alle porte di Roma), ma gli dà anche grandi soddisfazioni.

 

 

Nicolò Carandini, dunque lei è imprenditore agricolo “per caso”?

 

Diciamo che è per caso che sia finito a lavorare qui nell’azienda di mio padre (che adesso ha quasi 100 anni di storia). Io ho sempre fatto lo sviluppatore software. Poi, nel 1994, mio padre mi chiese di aiutarlo ad introdurre un nuovo ramo di attività. Lui voleva passare a me la gestione dell’azienda agricola, ma si rendeva conto che produrre il latte vaccino – tra quote latte e problemi vari – era come andare sul ring con le mani legate dietro la schiena: essendo impossibile aumentare il fatturato, l’unica leva per far quadrare i conti  era la diminuzione dei costi e delle le spese. La sua idea era dunque quella di iniziare una nuova attività nel vivaismo e voleva che me ne occupassi io. Io ho accettato pensando “Ok: ti faccio da consulente, due/tre volte a settimana come faccio con i miei clienti abituali”. Le cose invece sono andate diversamente: da quel momento ho iniziato a lavorare a tempo pieno e nel 2000 l’azienda è passata a me. Ho dovuto gestire tutta una serie di trasformazioni.

 

 

 

Un bel salto: 250 ettari da gestire, un’azienda storica vocata alla zootecnia che ha “creato” la frisona italiana (una razza di mucca) e che produceva foraggio e latte. È stato difficile?

 

A pensarci bene, in realtà, è stato semplice. Io sono anche analista: la mia vocazione è incontrare persone che fanno mestieri a me totalmente sconosciuti e comprendere così bene il meccanismo (o parte del meccanismo) di quel lavoro da poterne poi fare un programma che assista quella persona nella sua attività. E quindi mi è venuto naturale immergermi totalmente nell’impresa. Questa è stata la chiave di volta. Ad esempio: mi sono accorto subito che il veterinario non aveva un’anamnesi degli animali: li visitava ogni giorno nello stato in cui si trovavano senza ricordarne la storia pregressa (dovendo gestire più 700 capi solo nella nostra azienda…). E questo non era un bene. Quindi mi sono messo a studiare: gli aspetti riproduttivi, dell’alimentazione, della genetica e quelli amministrativo-imprenditoriali di un’attività complicata e multidisciplinare. Problematiche che ho affrontato scrivendo programmi per poter gestire tutto meglio. Insomma, ho fatto lo sviluppatore dentro l’azienda e così ho imparato a conoscerla e a gestirla.

 

 

E questa è la prima lezione: l’importanza dei dati per fare l’imprenditore.

 

Sì il messaggio è proprio questo. In inglese si dice garbage in e garbage out. Significa che se ho spazzatura dentro (dati mal raccolti, mal conservati e mal consultati), i risultati saranno altrettanta spazzatura. Molto importante è anche capire come utilizzarli al meglio per farli fruttare. Ma forse il nocciolo è la passione: non fai nulla senza appassionarti, anche di una cosa che non ti piace per nulla come la zootecnia non piaceva a me.

 

 

Ovvero, seconda lezione: non sai cosa la vita ha in serbo per te, quindi bisogna avere la curiosità di percorrere nuove strade?

 

Curiosità e passione vanno assolutamente a braccetto. Non c’è passione se non c’è curiosità.

 

 

Avete fatto assunzioni, cercato personale: che idea si è fatto? Quanto la formazione è importante nel suo mestiere?

 

Devo dire che la nostra storia non è esemplificativa perché noi siamo andati a diminuire i dipendenti nonostante l’impegno. Abbiamo aumentato di poco il personale solo quando siamo arrivati a tre mungiture al giorno e non c’era nessuno che sapesse mungere. Gli unici che si prestano ad imparare (e ad imparare direttamente sul campo) sono le persone di nazionalità indiana. Il motivo è tipicamente l’orario: si munge dalle tre di mattina, più volte al giorno, 365 giorni l’anno. Si fanno i turni, ma non esistono sabati, domeniche, Natali ecc. Questo tipo di lavoro non è in cima ai desideri delle persone italiane. Sulla formazione: quando ci è capitato di andare in un istituto agrario a chiedere di segnalarci uno studente brillante e in gamba, curioso e appassionato, spesso si trattava di ragazzi figli di imprenditori agricoli e che quindi sarebbero andati a lavorare nell’azienda di famiglia. Noi adesso siamo in tre a gestire l’azienda e bastiamo perché non facciamo più produzione di latte, ma prima o poi andremo in pensione. Dopo si prospetta il nulla: non vedo sbocchi.

 

 

Secondo lei oltre ad una formazione specifica è utile anche una preparazione nell’ambito delle nuove tecnologie?

 

Prima di tutto ci vuole una preparazione specifica. Pensiamo al lavoro di stalla. Uno potrebbe chiedersi: cosa vuoi che ci sia da fare in una stalla? Do un po’ da mangiare agli animali e via. Sbagliato: gli animali da stalla sono come vetture da formula Uno e vanno trattati come tali. Alimentazione curatissima, per animali di alta genetica. Solo il carro miscelatore (macchinario che serve per la preparazione dell’alimentazione) costa più di 130 mila euro. Vuol dire che servono investimenti importanti con ritorni calcolati in anni. Non si può fare senza una grande competenza, non si improvvisa. Ed ecco perché serve curiosità e passione. Poi certo i corsi formativi sono essenziali per avere una prima infarinatura e una base minima. Bisogna anche saper usare Excel o Word. Fare autoapprendimento per esempio è fondamentale, ma è necessario essere in grado di cercare in internet e discernere tra nozioni utili e non: la rete è una miniera d’oro di informazioni ma anche una discarica di stupidaggini. Quando poi la vita ti porta a svolgere un’attività che non avevi previsto, beh lì veramente devi rimboccarti le maniche e darti da fare per diventare molto bravo. Perché oggi la competizione per restare nel mondo del lavoro è altissima.

 

 

Però voi adesso non producete più latte: come mai?

 

È stata una grande trasformazione anche questa. Prima in campagna le cose si muovevano con lentezza: gli anni scorrevano uno appresso all’altro: un anno come il precedente e come quello prima ancora. Negli ultimi vent’anni le cose sono drammaticamente cambiate tra blu tongue, malattie varie, cambi di prospettiva. Insomma: se tu hai una fabbrica di jeans e le nuove generazioni hanno deciso che non è più di moda e nessuno li compra, non c’è alternativa al cambiare attività. Come abbiamo fatto noi, grazie alle nuove leve e in particolare a mia figlia Virginia. Lei è laureata in storia dell’arte, ama il bello e si è messa a “coltivare” il bello nella nostra azienda. Abbiamo cercato di capire cosa non andava e quali erano i nostri punti di forza. Abbiamo una bellissima azienda, con una bella storia, in una campagna nota da secoli per il suo valore paesaggistico; a soli 25 minuti da Roma, con i suoi 3 milioni e mezzo di abitanti e quindi un notevole bacino di utenza potenziale. Di qui l’idea (per altro mostruosamente faticosa) di fare accoglienza e mettere a disposizione la nostra azienda per il tempo libero.

 

 

Più faticosa del gestire un’attività zootecnica?

 

È diverso. Per esempio adesso stiamo facendo l’attività dell’intaglio delle zucche e uno dice: bellissimo, lo faccio anche io. Che ci provi: si comincia ad aprile con la semina (4 ettari di zucche), poi devi raccoglierle e sistemarle nei bins per non farle rovinare; poi c’è la gestione dei social e della comunicazione; la pubblicità e infine la gestione dell’evento e l’accoglienza delle persone: se sbagli è un attimo perderle.

 

 

Da quanto tempo avete questa nuova attività?

 

Da qualche anno, però con dei cambiamenti. Siamo partiti in punta di piedi, realizzando una piccola area di picnic dove affittare tavoli e barbecue e passare la giornata. Erano piccoli ingressi, pensati più che altro per sondare il terreno e verificare la risposta delle persone. In ogni caso, erano attività che se non si svolgevano non avevano comunque costi. Per capirci: se apri un ristorante e non ci viene nessuno devi comunque pagare il cuoco, i camerieri ecc. Nel nostro caso no: era un test. Poi a mia figlia è venuta l’idea dell’intaglio delle zucche, che si fa già in altre zone d’Italia, ma non dalle nostre parti ed è stata una scoperta. Siamo partiti programmando 1500 zucche con mia moglie che era scettica e ne voleva fare solo 300: «Chi vuoi che venga», diceva. Ebbene: nei primi tre giorni abbiamo fatto sold out. Un grande successo.

 

 

L’iniziativa è iniziata lo scorso anno giusto?

 

Sì. Abbiamo dovuto interrompere l’attività dei picnic a causa del Covid e siamo ripartiti con questo evento delle zucche, che si chiama le Zucche di Barbabianca (Barbabianca è il nome del centro agricolo che fa parte di Torre in Pietra Carandini). È andata benissimo da subito, come ho detto, e nonostante la coda chilometrica (che non avevamo assolutamente previsto) alla fine della giornata le persone se ne andavano contente e già con la voglia di tornare l’anno dopo. Quest’anno ci siamo organizzati meglio, anche con un sistema di prenotazione (ci si può prenotare sul nostro sito Torreinpietracarandini.it) e tutto sta filando liscio, nonostante abbiamo messo in campo ben 12mila piante. Abbiamo iniziato l’ultima domenica di settembre e finiremo il 31 ottobre, in tempo per Halloween. Facciamo anche altre attività all’aperto, come per esempio quella con i tulipani in primavera: noi seminiamo i bulbi e le persone vengono a raccogliersi i fiori. Sul sito ci sono tutte le informazioni per partecipare.

 

 

Si tratta di attività collaterali rispetto a quella agricola?

 

In realtà, anche con nostra sorpresa, stanno diventando principali. Tra siccità e calo dei prezzi e anche dal punto di vista del fatturato queste attività si stanno candidando a diventare il cuore del nostro lavoro.

 

 

Quindi c’è un desiderio di vita all’aperto e socialità?

 

Assolutamente sì. Al di là del fatto che se una cosa economicamente funziona è già una soddisfazione, una delle cose che ci piace di più di questo lavoro è il fatto di far svolgere ai genitori un’attività in comune con i figli. Chiunque può notare che spesso mamme e papà sono piuttosto stressati e stanchi e quando vogliono ritagliarsi dei momenti di relax mettono i figli davanti allo smartphone: noi gli offriamo l’opportunità (che poi è quella per la quale ci ringraziano) di avere dei momenti da passare con i figli divertendosi e rilassandosi. È semplice, economico e gratificante per gli stessi genitori che per un po’ si liberano anche del senso di colpa di stare poco con i figli.

 

 

E questa è la terza lezione?

 

Posso dire questo: chiunque deve riuscire a trasformare il proprio lavoro in un divertimento; se ci sono riuscito io facendolo in una stalla che non c’entrava nulla né con le mie aspettative di vita né con i miei interessi penso che ci possa riuscire chiunque. Bisogna solo mettersi di buzzo buono, come si dice, e trasformare quello che si fa in passione. Che può anche diventare divertente.

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Operatori Beni Culturali, dal Pnrr una boccata d’ossigeno https://www.fiorerosalba.com/operatori-beni-culturali-pnrr/ Fri, 21 Oct 2022 14:59:41 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60304 FioreRosalba.com
Operatori Beni Culturali, dal Pnrr una boccata d’ossigeno

Sai quanto vale il patrimonio culturale italiano? Alcuni anni fa la Corte dei Conti ha provato a fare una stima ed è uscita fuori la bella cifra di 986 miliardi di euro. Opere d’arte, biblioteche e archivi da soli valgono 174 miliardi di euro (il 10,4% del nostro Pil). Ma si può ben dire che […]

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Operatori Beni Culturali, dal Pnrr una boccata d’ossigeno

Sai quanto vale il patrimonio culturale italiano? Alcuni anni fa la Corte dei Conti ha provato a fare una stima ed è uscita fuori la bella cifra di 986 miliardi di euro. Opere d’arte, biblioteche e archivi da soli valgono 174 miliardi di euro (il 10,4% del nostro Pil). Ma si può ben dire che il valore dei nostri beni culturali sia inestimabile. Possediamo circa due terzi del patrimonio culturale mondiale e deteniamo (ottobre 2022) il maggior numero di siti inclusi nella lista Unesco dei patrimoni dell’umanità: ben 58 siti, contro i 56 della Cina e i 51 della Germania.

E non è finita qui. Il Fai (Fondo ambientale italiano) ha censito oltre 4.000 musei, 6.000 aree archeologiche, 85.000 chiese soggette a tutela, 40.000 dimore storiche, ai quali vanno aggiunti parchi, riserve e paesaggi naturali. In breve: ogni 100 chilometri quadrati in Italia si contano mediamente oltre 33 beni censiti. Tanta abbondanza rappresenta una ricchezza, ma anche un costo: il 18% del territorio italiano – più di 55.000 chilometri quadrati – è soggetto ad attività di tutela da parte dello Stato e amministrare parchi, musei, chiese richiede investimenti per la manutenzione, il restauro, la sorveglianza, la gestione ordinaria.

E qui l’Italia fa un po’ meno bella figura: siamo al penultimo posto (dietro la Grecia) per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura e la stessa Corte dei Conti ha recentemente denunciato la scarsità dei fondi stanziati rispetto all’entità del patrimonio culturale esistente. Molte speranze gli operatori del settore ripongono nel Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza che punta a incrementare il livello di attrattività del sistema turistico e culturale del Paese mettendo in campo ingenti investimenti per ammodernare, digitalizzare e migliorare la fruibilità dei beni culturali.

 

 

Riqualificazione degli operatori culturali

 

C’è anche un capitolo dedicato alla riqualificazione degli operatori culturali dei quali, per altro, il nostro sistema è grandemente carente: solo il MIC (Ministero della Cultura) è sotto organico di oltre 8.000 unità. Si tratta di personale di varia natura (dirigenti, funzionari, bibliotecari, archeologi, restauratori ma anche addetti alla vigilanza, archivisti, assistenti alla fruizione e all’accoglienza) che il MIC vuole reclutare di qui al 2024 e per questo ha varato un piano triennale di assunzioni.

Diversi concorsi sono già in programma e probabilmente ne verranno banditi anche a livello locale: non bisogna dimenticare, infatti, che anche comuni, province e regioni hanno il loro bel patrimonio culturale da gestire e amministrare.

Il Pnrr destina oltre 6 miliardi di euro alla Cultura (considerata un asset centrale della politica economica italiana), suddivisi in quattro macro-aree:

 

  • Patrimonio culturale per la prossima generazione”,
  • Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale religioso e rurale”,
  • Industria culturale e creativa 4.0”
  • Piano Strategico Grandi attrattori culturali’.

 

Vale la pena di farsi trovare pronti (magari con un corso ad hoc per operatore di beni culturali) visto che il binomio turismo-cultura continuerà ad essere una delle voci più importanti del Pil nazionale e dunque settore trainante dell’economia e dell’occupazione.

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L’elettricista del futuro. Il futuro dell’elettricista https://www.fiorerosalba.com/elettricista-del-futuro/ Thu, 20 Oct 2022 15:28:48 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60308 FioreRosalba.com
L’elettricista del futuro. Il futuro dell’elettricista

Poche professioni sono oggi investite da grandi cambiamenti e al tempo stesso hanno davanti enormi prospettive di crescita come quella dell’elettricista: a detta di molti è il mestiere del futuro, a patto di saper restare al passo con i tempi.     Elettricità e domotica   C’è fame di elettricisti e non è difficile capire […]

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L’elettricista del futuro. Il futuro dell’elettricista

Poche professioni sono oggi investite da grandi cambiamenti e al tempo stesso hanno davanti enormi prospettive di crescita come quella dell’elettricista: a detta di molti è il mestiere del futuro, a patto di saper restare al passo con i tempi.

 

 

Elettricità e domotica

 

C’è fame di elettricisti e non è difficile capire perché: le gestione intelligente dell’energia è ormai una priorità, non solo in chiave di risparmio energetico (vedi il caro-bollette) e di transizione ecologica, ma anche di miglior comfort e di maggior sicurezza, sia in ambito domestico che industriale.

La tendenza è quella di elettrificare tutto per portare i consumi energetici verso le fonti rinnovabili e abbandonare progressivamente quelle da combustibili fossili (gas, petrolio). Di qui la corsa alle auto elettriche; gli incentivi per installare i pannelli solari fotovoltaici e le colonnine di ricarica; la sempre maggiore diffusione dei piani cottura a induzione e delle pompe di calore.

La spinta è venuta anche dalle nuove tecnologie, che permettono un uso smart e personalizzato delle risorse energetiche: la stragrande maggioranza dei prodotti oggi può essere interconnesso grazie a internet.

Basta un’App sullo smartphone per attivare e disattivare l’allarme; alzare o abbassare il riscaldamento; far partire la lavatrice all’orario desiderato; conoscere i consumi in tempo reale; gestire a distanza le tapparelle e le luci.

Le nuove tecnologie sono importanti, ma alla fine ci vuole sempre qualcuno che sappia collegare i fili elettrici: ecco perché servono (e serviranno) più elettricisti.

O forse sarebbe meglio dire: system integrator, cioè elettricisti 4.0 capaci di predisporre un impianto elettrico abbinato (o abbinabile) alla domotica.

 

 

Cos’è la domotica

 

Quando in un ambiente (domestico o lavorativo) ci sono apparecchiature in grado di svolgere – oltre alle normali funzioni per le quali sono state prodotte – anche altre funzioni in modo autonomo o parzialmente autonomo si parla di domotica.

Con domotica si intende quindi un insieme di tecnologie e automazioni che rendono intelligente la casa o addirittura un intero edificio tramite l’impianto elettrico.

La domotica ha preso sempre più piede proprio grazie alle nuove tecnologie digitali e a internet, che per esempio hanno trasformato una semplice lavatrice in un elettrodomestico in grado di autoregolarsi per non superare la soglia che fa scattare il contatore. Oppure di alzare e abbassare la temperatura ambiente in funzione di determinati parametri. O ancora: di spegnere le luci automaticamente quando si esce di casa. Fino ad arrivare alla gestione coordinata, integrata e computerizzata di tutti gli impianti tecnologici di un intero edificio o di un condominio (climatizzazione, distribuzione di acqua, gas e luce, sorveglianza).

Dalle funzioni più semplici a quelle più complesse, lo scopo è quello di migliorare la qualità della vita, il comfort, la sicurezza e di non sprecare risorse, ottimizzando i consumi (che fa bene anche al portafogli).

Il cuore di un sistema domotico, però, è lui, l’impianto elettrico: passa tutto da lì.

 

 

System integrator, l’elettricista 4.0

 

Se è vero che per integrare un impianto elettrico con tutte queste funzioni è necessario saper collegare i fili elettrici, è anche vero che per rispondere alla domanda crescente di domotica è necessario possedere competenze nuove.

Ecco che allora il system integrator non è un semplice elettricista, ma un super-tecnico che non solo realizza l’impianto e lo progetta tenendo conto delle esigenze del cliente, ma studia soluzioni inedite, propone alternative, risolve problematiche, progetta funzioni integrate e personalizzate.

L’elettricista 4.0 è perciò chiamato ad aggiornarsi. In primis, deve adeguarsi alle normative (sempre in evoluzione), conoscendo i requisiti minimi che deve avere un impianto elettrico in termini di prestazioni e funzioni.

Non meno importante è la conoscenza delle tecnologie applicabili finalizzate a semplificare, razionalizzare, ottimizzare, risparmiare: la domotica non è più un plus, come abbiamo visto, ma un elemento fondamentale di impianti elettrici di qualità superiore per comfort e sicurezza.

L’elettricista 4.0, insomma, ha un vantaggio competitivo rispetto all’elettricista tradizionale.

Alle competenze di base (che si acquisiscono negli istituti tecnici e/o con una laurea) e alla preparazione professionale specifica (ottenibile frequentando un corso con relativo attestato professionale), occorre aggiungerne di nuove, in particolare nel campo dell’informatica: saper usare il computer, conoscere Excel, fino (per i più ambiziosi e intraprendenti) a sapersi muovere nell’ambito dell’IOT (Internet Of Things).

Il mercato dei gadget tecnologici è in costante e rapida evoluzione. Già oggi è possibile dare comandi vocali tramite i cosiddetti “home assistant” come Alexa, Siri, Google Home, Echo ecc., mentre il metaverso promette altre mirabolanti novità. Il futuro dell’elettricista è proprio l’elettricista del futuro.

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Perché le persone si dimettono in massa dal lavoro https://www.fiorerosalba.com/perche-le-persone-si-dimettono-in-massa-dal-lavoro/ Thu, 20 Oct 2022 14:58:26 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60301 FioreRosalba.com
Perché le persone si dimettono in massa dal lavoro

Anche in Italia siamo entrati ufficialmente nell’epoca della “great resignation”, termine inglese che sta ad indicare la tendenza alle dimissioni volontarie di massa dal proprio posto di lavoro. L’ultimo dato italiano del Ministero del Lavoro riguarda i primi sei mesi del 2022: ben 1,1 milioni di persone si sono dimesse, con un +31 per cento. […]

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Perché le persone si dimettono in massa dal lavoro

Anche in Italia siamo entrati ufficialmente nell’epoca della “great resignation”, termine inglese che sta ad indicare la tendenza alle dimissioni volontarie di massa dal proprio posto di lavoro. L’ultimo dato italiano del Ministero del Lavoro riguarda i primi sei mesi del 2022: ben 1,1 milioni di persone si sono dimesse, con un +31 per cento.

Perché le persone si dimettono volontariamente? Le cause della “grande fuga” sono varie: dalle scarse prospettive di carriera ad un eccessivo sbilanciamento lavoro/vita privata; da rapporti non idilliaci con i colleghi a gerarchie troppo rigide fino alla cresciuta domanda di lavoro per alcuni profili.

Ne consegue che la concorrenza tra le aziende ora si fa anche cercando di attirare (e soprattutto trattenere) i dipendenti più preparati e brillanti.

Le aziende che ce la fanno sono quelle che – oltre a mettere in campo azioni di ascolto e coinvolgimento dei propri dipendenti e a creare ambienti di lavoro confortevoli – si preoccupano di formare e aggiornare la propria forza lavoro. Lo fanno attivando corsi di formazione che mettono il dipendente nella condizione di acquisire nuove competenze o aggiornare quelle già possedute in un’ottica di aggiornamento continuo.

Apripista sono le grandi imprese che ormai preferiscono assumere persone senza esperienza e formarle direttamente in azienda.

È da tempi non sospetti che qui a Fiorerosalba.com lavoriamo per fornire una formazione di qualità per gli adulti, convinti come siamo che il lifelong learning (aggiornamento continuo) sia la strada migliore verso una società più giusta in grado di fornire opportunità a tutti. La formazione a distanza, per altro, ha reso questo obiettivo ancora più facile da raggiungere.

È per questo che abbiamo messo a punto un pacchetto di corsi in abbonamento per aziende: online, flessibile e a misura di qualunque imprenditore voglia vincere le sfide del mercato e delle sue trasformazioni.

 

 

Tirocinio curriculare e tirocinio extracurriculare: la nostra esperienza

 

Ci sono cose sui corsi a distanza e sull’e-learning che spesso confondono le persone.

Immagino che quando si è nel settore da tanto tempo come me si dia per scontato che tutti sappiano come funzioni un corso online o cosa sia una qualifica.

È per questo che, accanto alla normale attività di consulenza e orientamento per chi vuole iscriversi ad un corso, ho iniziato a fare approfondimenti su tutte le tematiche connesse alla formazione a distanza.

L’ultimo approfondimento sul blog è dedicato ai tirocini e alla differenza che c’è tra tirocinio curriculare e tirocinio extracurriculare.

È una differenza fondamentale da conoscere perché ti evita di commettere un errore purtroppo frequente: quella di iscriversi ad un corso perché è previsto uno stage presso un’azienda sperando magari in un’assunzione per poi scoprire che il tirocinio, essendo extracurriculare, non è per nulla garantito: te lo devi andare a cercare da solo, bussando di porta in porta e sperare nella buona sorte.

È un errore che si può evitare facilmente conoscendo bene le norme che regolano stage e tirocini. In questo modo sarai in grado di capire al volo se la scelta che stai per compiere è quella veramente adatta al tuo caso o magari, in base ai tuoi obiettivi, è più proficuo adoperarsi per un lavoro a progetto o una collaborazione co.co.co.

Lasciare il posto fisso per la passione di artista: il caso di successo di Margherita Serra

Credere in se stessi e nelle proprie possibilità è una raccomandazione vecchia come la storia del mondo. Ne hanno parlato e scritto filosofi, scrittori, psicologi, scienziati, poeti e imprenditori di ogni tempo.

Ma, alla fine, è l’esempio quello che conta. Come quello di Margherita Serra, scultrice di fama internazionale che, ad un certo punto, ha deciso di lasciare il posto fisso e seguire la sua passione di artista. Come ha fatto? Che percorso di studi ha fatto? Che difficoltà ha incontrato? Diresti mai che studiare architettura anziché storia dell’arte sia stato determinante? Scoprilo nell’intervista pubblicata sul nostro blog.

E per questo mese è tutto. A novembre ti aspetto per nuovi aggiornamenti, consigli e spunti di riflessione.

 

A presto. Rosalba

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Dal camping al glamping, il campeggio chic ed ecologico https://www.fiorerosalba.com/camping-glamping-campeggio-chic-ecologico/ Thu, 20 Oct 2022 14:45:35 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60298 FioreRosalba.com
Dal camping al glamping, il campeggio chic ed ecologico

La vacanza en plein air piace sempre di più. Il perché è presto detto: è un tipo di vacanza flessibile; generalmente economica e sicura; quasi sempre ecologica e sostenibile; spesso pet-friendly. In Italia è molto amata non solo dai turisti italiani, ma anche da quelli stranieri perché il nostro paese, per le sue caratteristiche intrinseche, […]

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Dal camping al glamping, il campeggio chic ed ecologico

La vacanza en plein air piace sempre di più. Il perché è presto detto: è un tipo di vacanza flessibile; generalmente economica e sicura; quasi sempre ecologica e sostenibile; spesso pet-friendly. In Italia è molto amata non solo dai turisti italiani, ma anche da quelli stranieri perché il nostro paese, per le sue caratteristiche intrinseche, si presta in modo particolare a questo tipo di turismo. Per di più, quello delle vacanze outdoor è un comparto che negli ultimi anni ha saputo guadagnarsi e conquistare la fiducia dei turisti soprattutto grazie alla propria capacità di evolversi, intercettando necessità, richieste e bisogni del pubblico e diversificando l’offerta con servizi in grado di garantire ogni tipo comfort. Non è dunque solo la conseguenza del bisogno di vivere all’aperto dopo le restrizioni causate dalla pandemia da Covid: si tratta di un trend che prosegue da diversi anni e che sta dando origine a nuove forme di vacanza en plein air come ad esempio il glamping.

 

 

Cos’è il Glamping

 

Il glamping è l’evoluzione del campeggio in chiave chic. O sarebbe meglio dire glamour. La parola glamping, infatti, è l’unione dei termini inglesi glamour e camping. È un tipo di campeggio che si sta imponendo rapidamente tra gli amanti del turismo in tenda o bungalow e ha caratteristiche ben precise: in tenda sì; a contatto con la natura, pure; ma senza rinunciare al comfort e alle comodità. E se c’è un po’ di lusso tanto meglio.

Il trend si è sviluppato soprattutto nel Nord Europa ma ha iniziato a fare capolino anche in Italia, dove non mancano le location suggestive. Una delle caratteristiche delle vacanze glamping, infatti, è quella di trovarsi in luoghi fascinosi e mozzafiato, dei quali il nostro paese è certamente ricco al mare, in collina, in montagna.

Qui il turista non deve snervarsi a montare la tenda da campeggio o dormire in roulotte o in uno scomodo sacco a pelo, ma trova strutture eleganti, dentro e fuori: tende spaziose, bungalow o mini cottage con ampie verande. O magari alloggi non-ordinari, come una specie di tenda trasparente per ammirare le stelle; una tenda sospesa tra gli alberi, un “cottage” galleggiante.

Il tutto super accessoriato: cuscini, materassi, angolo cottura, bagno privato. Nei casi più lussuosi, persino una piccola Spa o una zona relax e il “servizio in camera”. E può essere praticato anche in inverno.

Ma sempre con un occhio alla sostenibilità. Il turista che sceglie il camping glamping ama stare nella natura e fare escursioni e gite, ma non solo viaggia con bagaglio leggero, zaino e abbigliamento comodo; è anche quello che preferisce avere una piccola impronta ecologica. Ecco perché un campeggio è glamour quando è ecosostenibile: materiali ecologici e riciclati; energia da fonti rinnovabili e magari autoprodotta; prodotti locali e tipici.

 

 

Gestore di campeggio glamping

 

Insomma, dal lato del turista non è la solita vacanza in tenda, ma un’esperienza da vivere e raccontare una volta tornati a casa.

Dal lato del gestore di campeggio il glamping è un ottimo modo per differenziare la propria offerta rispetto ai concorrenti e rappresenta oggi un’interessante opportunità di business.

Aprire un glamping non richiede adempimenti burocratici particolari rispetto ad un normale campeggio, mentre i costi possono essere superiori vista la necessità di realizzare unità abitative dotate di arredi e altri accessori da installare (elettricità, servizi ecc). Determinante, in questo caso, è senz’altro la scelta della location: insieme con l’allestimento (dove la creatività è d’obbligo), la location è ciò che differenzia l’offerta turistica e dunque permette di rientrare rapidamente dall’investimento iniziale. Importante sarà svolgere un’adeguata attività promozionale.

Così come una buona gestione amministrativa e una buona capacità di accogliere e rispondere alle necessità degli ospiti sarà importante per la riuscita dell’attività imprenditoriale.

In questo senso può essere d’aiuto un corso specifico propedeutico all’apertura dell’attività, dove imparare a definire le caratteristiche dell’offerta ricettiva e a gestire l’impresa dal punto di vista amministrativo e finanziario. Senza dimenticare che il gestore di campeggio deve saper organizzare gli spazi e i servizi; avere buone doti comunicative per relazionarsi positivamente con gli ospiti; conoscere un minimo di tecniche di marketing.

Il glamping rappresenta un nuovo modo di fare turismo. Le persone sono sempre più propense a cercare momenti di relax all’insegna della natura, della libertà all’aria aperta in famiglia o con gli amici. E se stavi pensando di aprire una tua attività, aprire e/o gestire un glamping potrebbe aprirti tante nuove prospettive di lavoro.

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Lo scultore è donna: la scelta di Margherita Serra https://www.fiorerosalba.com/lo-scultore-e-donna-la-scelta-di-margherita-serra/ Wed, 05 Oct 2022 10:02:17 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60131 FioreRosalba.com
Lo scultore è donna: la scelta di Margherita Serra

Dai tempi di Properzia De’ Rossi, vissuta a cavallo tra il XV e il XVI secolo e considerata il primo scultore donna, le cose per le artiste di sesso femminile sono migliorate ma non poi tanto. È quindi doppiamente coraggiosa la scelta di Margherita Serra di lasciare il posto sicuro di architetto al comune di […]

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Lo scultore è donna: la scelta di Margherita Serra

Dai tempi di Properzia De’ Rossi, vissuta a cavallo tra il XV e il XVI secolo e considerata il primo scultore donna, le cose per le artiste di sesso femminile sono migliorate ma non poi tanto. È quindi doppiamente coraggiosa la scelta di Margherita Serra di lasciare il posto sicuro di architetto al comune di Brescia per dedicarsi interamente all’arte e al suo amore per la scultura che tante soddisfazioni le sta regalando. Un esempio di come la passione unita alla competenza sia in grado di aprire qualsiasi porta.

 

 

Margherita Serra, lei è nata e ha frequentato gli studi a Brescia, ma le sue origini sono lucane e ha trascorso l’infanzia a Matera: che influenza hanno avuto queste origini nel suo lavoro di artista?

 

I paesaggi materani hanno influito moltissimo, nei ricordi, nelle esperienze e nel cuore. Trascorrevo tutte le estati nelle campagne con i nonni, quindi ho imparato subito ad amare questa terra. Qui è nata la mia passione per l’arte, in particolare per la scultura: da bambina scolpivo le pietre, che mi hanno sempre affascinato: anche il sasso è una forma scultorea. Quindi sì, la Basilicata e Matera in particolare non sono un dettaglio nel mio percorso come artista: quei paesaggi tipici, così diversi da quelli di Brescia, la città dove sono nata e cresciuta, hanno avuto sicuramente un peso. Non a caso alcune mie sculture oggi sono inserite in un ipogeo, un Sasso meraviglioso.

 

 

Non si diventa artiste per caso, quindi. Ma poi alla passione bisogna aggiungere la competenza: qual è stato il suo percorso formativo? Cosa è stato determinante?

 

Ho avuto tante esperienze: sono stata insegnante di scuola materna, dieci anni bellissimi; poi di scuola media e superiore. Ma più di tutto mi hanno aiutato i miei studi di architettura, professione che ho esercitato fino al 1994 come dirigente al comune di Brescia. Con l’architettura bisogna disegnare molto (per esempio ho partecipato al rilievo di tutto il complesso di Santa Giulia) e la scultura è principalmente basata sul disegno. Mi ha anche aiutato a conoscere i materiali. Quindi l’architettura ha contribuito moltissimo: alcune mie sculture, in effetti, sono architettoniche.

 

 

Come mai la scelta di lasciare il posto fisso?

 

La vita qualche volta ti mette davanti ad un bivio. A me è successo nel 1994. Ho fatto una scelta controcorrente, ma non avevo altra possibilità per coltivare la mia passione artistica. All’epoca lavoravo a tempo pieno nelle commissioni edilizie, negli studi di progettazione, con grandi responsabilità. Però, grazie agli straordinari, riuscivo ad accumulare ore che poi recuperavo andando a Carrara per lavorare la pietra e fare i laboratori.

Ad un certo punto, per alcune decisioni prese dall’amministrazione comunale, questo non è stato più possibile e quindi ho dovuto scegliere tra l’impiego al comune e la passione artistica.

Non è stata una decisione semplice, anche perché investiva la famiglia. Ero indecisa: lasciare un posto sicuro per fare l’artista, te l’immagini? È stato Luciano Caramel, un mio critico d’arte e persona di grande cultura, a darmi il consiglio giusto. Mi disse: se sei una professionista non puoi fare due cose, o l’una o l’altra; se ritieni di essere un’artista professionista allora vai e lasci il posto da architetto.

Ho seguito il suo consiglio. Quindi mi sono licenziata. Tra l’altro ho lasciato il posto ad un’altra donna che ha fatto il concorso e l’ha vinto. Sono stata molto contenta per lei e anche per me perché a quel punto ero libera di proseguire la mia strada e di fare progressi: grosse mostre, progetti importanti come la collaborazione con la Perla, promotrice della mostra a Villa delle Rose, Bologna, curata da Martina Corniate e la Camera Nazionale della Moda che ha aperto la stagione primavera estate dell’anno 2005 con la mostra Corsetti e dintorni alla presenza di Gillo Dorfles.

 

 

Nessun pentimento o rimpianto?

 

No. Se mi guardo indietro direi che ho vinto il terno al Lotto. E questo mi ha insegnato che quando sei ad un bivio devi veramente seguire quello che ritieni giusto per te. Per altro ero già sulla “buona strada”: nel 1993, prima che lasciassi il posto da architetto, il comune di Matera mi aveva assegnato in concessione d’uso uno spazio espositivo, grazie alla 771 (una legge speciale sui Sassi) in qualità di artista internazionale e tutt’oggi a Matera ho uno spazio, ristrutturato a mie spese che mi dà grandissima soddisfazione. Adesso vivo tra Matera e Brescia e viaggio molto.

 

 

Il consiglio quindi è quello di assumersi la responsabilità delle proprie scelte e lavorare per realizzarle?

 

Assolutamente sì. È faticoso e rischioso, ma puoi trovare delle soddisfazioni che non ti aspetti, non bisogna mai demoralizzarsi.

 

 

A Matera quest’estate lei ha esposto con nomi importanti come Gillo Dorfles e Ugo Nespolo…

 

Questa è solo l’ultima mostra importante: io ho sempre fatto mostre di grande livello internazionale, comprese quelle con artisti americani: faccio parte del gruppo Sculpture Guild di New York, il che mi ha permesso di invitare in Italia artisti internazionali importanti portando a Matera molta cultura (e molto business).

 

 

A proposito di moda, perché lei scolpisce corsetti e crinoline?

 

Tanti me lo chiedono, ma non so mai bene cosa rispondere. È stato un percorso che mi ha portato lì. Io ho cominciato con l’arte figurativa (nature morte, ritratti), però quando hai una passione non sei mai del tutto soddisfatta, aspiri a qualcosa di più.

E così ho continuato le mie ricerche: figurativo, acrilici, astrazione, bronzo, vetro di Murano, ferro, acciaio, etc..

Col bronzo ho conosciuto l’argilla, che però a me risultava troppo morbida.

Volevo qualcosa di più forte, tenace; forme pulite, limpide, distese (forse influenzata dal mio background come architetto), mentre l’argilla è troppo duttile, non faceva per me. Così ho iniziato a frequentare i laboratori a Carrara per lavorare il marmo. L’antologica al museo di Gallarate nel 2000 segna l’ingresso del corsetto con l’opera Femminilità 2000, che riproduce un indumento femminile molto ricamato. Mi piaceva l’idea di studiare una struttura che contenesse un corpo di donna ma senza costringerla come accadeva un tempo; una femminilità prorompente, fatta di ricami ed eleganza ma anche forza; un’esaltazione della bellezza degli attributi femminili.

Non ho mai amato la scultura come soprammobile.

Per me la scultura deve trasmettere un messaggio. Prima dei corsetti ho portato avanti tutta una produzione di élan vital, lo “slancio vitale” di Henri Bergson, secondo il quale attraverso lo spirito la materia si eleva.

 

 

Il suo artista di riferimento?

 

Ci sono tanti artisti, ma l’unico è Michelangelo. Il Tondo Pitti mi ha fulminato: è stato l’inizio del mio scalpellare da ragazza.

 

 

Che consiglio si sente di dare a chi volesse intraprendere una carriera d’artista a livello professionale?

 

Il consiglio è: crederci, metterci anima e amore. E allora i risultati arrivano. I ragazzi specialmente hanno grandi potenzialità, sono meravigliosi. Se vogliono fortemente qualcosa ce la fanno. Rispetto a quando ho cominciato io, grazie a internet e ai social network ci sono maggiori possibilità di farsi conoscere: oggi è un po’ più semplice. E poi l’arte non morirà mai: è l’essenza della vita.

 

 

Errori? Ripensamenti?

 

Errori direi di no; difficoltà se sei donna sì. Purtroppo, se sei donna è doppiamente complicato fare l’artista. Specie nella scultura, mestiere tipicamente maschile. Ho avuto sempre difficoltà. Mi sono scontrata con artisti maschi nei simposi di scultura: dicevano che avevo le unghie troppo lunghe e con le unghie lunghe non si può scolpire. Figurarsi: non solo le avevo le unghie, ma pure dipinte!

Gli ho dimostrato, vincendo una scommessa, che si sbagliavano: alla fine del concorso avevo una scultura e le unghie ancora lunghe. Perché è il cervello che conta. Ci vuole forza, ma anche intelligenza. La materia, specialmente il marmo, va trattata con competenza e con dolcezza. E secondo il suo verso: se vai contro il suo verso, il marmo si spacca. È una realtà anche questa: la donna deve tribolare dieci volte di più dei colleghi maschi. Altro consiglio che posso dare è di non cedere mai alle lusinghe del mercato e agire secondo la propria coscienza e con rigore, mantenendo i piedi per terra.

 

 

Progetti per il futuro?

 

Il futuro è aperto, spero mi riservi ancora qualcosa di buono. In ogni caso, non ho rimpianti, sono contenta e soddisfatta di quello che ho realizzato. Sono state scelte difficili ma bisogna avere coraggio e rischiare, senza però fare salti nel buio: è importante farsi sempre consigliare da persone di fiducia e, soprattutto, competenti.

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Ingegnere civile: le conferenze come percorso di ingresso https://www.fiorerosalba.com/ingegnere-civile-le-conferenze-come-percorso-di-ingresso/ Wed, 28 Sep 2022 13:51:09 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60054 FioreRosalba.com
Ingegnere civile: le conferenze come percorso di ingresso

Il compito degli ingegneri ha un grande impatto sulla nostra vita quotidiana. Come si accede all’ingegneria civile? Gli ingegneri civili formano il mondo intero intorno a noi tutti. Sono coinvolti in eventi di riparazione e manutenzione di infrastrutture come ad esempio strade, ponti, dighe e ferrovie, edifici civili e industriali, edifici costieri e marittimi, autostrade […]

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Ingegnere civile: le conferenze come percorso di ingresso

Il compito degli ingegneri ha un grande impatto sulla nostra vita quotidiana. Come si accede all’ingegneria civile? Gli ingegneri civili formano il mondo intero intorno a noi tutti. Sono coinvolti in eventi di riparazione e manutenzione di infrastrutture come ad esempio strade, ponti, dighe e ferrovie, edifici civili e industriali, edifici costieri e marittimi, autostrade e trasporti, ferrovie o gestione dei materiali di scarto.

 

Carriere direttamente legate a:

 

  • Ispettore edile
  • Consulente d’opere d’ingegneria
  • Manifattura civile
  • Ingegnere del design e dello stile
  • Ingegnere strutturale
  • Ingegnere dell’acquedotti

 

 

Settore ingegneristico e manifatturiero: il lavoro con una laurea in ingegneria

Conferenza per ingeneri il passepartout

 

Avrai bisogno di competenze per raggiungere questo settore competitivo, dal pensiero critico e trovare risposte creative ai problemi alla matematica, capacità di comunicare in modo efficace.

Vai ad una conferenza dedicata all’ingegneria civile, è un ottimo punto di partenza, se vuoi assicurarti che il lavoro nell’ingegneria sia quello che stai realmente cercando. Molti sono divertenti, di solito gratuiti, puoi comprendere cosa implica questa posizione e forniscono chiari esempi della disciplina applicata a contesti nel mondo reale.

Grazie agli eventi per ingegneri avrai un semplice modo per incontrare persone simili, collegarti con futuri datori di lavoro e ti daranno la possibilità di discutere le tue opzioni di formazione e occupazione.

L’ordine degli ingegneri organizza eventi e le università offrono giornate di prova per offrire ai potenziali studenti un’idea di come potrebbe essere frequentare il corso di laurea all’interno della nicchia. Frequentando, potresti incontrare studenti che frequentano il corso, conoscere i moduli del corso e il contenuto effettivo, richiedere un tour dal campus e, se hai successo, provare alcune attività pratiche.

A seguito della pandemia, molti di questi eventi ora si svolgono online. Gli eventi virtuali possono comunque essere incredibilmente utili e accademici, quindi non evitarli usando l’occasione per andarci. Verificare con gli organismi professionali e le istituzioni per scoprire che tipo di eventi stanno organizzando.

 

 

Frequentare qualche lezione all’università

Insegui il tuo percorso

 

Convinto che dovresti diventare una ingegnere civile? Il tuo passo successivo dovrebbe essere quello di capire come è probabile che ciò accada.

Hai diverse opzioni ma una cosa è chiara: avrai bisogno di requisiti pertinenti e questo implica studiare o praticare.

Studiare per ottenere una laurea in ingegneria civile a scuola può essere il corso accademico più difficile e di gran lunga il più utilizzato nella professione. La maggior parte delle aziende offre stipendi interessanti per chi ha una laurea in ingegneria.

 

 

Se la scuola non fa per te personalmente, hai preso in considerazione un apprendistato nel settore di supporto dell’ingegneria?

 

Da apprendista potresti guadagnare mentre scopri un nuovo lavoro. Per ottenere la qualifica la strada lavorativa richiede molto più tempo ma lungo la strada potresti acquisire un’esperienza pratica inestimabile. Gli apprendistati di ingegneria civile sono spesso forniti dai migliori datori di lavoro, a vari livelli. I datori di lavoro offrono spesso tirocini di laurea in disegno civile.

 

 

Donne ingegnere

 

Grazie in parte a organizzazioni come ad esempio AIDIA (https://www.aidia-italia.it/), che lavorano per incoraggiare le donne a entrare nel settore, le donne ora costituiscono molto più del 24% della forza lavoro principale STEM. La quantità di donne nelle funzioni di ingegneria è quasi raddoppiata nell’ultimo decennio.

Il settore punta ad avere 1,5 milioni di donne che lavorano nelle materie STEM entro il 2030. Il 30% della forza lavoro sarebbe femminile. Il 30% è visto come il “livello di massa critica” in cui un gruppo minoritario di donne avrebbe la capacità di cambiare il mondo.

 

I corsi di laurea in ingegneria disponibili:

 

 

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Disabilità e metaverso, la realtà e il futuro https://www.fiorerosalba.com/disabilita-e-metaverso-la-realta-e-il-futuro/ Wed, 28 Sep 2022 08:40:31 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60046 FioreRosalba.com
Disabilità e metaverso, la realtà e il futuro

«La disabilità di una persona è relativa all’ambiente circostante: se devo entrare in un negozio e ci sono cinque gradini, se ho la carrozzina non ci posso entrare, se ho le protesi invece sì. Quindi nel momento in cui tutti abbiamo la possibilità di fare qualcosa, la parola disabilità non esiste più. Se volessimo immaginarci […]

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Disabilità e metaverso, la realtà e il futuro

«La disabilità di una persona è relativa all’ambiente circostante: se devo entrare in un negozio e ci sono cinque gradini, se ho la carrozzina non ci posso entrare, se ho le protesi invece sì. Quindi nel momento in cui tutti abbiamo la possibilità di fare qualcosa, la parola disabilità non esiste più. Se volessimo immaginarci un mondo utopico dove ci sono “rampe” per tutti, intendo aiuti anche tecnologici per ogni tipo di disabilità, ecco, il concetto stesso non esisterebbe più». Il ragionamento di Bebe Vio è disarmante nella sua semplicità ed in fondo è su questo elementare principio che si basa la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità approvata nel 2006 e ratificata dal parlamento italiano nel 2009.

 

I principi ispiratori della Convenzione sono quelli delle pari opportunità con lo scopo di garantire e promuovere il pieno godimento dei diritti e delle libertà per tutte le persone con disabilità, principalmente eliminando tutte le possibili barriere, fisiche e sociali.

 

 

Convenzione Onu diritti delle persone con disabilità

 

Come spesso accade, però, ai principi non seguono azioni adeguate e ancora oggi, come ha recentemente denunciato Marco Farinelli sul sito di informazioni dell’Onu, la Convenzione Onu è largamente disattesa.

 

Eppure oggi la tecnologia, come sottolinea Bebe Vio in questa intervista, può fare la differenza e dare un importante contributo all’abbattimento di ogni barriera, architettonica e non.

 

Si discute, per esempio, di metaverso, lo spazio virtuale interconnesso con il mondo reale popolato da avatar per capire come esso possa diventare uno strumento utile per migliorare la vita delle persone in difficoltà per motivi fisici o mentali.

 

Il metaverso è un ambiente digitale generato da un computer in cui si entra attraverso un avatar che agisce attraverso la realtà virtuale, la realtà aumentata o entrambe. Sono già all’opera equipe di neuroscienziati convinti che questo “nuovo mondo” possa offrire un concreto aiuto terapeutico nella cura e nel trattamento di patologie psichiatriche o neurologiche, come fobie, disturbi dell’alimentazione, autismo e nella riabilitazione per recuperare la funzionalità di un braccio o di una gamba in chi è stato colpito da un ictus.

 

Al punto che sta emergendo la nuova figura del neuroscienziato traslazionale, capace sia di portare avanti la ricerca che di interfacciarsi con i medici per trovare le soluzioni di cui hanno bisogno.

 

Per altro, per restare al tema delle nuove professioni, il metaverso rappresenta un terreno estremamente fertile, come lo è stata a suo tempo internet che ha visto la nascita di professioni che prima non esistevano (dal marketing digitale al social media manager, dal creatore di contenuti per il web, al big data analyst).

 

 

Le nuove professioni del metaverso

 

 

Ora con il metaverso stanno prendendo piede nuove professioni e/o si stanno trasformando quelle che già esistono. Ad esempio, ci vuole un architetto “digitale” per progettare uno spazio virtuale. Servono anche grafici esperti di 3D e animazione, per non parlare di sviluppatori, programmatori, ingegneri informatici ed esperti di blockchain.

 

E forse non avevi pensato che un domani, se lavori con le nuove tecnologie, potresti essere di grande aiuto alle persone disabili.

 

Se tutto questo verrà messo al servizio delle persone e non (solo) del business lo scopriremo presto. Di sicuro le potenzialità della realtà virtuale o delle nuove tecnologie nell’aiutare chi è in difficoltà, come per esempio le persone disabili, ci sono tutte.

 

La tecnologia moderna mette già a disposizione strumenti e ausili impensabili solo fino a pochi anni fa: dalle sofisticatissime protesi in grado di permettere gli stessi identici movimenti di un arto umano alle tecnologie Li-Fi (acronimo che sta per Light Fidelity) che attraverso i fasci di luce trasmettono dati e informazioni e sono utili per persone affette da sordità o sono ipovedenti; oppure i guanti in grado di tradurre il linguaggio dei segni in testo su PC.

 

Ma lo spazio virtuale del metaverso promette di fare di più. Da un lato può contribuire ad “annullare” le diversità fisiche reali. Dall’altro potrà permettere alle persone con disabilità e deficit (visivi, sonori, motori) di poter “vedere”, “toccare”, “sentire” e “viaggiare”, ricevendo nuovi stimoli e facendo esperienze nuove, in un certo senso “alla pari” con i normodotati.

 

Non sono, probabilmente, le pari opportunità che associazioni, famiglie e Onu chiedono da decenni, ma ci si avvicina molto. Naturalmente non è detto che nel metaverso saranno davvero tutte rose e fiori. Sono in molti, infatti, a chiedersi se l’universo parallelo sia davvero un futuro positivo per il genere umano.

 

E resta il fatto che è ancora nel mondo reale che la maggior parte degli esseri umani vive e lavora. E questo è indiscutibile soprattutto per le persone con handicap, se è vero che è proprio in questa categoria di cittadini che si annidano povertà ed emarginazione con la conseguenza di tenere lontane le nuove tecnologie ancora appannaggio di chi può permetterselo.

 

Se nel metaverso o grazie ad altre tecnologie, le persone in carrozzina, non udenti o non vedenti possono ritrovare una sorta di normalità, accessibilità e indipendenza, nella realtà hanno sempre bisogno di assistenza per le necessità quotidiane; cioè di avere accanto persone competenti e sensibili, capaci di garantire loro – con gentilezza ed empatia – ciò di cui hanno bisogno, specialmente nei casi più difficili e gravi.

 

Così, ci sarà sempre la necessità – per le famiglie, ma anche per le imprese e le istituzioni – di poter contare su figure preparate e professionali.

 

Per diventarlo, come in tutte le cose, non bastano l’interesse o la passione. Serve studio e applicazione, perché è sbagliato pensare che quello del care giver o dell’assistente familiare sia un mestiere di ripiego o poco gratificante: interagire con le persone, specialmente le più fragili, richiede un surplus di attenzione e responsabilità oltre che conoscenze specifiche.

 

Se poi oltre ad avere interesse per le relazioni umane sei anche appassionato o appassionata di nuove tecnologie o hai dimestichezza con il digitale, allora il binomio è perfetto e sei già proiettato/a nel futuro: potrai svolgere la professione di assistente alla persona con una marcia in più.

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Annuncio di lavoro, come leggerlo per non sbagliare https://www.fiorerosalba.com/annuncio-di-lavoro-come-leggerlo-per-non-sbagliare/ Wed, 28 Sep 2022 08:28:04 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=60043 FioreRosalba.com
Annuncio di lavoro, come leggerlo per non sbagliare

L’annuncio di lavoro è lo strumento principale con il quale le aziende fanno sapere di voler assumere e le persone possono candidarsi per la posizione aperta. È uno strumento potente ma spesso usato male, cosa che crea incomprensioni, false aspettative, perdite di tempo, con il corollario di delusione e scoraggiamento.     Caratteristiche di un […]

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Annuncio di lavoro, come leggerlo per non sbagliare

L’annuncio di lavoro è lo strumento principale con il quale le aziende fanno sapere di voler assumere e le persone possono candidarsi per la posizione aperta. È uno strumento potente ma spesso usato male, cosa che crea incomprensioni, false aspettative, perdite di tempo, con il corollario di delusione e scoraggiamento.

 

 

Caratteristiche di un annuncio di lavoro efficace

Cosa e come scrive

 

 

Troppo spesso, la redazione di un annuncio di lavoro viene liquidata come una pratica da sbrigare velocemente. Ancora più spesso, il testo dell’annuncio segue cliché e modelli pre-compilati che, di fatto, non fanno comprendere al candidato chi c’è davvero dall’altra parte né cosa cerca esattamente.

 

La conseguenza è che le persone dedicano tempo a inviare curriculum per posizioni non adatte, mentre le aziende si ritrovano con montagne di candidature con profili non in linea.

 

Per ridurre questo rischio, è importante che il titolo dell’annuncio non sia generico; che  siano indicati la città dove si svolgerà il lavoro e il livello richiesto (senior o junior); che la descrizione spieghi bene – in dettaglio – quali sono le principali responsabilità, i compiti previsti e le attività quotidiane da svolgere una volta assunti evitando di fare ricorso al gergo aziendale che potrebbe rendere difficoltosa la comprensione all’esterno.

 

Per attirare il candidato giusto, però, può non essere sufficiente indicare il livello di istruzione, le certificazioni e/o le esperienze lavorative richiesti. Le aziende più dinamiche oggi fanno molto più affidamento sulle cosiddette soft skill (le competenze trasversali come saper lavorare in team, avere autonomia organizzativa, essere proattivi ecc) e lo sottolineano con enfasi nei loro annunci (come, ad esempio, in questo caso).

 

Allo stesso modo, l’azienda che voglia attrarre i candidati migliori non si limita a descrivere nel dettaglio il profilo cercato e le condizioni economiche (tipo di contratto, stipendio, orario) ma descrive anche se stessa: racconta la propria storia, i valori ai quali si ispira, le innovazioni realizzate, i progetti attuati, i clienti con i quali ha lavorato, il clima aziendale. Insomma spiega bene cosa offre al candidato dal punto di vista della soddisfazione personale, della possibilità di fare carriera e anche dei benefit che potrà ottenere.

 

Perché, in fondo, quello tra azienda e dipendente è un matrimonio per interesse di entrambi.

 

 

Come leggere un annuncio di lavoro

E’ l’annuncio di lavoro giusto per te?

 

Dato che, come detto, spesso gli annunci sono frettolosi, generici e lasciano ampio margine di ambiguità, imparare a leggere tra le righe dell’annuncio può farti risparmiare tempo ed energie, oltre ad evitarti brutte sorprese e delusioni. Prenditi il tempo che serve a fare un attento screening dell’offerta di lavoro: in questo modo sarai in grado di dedicarti solo agli annunci migliori scartando quelli peggiori.

 

Una prima cosa a cui prestare attenzione è l’ordine con cui sono elencate le mansioni che dovrai svolgere. Quando non hanno le idee chiarissime (e anche con l’intento di risparmiare uno stipendio), le aziende tendono a fare un lungo elenco di mansioni da assegnare al nuovo assunto. Non è una buona pratica, né per l’azienda né per il candidato perché non esiste nessuno che sappia fare bene tutto-tutto. Ciò detto, tieni presente che di solito le mansioni chiave sono elencate per prime e con buona probabilità saranno quelle nelle quali ti dovrai impegnare.

 

Osserva anche se c’è equilibrio tra le mansioni e i requisiti richiesti: tante mansioni e magari di elevata responsabilità con requisiti poco stringenti non sono quasi mai un buon segno. Al contrario, quando viene indicato l’ufficio/responsabile al quale farai riferimento nel futuro lavoro (es: «La figura cercata collaborerà con l’ufficio marketing…»), normalmente significa che l’azienda ha un progetto chiaro e ben definito.

 

Concentrati anche sulle soft skill richieste, sia quelle ben esplicitate sia quelle implicite che riesci a scovare tra le righe perché, come abbiamo visto, sono estremamente importanti, al pari di qualifiche, esperienze e livello di istruzione.

 

Questo lavoro di analisi è indispensabile anche per un altro motivo. Se gli annunci sono spesso generici e approssimativi, ciò non significa che il tuo Curriculum Vitae vada bene per tutte le offerte di lavoro: leggere con attenzione e senza fretta l’annuncio ti farà evitare uno degli errori più comuni (inviare lo stesso CV a tutti) perché sarai in grado di calibrare il curriculum sulle reali esigenze e aspettative dei recruiter.

 

Il consiglio, di nuovo, è quello di dedicare un po’ di tempo a mettere a fuoco le parole chiave contenute nell’annuncio e a riscrivere il tuo CV e soprattutto la lettera di presentazione tenendole ben a mente. In questo modo non solo valorizzi il tuo profilo e aumenti le chance di arrivare al colloquio, ma fai vedere al recruiter di aver letto con attenzione l’annuncio e dunque di essere persona attenta e precisa. Proprio quella che fa per lui.

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Non dormire, ma sognare https://www.fiorerosalba.com/non-dormire-ma-sognare/ Wed, 14 Sep 2022 09:29:20 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=59588 FioreRosalba.com
Non dormire, ma sognare

Hai sempre desiderato iniziare un’attività/cambiare lavoro? Ti sembra che il tuo sogno stia lì sullo scaffale a prendere polvere? Anche per me è stato così: c’è stato un tempo in cui sognavo ad occhi aperti di avviare una mia attività, ma mi sono resa conto presto che sognare non mi avrebbe portato dove volevo.   […]

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Non dormire, ma sognare

Hai sempre desiderato iniziare un’attività/cambiare lavoro? Ti sembra che il tuo sogno stia lì sullo scaffale a prendere polvere? Anche per me è stato così: c’è stato un tempo in cui sognavo ad occhi aperti di avviare una mia attività, ma mi sono resa conto presto che sognare non mi avrebbe portato dove volevo.

 

Dovevo agire.

 

Quando ho capito che la mia più grande soddisfazione era vedere le persone farcela, specie quelle adulte, mi sono gettata nello studio per specializzarmi. Avrò fatto 40-50 corsi (ho perso il conto). E questo dopo aver vissuto per sei/sette mesi lavorando dalle 9 alle 21 e poi la sera dalle 22 preparando la tesi fino alle tre di notte.

 

 

Avere un sogno nel cassetto

 

Oggi ho la mia azienda, ma ho capito anche un’altra cosa: avere un sogno nel cassetto è sano. Ho capito che avevano ragione Nelson Mandela, quando diceva che «un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso», e Walt Disney, secondo il quale «se puoi sognarlo, puoi farlo».

 

Perciò conservo gelosamente sullo scaffale il mio grande sogno di essere la prossima Lynda.com (la grande piattaforma di corsi online che oggi è entrata a far parte di Linkedin Learning): è l’obiettivo che tiene viva la mia voglia di migliorarmi e di crescere.

 

Per realizzare il proprio sogno non è necessario essere un genio-visionario come Disney o un coraggioso combattente come Mandela. Basta anche sapersi guardare un po’ intorno, per capire dove tira il vento.

 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa notizia: Amazon ha acquisito una società belga che produce tecnologia per l’automatizzazione degli stabilimenti i cui 200 dipendenti entreranno direttamente nella Divisione Robotica del colosso dell’e-commerce.

 

Qualunque cosa si pensi di Amazon, non si può negare che sappia anticipare il futuro: c’è uno tsunami che sta travolgendo il mondo del lavoro. Lo conferma anche il World Economic Forum che in un rapporto del 2020 segnalava che entro il 2025 85 milioni di posti di lavoro nel mondo potrebbero essere sostituiti a causa dell’introduzione delle macchine (specie nelle mansioni ripetitive) e che potrebbero emergere 97 milioni di nuove professioni più adatte ai nuovi assetti organizzativi aziendali.

 

Sempre entro il 2025 (cioè domani) secondo il WEF i ruoli più routinari caleranno dal 15,4% della forza lavoro al 9% (-6,4%) e le professioni emergenti cresceranno dal 7,8% al 13,5% (+5,7%)

 

Quindi se sei tra coloro che stanno decidendo come aggiornare le proprie competenze o quale percorso di studi intraprendere, puntare sulla programmazione neurolinguistica o su materie come l’ingegneria informatica, i big data e tutto ciò che concerne l’IOT (Internet Of Things) può rivelarsi la scelta vincente.

 

Ma ci sono anche cose che non cambieranno. Come, ad esempio, il desiderio degli esseri umani di vivere a contatto con la natura o comunque in un contesto di realtà a misura d’uomo, lontano da ritmi frenetici e stressanti.

 

Queste sono senz’altro alcune delle motivazioni (i sogni sullo scaffale) che spingono le persone a lavorare in un agriturismo o ad andarci in vacanza. Non a caso si tratta di un segmento turistico in forte crescita, che ha risentito della pandemia ma meno di altri settori.

 

Mettere in piedi un agriturismo da zero può essere impegnativo, sia sul piano economico che burocratico, ma hai pensato alla possibilità di prenderne in gestione uno già avviato? Qui trovi informazioni e consigli che potrebbero esserti utili.

 

Ti aspetto qui a ottobre per altre novità e altri aggiornamenti, consigli e spunti di riflessione.

 

A presto.

Rosalba

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Gestire un agriturismo per lavorare (e vivere) a contatto con la natura https://www.fiorerosalba.com/gestire-un-agriturismo-per-lavorare-e-vivere-a-contatto-con-la-natura/ Wed, 31 Aug 2022 11:02:31 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=59321 FioreRosalba.com
Gestire un agriturismo per lavorare (e vivere) a contatto con la natura

Aprire un agriturismo per cambiare vita e lavorare a contatto con la natura: un sogno di molte persone spesso, però, difficile da realizzare. Se non si ha la fortuna di nascere in una famiglia di agricoltori, che già possiedono un terreno coltivato, un allevamento, una struttura, l’impresa può risultare davvero ardua a causa dei costi […]

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Gestire un agriturismo per lavorare (e vivere) a contatto con la natura

Aprire un agriturismo per cambiare vita e lavorare a contatto con la natura: un sogno di molte persone spesso, però, difficile da realizzare. Se non si ha la fortuna di nascere in una famiglia di agricoltori, che già possiedono un terreno coltivato, un allevamento, una struttura, l’impresa può risultare davvero ardua a causa dei costi iniziali. Quella di gestire un agriturismo anziché comprarlo può allora essere la soluzione, almeno per cominciare.

 

 

Gestire un agriturismo: opportunità e vantaggi

 

L’agriturismo in Italia va a gonfie vele, con un’offerta extra-alberghiera in costante crescita. Il nostro paese, fatto di piccoli comuni e tanta diversità culturale, ambientale ed eno-gastronomica, si presta particolarmente bene a questo tipo di turismo “lento”. Gli ospiti hanno la possibilità di vivere esperienze fortemente caratterizzate dalla tipicità dei prodotti locali e della natura del posto, che offre momenti di divertimento, di scoperta, ma anche di relax.

 

E così succede che (dati Istat del 2021)

 

  • in Italia esistono oltre 25 mila agriturismi
  • negli ultimi 13 anni il loro numero è aumentato del 41,4% (ovvero 7.340 unità)
  • il tasso medio annuo di crescita tra il 2007 e il 2020 è stato del 2,5%.

 

Naturalmente, non sono tutte rose e fiori. La pandemia ha fatto sentire i suoi effetti a causa delle chiusure e del drastico calo delle presenze. Ma la buona salute del settore è dimostrata dal fatto che comunque, persino nell’anno nero del Covid, è proseguita la crescita, anche se più contenuta.

Un dato della ricerca Istat (quello sulle chiusure) indica in modo particolare quali sono le opportunità per gestire un agriturismo con successo. Infatti, tra i 1.385 agriturismi cessati nel 2020, oltre il 30% non offriva servizi di alloggio né di ristorazione ma solo servizi di degustazione, trekking, attività sportive.

Significa che resistono meglio gli agriturismi che offrono l’alloggio (ha chiuso solo l’1,9%), quelli che offrono la ristorazione (1,5%), mentre le strutture che hanno sia alloggio che ristorazione praticamente non chiudono (0,8%), oltre ad essere anche più longeve, specie se abbinano a questi servizi anche altri tipi di attività.

 

 

Come gestire un agriturismo

 

Insomma, anche gestire un agriturismo – come qualsiasi altra attività turistica – richiede di saper scegliere e individuare l’offerta giusta proposta nel modo giusto al pubblico giusto. Non basta essere semplicemente proprietari di una struttura o possedere un terreno agricolo: per sfruttare le molte opportunità, occorre caratterizzare la propria struttura in modo che si differenzi dagli altri agriturismi sfruttando, ad esempio, le peculiarità del territorio o dell’azienda agricola e decidendo di conseguenza quali attività svolgere: enogastronomia; ecosostenibilità; trekking ed escursioni; valorizzazione del patrimonio storico-culturale; fattorie didattiche.

Anche il tipo di target al quale rivolgersi è cruciale perché determina le potenzialità di guadagno ma anche il tipo di investimenti da fare e l’organizzazione della struttura.

La scelta del profilo agrituristico, quindi, non può essere casuale e richiede sempre un minimo di competenze e conoscenze che aiutino a ideare e sviluppare attività originali che possano incrementare l’attrattività turistica dell’azienda e aumentare così i guadagni.

Inoltre, poiché si tratta di un lavoro che porta a diretto contatto con il consumatore, conoscere qualche tecnica di comunicazione e marketing non guasta, sia che si tratti di un agriturismo gestito in forma familiare o in forma aziendale. E sia che tu voglia proporti direttamente come gestore di una struttura già avviata o sia il proprietario della struttura e voglia migliorare la qualità dei servizi.

In entrambi i casi, può aiutarti un corso specifico con il quale approfondire temi quali la definizione dell’offerta turistica, le promozioni e le attività di marketing, l’accoglienza degli ospiti, l’organizzazione del servizio di ristoro e alloggio, il coordinamento degli eventuali dipendenti, la verifica del gradimento dei clienti, la gestione amministrativa.

 

 

Prendere in gestione un agriturismo

 

Al proprietario dell’agriturismo, cioè all’imprenditore agricolo, competono anche altre mansioni e altri obblighi come la coltivazione dei terreni, la gestione degli allevamenti, la trasformazione dei prodotti, oltre che alcuni adempimenti burocratici come l’ottenimento del “certificato di connessione” richiesto in alcune regioni.

Il gestore, invece, si occupa prevalentemente dell’organizzazione delle attività e dell’accoglienza degli ospiti.

Le due figure devono necessariamente collaborare, perché da entrambe dipende la buona riuscita dell’attività: l’uno manda avanti l’impresa agricola – cuore di qualsiasi agriturismo; l’altro gestisce l’attività turistica in senso stretto, basandosi su ciò che l’azienda e il territorio sono in grado di offrire, portando idee e spunti per venire incontro alle richieste e alle necessità degli ospiti.

Anche quando l’imprenditore agricolo che cede in gestione decide di continuare a partecipare all’attività della struttura, il gestore mantiene comunque una notevole autonomia perché è parte attiva della buona riuscita dell’impresa e riconosce al proprietario una percentuale dei ricavi o paga un affitto.

Il gestore, pur non essendo un imprenditore agricolo, deve conoscere il territorio e le sue peculiarità; le caratteristiche dei prodotti; le attività che si possono svolgere; le normative di riferimento.

Ecco perché, oltre ad un corso per diventare gestore di agriturismo, ti sarà utile avere un forte legame con il territorio e con tutto ciò che riguarda la vita di campagna, a contatto con la natura e gli animali.

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Programmazione neuro linguistica, perché studiarla se vuoi lavorare nel digital marketing https://www.fiorerosalba.com/programmazione-neuro-linguistica-perche-studiarla-se-vuoi-lavorare-nel-digital-marketing/ Wed, 31 Aug 2022 10:54:09 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=59314 FioreRosalba.com
Programmazione neuro linguistica, perché studiarla se vuoi lavorare nel digital marketing

La Programmazione Neuro Linguistica (acronimo PNL) è una tecnica che utilizza il linguaggio per modificare il pensiero e dunque i comportamenti delle persone. Viene impiegata solitamente in campo terapeutico e psicologico per trattare fobie e ansie, ma anche per aiutare ad essere più motivati e più produttivi sul lavoro e avere più fiducia in se […]

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Programmazione neuro linguistica, perché studiarla se vuoi lavorare nel digital marketing

La Programmazione Neuro Linguistica (acronimo PNL) è una tecnica che utilizza il linguaggio per modificare il pensiero e dunque i comportamenti delle persone.

Viene impiegata solitamente in campo terapeutico e psicologico per trattare fobie e ansie, ma anche per aiutare ad essere più motivati e più produttivi sul lavoro e avere più fiducia in se stessi. In generale, per migliorare le capacità comunicative e dunque relazionali.

Non è una metodologia riconosciuta; non c’è una regolamentazione formale e ci sono pareri discordi sulla sua efficacia in campo terapeutico. Ma se hai pensato che la Programmazione neuro linguistica sia roba da psicologi forse ti sorprenderà sapere che il suo impiego può arrivare fino al marketing digitale, dove una comunicazione efficace è strategica per le vendite.

 

 

Vendere con la Programmazione neuro linguistica

 

Siti web; campagne pubblicitarie online e sui social media; newsletter: su tutto questo si regge, oggi, il marketing digitale. Significa che quanto più si riesce a rendere efficace e persuasiva la propria comunicazione tanto più si riuscirà ad attirare l’attenzione del potenziale cliente e dunque a vendere.

È una sfida nella quale sono impegnate tutte le aziende e le imprese che operano nel mercato moderno, con la conseguenza che non finisce mai la caccia alla tecnica di comunicazione più performante. E, per conseguenza, al professionista in grado di portare questo risultato.

Una sfida e una gara: chi capisce meglio cosa desidera il potenziale cliente e riesce a dare la risposta migliore vince. Cioè vende meglio il proprio prodotto o il proprio servizio rispetto al concorrente.

Ma per rendere efficace la propria comunicazione occorre instaurare una relazione, non basta più solo “fare pubblicità”. Serve capire cosa desiderano le persone; che emozioni provano; cosa attira maggiormente la loro attenzione e per quanto tempo; come avviene il processo decisionale.

È così che il marketing è stato via via contaminato dalla psicologia, dalla sociologia dei consumi e, oggi, dalle neuroscienze.

Dal momento che le parole non sono neutre, ma evocano immagini e sensazioni e agiscono sul pensiero, per guidare il consumatore nell’acquisto è importante scegliere quelle giuste, quelle più adatte al contesto e al tipo di messaggio che si vuole veicolare.

Soprattutto è importante stabilire una relazione che generi fiducia e faccia sentire il cliente compreso nelle sue esigenze e nei suoi bisogni.

La PNL, in quanto metodologia che lavora sul linguaggio e sulla relazione interpersonale, è una preziosa alleata nell’elaborazione di messaggi persuasivi.

La Programmazione neuro linguistica quindi è una competenza utile da possedere per chi non intende fare lo psicologo ma invece desidera lavorare nel marketing digitale. Non a caso alla PNL (insieme con il neuromarketing) fanno sempre più ricorso gli esperti di marketing digitale, i copywriter e anche i web designer: l’esperienza di navigazione su un sito da parte dell’utente è ormai oggetto di studi specifici che mettono insieme competenze di tipo sociologico, psicologico e neurologico.

Saper osservare i comportamenti delle persone e le loro reazioni dopo che hanno letto un testo, guardato un video, ascoltato un audio o scorso un manifesto mentre correvano a prendere l’autobus può fare la differenza tra una comunicazione efficace e dunque utile al business e una no.

Chi possiede questa abilità è certamente avvantaggiato perché è in grado di portare risultati tangibili all’azienda in termini di guadagni e fatturato. Una buona conoscenza delle dinamiche del linguaggio (e di come questo influisce sulla percezione e sulle decisioni delle persone) da applicare alla scrittura e alla comunicazione risulta dunque utile per chi voglia inserirsi da protagonista nel settore del marketing digitale.

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Ansia da prestazione nel lavoro e nello studio https://www.fiorerosalba.com/ansia-da-prestazione-nel-lavoro-e-nello-studio/ Fri, 05 Aug 2022 16:15:44 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=58867 FioreRosalba.com
Ansia da prestazione nel lavoro e nello studio

Agosto, un po’ come dicembre, è un momento di bilanci. Si tirano le somme e si fa il conto di cosa è andato secondo i piani e cosa no in relazione all’obiettivo che ci eravamo dati.   Questo momento di valutazione ci serve per programmare i mesi autunnali, dai quali di solito dipende l’esito di […]

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Ansia da prestazione nel lavoro e nello studio

Agosto, un po’ come dicembre, è un momento di bilanci. Si tirano le somme e si fa il conto di cosa è andato secondo i piani e cosa no in relazione all’obiettivo che ci eravamo dati.

 

Questo momento di valutazione ci serve per programmare i mesi autunnali, dai quali di solito dipende l’esito di un intero anno di lavoro, di studio o di carriera: che scuola fare dopo le medie; che facoltà dopo la maturità; quali attività aziendali implementare; quali investimenti fare.

 

Ma su cosa basiamo le nostre decisioni e su cosa misuriamo il nostro successo/insuccesso? Spesso e volentieri guardiamo agli altri e confrontiamo la nostra situazione con la loro.

 

Ansia e storie di successo

Cosa c’è dietro

 

È la solita storia: l’erba del vicino è sempre più verde. Anche adesso che di prati ne vediamo ben pochi, ma in compenso siamo bombardati di post su Facebook e foto su Instagram.

 

I sociologi la chiamano “società della performance”: siamo immersi in una narrazione continua, onnipresente ed esasperata che esalta solo il risultato finale. E noi siamo continuamente costretti a confrontarci con queste storie di successo che finiscono con il provocarci un senso di inadeguatezza, inferiorità, disagio.

 

Ma sono storie fasulle, nel senso che non dicono cosa c’è o c’è stato dietro. Non raccontano il percorso che è stato compiuto per arrivare lì, gli errori, gli stop and go. Noi vediamo solo la punta dell’iceberg, l’esito finale che è il risultato magari di una lunga serie di tentativi falliti.

 

Ogni persona di successo all’inizio non era nessuno, ha compiuto sbagli, ha fatto passi avanti e indietro.

 

Quindi la mia riflessione agostana è questa: buttiamo alle ortiche l’ansia da prestazione e paragoniamo i nostri progressi non su quelli compiuti dagli altri ma su quelli fatti da noi a partire dal primo giorno.

 

Riconosciamo il fatto che neanche “chi si è fatto da solo” ha fatto “tutto da solo”: ha avuto sicuramente un qualche tipo di aiuto. Vale anche per me: ho i miei mentori e collaboratori che mi hanno incoraggiato a raggiungere i miei obiettivi.

 

Allora, se vuoi dare una svolta alla tua carriera, chiedimi aiuto: ne sarei davvero felice.

 

***

 

Certificazione delle competenze

 

Intanto, ecco un primo aiuto: sai che è possibile certificare le proprie competenze? Anche quelle acquisite nel corso delle proprie esperienze lavorative e non? È una possibilità da non sottovalutare perché permette non solo di arricchire il proprio curriculum vitae, ma anche di presentarsi ad un datore di lavoro con un bagaglio di conoscenze certificato.

 

In questo articolo Certificazione Competenze in Camera di Commercio sul blog ti spieghiamo cos’è la certificazione delle competenze e chi la fa, ma qui voglio segnalarti che tra gli enti che se ne occupano ci sono anche le Camere di Commercio.

 

Ce n’è una per ogni provincia italiana e lavorando sul territorio conoscono molto bene il mercato del lavoro locale, i suoi problemi e le sue opportunità. Di conseguenza sanno quali sono le competenze maggiormente ricercate dalle aziende.

 

***

Competenze ricercate dal mondo del lavoro

 

A proposito di competenze: una di cui le imprese hanno bisogno come il pane è quella in ambito cyber security. Anche se a noi giunge notizia solo dei casi più eclatanti (quello della Regione Lazio e quello che ha coinvolto indirettamente l’Agenzia delle Entrate) i crimini informatici sono in vertiginoso aumento.

 

Perciò tutti gli esperti indicano che nei prossimi anni le aziende dovranno fare investimenti importanti sul fronte della sicurezza informatica e dunque avranno bisogno di personale qualificato: al momento mancano all’appello circa 100mila cyber security analyst e affini.

 

Ma chi è il cyber security analyst? Cosa fa? Come si diventa un esperto in sicurezza informatica? In questo articolo Sicurezza informatica e il Cyber Security Analyst trovi un po’ di informazioni, utili anche per manager e imprenditori che vogliono approfondire l’argomento non solo per sapere quali strade intraprendere per proteggere la propria azienda, ma anche per valutare al meglio le competenze di un eventuale consulente esterno.

 

Grazie per aver letto fin qui. Appuntamento a settembre.

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Sicurezza informatica: come diventare cyber security analyst https://www.fiorerosalba.com/sicurezza-informatica-come-diventare-cyber-security-analyst/ Fri, 05 Aug 2022 15:56:52 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=58864 FioreRosalba.com
Sicurezza informatica: come diventare cyber security analyst

Gli attacchi informatici sono ormai all’ordine del giorno. E siccome non c’è azienda o ente che non sia connesso a internet, non c’è azienda o ente che non sia a rischio. Tanto più che l’attuale contesto economico si basa sui dati (quasi sempre sensibili), sui quali le aziende più moderne costruiscono il loro business. Di […]

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Sicurezza informatica: come diventare cyber security analyst

Gli attacchi informatici sono ormai all’ordine del giorno. E siccome non c’è azienda o ente che non sia connesso a internet, non c’è azienda o ente che non sia a rischio. Tanto più che l’attuale contesto economico si basa sui dati (quasi sempre sensibili), sui quali le aziende più moderne costruiscono il loro business. Di conseguenza gli aspetti legati alla sicurezza diventano cruciali. Il guaio è che in Italia la cultura della sicurezza informatica non è ancora molto diffusa tra i manager e gli imprenditori e mancano all’appello ben 100mila esperti, ovvero cyber security analyst capaci non solo di fare prevenzione, ma di intervenire tempestivamente quando i cyber-malviventi hanno già colpito.

 

Chi è e cosa fa lo cyber security analyst

 

L’esperto in sicurezza informatica è una figura chiave non solo a causa della frequenza con cui vengono violate le reti aziendali, ma anche a causa delle norme sulla protezione dei dati e la privacy che stanno diventando sempre più severe.

 

L’analista per la cyber sicurezza si occupa proprio di questo: valutare eventuali falle nel sistema infrastrutturale dell’azienda e il suo grado di esposizione alle minacce hacker ed elaborare soluzioni e piani di intervento per mettere i dati al riparo da intrusioni esterne.

 

A seconda dell’organizzazione dove presta la sua opera, i compiti possono variare, ma la sostanza non cambia: supervisionando l’intero sistema (computer, reti, informazioni, software), il cyber security analyst gestisce il sistema, monitora, implementa misure, aggiorna gli strumenti, installa programmi, conduce test e verifiche, individua gli attacchi e le cause, redige piani, protocolli e policy, assicura le corrette procedure in caso di violazioni e per le comunicazioni all’autorità competente, forma il personale.

 

 

Come diventare esperto in sicurezza informatica

 

Come si vede, il cyber security analyst è una figura di responsabilità all’interno di un’azienda e richiede un’elevata capacità di pianificazione oltre che di lavoro in team: l’esperto informatico lavora a stretto contatto con tutta la struttura dal momento che le aziende sono interconnesse non solo con l’esterno ma anche al loro interno.

 

Si tratta di una professione iper specializzata ma, allo stesso tempo, il professionista che lavora nel campo della sicurezza informatica dispone di competenze tecniche piuttosto ampie e di elevata complessità, che vanno dall’analisi statistica alla conoscenza dei malware; dalla conoscenza di piattaforme e strumenti di controllo e test ai linguaggi di programmazione; dall’abilità in hacking etico alla precisione; dall’attenzione ai dettagli all’attitudine al problem solving.

 

Sono competenze che si acquisiscono in gran parte sul campo, con l’esperienza, la pratica e il confronto con altri esperti perché le tecnologie si evolvono continuamente. Quindi il cyber security analyst è una persona che non smette mai di studiare, approfondire e aggiornarsi. Così come l’imprenditore non dovrebbe mai trascurare l’aspetto della formazione continua per sé e/o per i propri collaboratori: studiare la materia con un corso specifico per manager può essere un valido aiuto non solo per orientarsi in un ambito cruciale per il business, ma anche per comprendere meglio cosa serve all’azienda e quali competenze deve avere un eventuale consulente esterno.

 

 

Cosa/dove studiare per lavorare nella sicurezza informatica

 

Se la materia è complessa, cruciale è partire con il piede giusto; cioè acquisire le conoscenze di base essenziali.

 

Gli esperti del settore sottolineano che sia necessaria una buona preparazione in

 

  • data science
  • linguaggi di programmazione
  • architettura e sviluppo delle reti informatiche
  • intelligenza artificiale e machine learning
  • tecnologie e loro sviluppo
  • cyber-crimine
  • modelli di difesa

 

Una laurea triennale in Ingegneria Informatica seguita da una laurea magistrale è il percorso minimo da intraprendere per chi voglia lavorare nel campo della sicurezza informatica, ma devi sapere che (probabilmente) non sarà sufficiente: per acquisire competenze avanzate ti occorrerà fare un passo in più frequentando corsi professionalizzanti o master.

 

Come vedi, è una professione molto difficile e impegnativa ma affascinante e molto richiesta. E se deciderai di intraprendere la strada della sicurezza informatica non ti mancheranno certo le occasioni lavorative e le soddisfazioni (professionali ed economiche).

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La Certificazione delle Competenze: come farla in Camera di Commercio https://www.fiorerosalba.com/la-certificazione-delle-competenze-come-farla-in-camera-di-commercio/ Fri, 05 Aug 2022 15:43:10 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=58847 FioreRosalba.com
La Certificazione delle Competenze: come farla in Camera di Commercio

Tra le competenze maggiormente richieste dalle imprese c’è quella digitale. Nel corso del 2021 – anche per effetto delle varie e ripetute chiusure causate dal Covid – oltre il 70% delle aziende ha investito in nuove tecnologie con la conseguente ricerca di personale con competenze adeguate. Personale che in quasi il 40% dei casi non […]

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La Certificazione delle Competenze: come farla in Camera di Commercio

Tra le competenze maggiormente richieste dalle imprese c’è quella digitale. Nel corso del 2021 – anche per effetto delle varie e ripetute chiusure causate dal Covid – oltre il 70% delle aziende ha investito in nuove tecnologie con la conseguente ricerca di personale con competenze adeguate. Personale che in quasi il 40% dei casi non trovano. Significa che per il 60% delle assunzioni è richiesta almeno una competenza digitale di base.

 

Significa anche che non possedere nessuna di queste competenze può voler dire restare fuori dal mercato del lavoro dei prossimi anni.

 

Purtroppo non sempre è possibile rimettersi a studiare, prendere un diploma o frequentare un corso per aggiornarsi, non solo nelle materie digitali ma in qualsiasi altra materia di interesse: ci sono la famiglia, il lavoro, altri impegni. Ma per fortuna qualche volta non è necessario: ci viene in soccorso la certificazione delle competenze, che permette a chiunque – professionista, studente, disoccupato, inoccupato – di dimostrare le conoscenze acquisite durante l’intero arco di vita, studio e lavoro.

 

 

La Certificazione delle competenze: cos’è

 

Dice il proverbio che non si finisce mai di imparare. E i proverbi, si sa, sono spesso il frutto dell’esperienza concreta: alzi la mano chi, nel corso della propria vita, non ha imparato cose nuove e fatto esperienze che hanno arricchito le proprie conoscenze. È quello che viene solitamente chiamato apprendimento non formale (cioè derivante da una scelta intenzionale della persona, che decide ad esempio di seguire un corso) e informale (cioè che si realizza attraverso l’esperienza, nel corso di attività legate al lavoro, alla vita quotidiana, agli hobby).

 

La certificazione delle competenze serve proprio a questo: farsi riconoscere queste conoscenze – per le quali si sono spesi tempo e risorse – al fine di valorizzarle e renderle spendibili nel mercato del lavoro secondo criteri e parametri univoci e riconosciuti.

 

In Italia la Certificazione delle Competenze è regolamentata dal Decreto legislativo n. 13 del 2013 che fissa le norme generali e gli standard per ridurre al minimo la discrezionalità. A questi criteri devono uniformarsi le Regioni e gli enti accreditati affinché il grado di conoscenza della persona sia stabilito in modo omogeneo a prescindere se si tratti di apprendimento formale, informale o non formale.

 

Il decreto, infatti, chiarisce il concetto di competenza definendola come la «comprovata capacità di utilizzare, in situazioni di lavoro, di studio o nello sviluppo professionale e personale, un insieme strutturato di conoscenze e di abilità acquisite nei contesti di apprendimento formale, non formale o informale».

 

Chi certifica le competenze?

 

La legge stabilisce che la certificazione delle competenze sia un atto pubblico e demanda il compito alle Regioni, le quali a loro volta possono accreditare altri enti sia pubblici che privati come scuole, università, centri di formazione e Camere di Commercio.

 

 

Certifica le tue competenze in Camera di Commercio

 

Nell’ambito della propria attività istituzionale di tutela degli interessi delle categorie produttive, le Camere di Commercio da tempo hanno iniziato ad interessarsi al tema della certificazione delle competenze, cercando di promuoverne la diffusione al fine di favorire sempre di più l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Infatti, si tratta di enti autonomi di diritto pubblico che rappresentano aziende e imprese di un determinato territorio e che svolgono funzioni di interesse generale curando lo sviluppo delle imprese associate in ambito locale.

 

Mediante accordi di collaborazione, progetti e percorsi di formazione, le Camere di Commercio cercano di promuovere lo sviluppo e l’adozione di sistemi di valutazione imparziale delle competenze acquisite da professionisti e studenti in specifici ambiti economici o in una determinata filiera produttiva allo scopo, appunto, di colmare il gap esistente tra le professionalità ricercate dalle aziende e le competenze realmente possedute dai candidati.

 

Il vantaggio di partecipare a questi progetti è che le Camere di Commercio sono presenti in tutte le provincie italiane e conoscono molto bene il tessuto produttivo locale, i problemi e le opportunità. Quindi sanno quali competenze le aziende cercano attivamente e in quali settori c’è più domanda.

 

Quest’anno, ad esempio, le Camere di Commercio sono impegnate in un progetto sulla certificazione delle competenze nel segmento turistico – in partnership con la Rete Nazionale degli istituti Alberghieri e Fipe Confcommercio – con l’obiettivo di favorire la riconoscibilità da parte delle imprese delle effettive competenze acquisite dagli studenti, ridurre la distanza tra domanda e offerta di lavoro e dare ai giovani il giusto riconoscimento della qualità professionale maturata.

 

Inoltre, le Camere di Commercio e Unioncamere hanno promosso il Portale per la valorizzazione delle Competenze, un progetto per «contribuire alla riduzione del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, attraverso una maggiore qualificazione dell’offerta da raggiungere mediante lo sviluppo di un modello innovativo per l’attestazione delle competenze maturate in contesti non formali e informali».

 

Attualmente il portale si rivolge agli studenti delle superiori e a tutti coloro i quali abbiano svolto attività di formazione e apprendimento in tre specifici settori di intervento: meccatronica, digitale e turismo.

 

 

Come si certifica una competenza

 

Se ritieni di aver acquisito una competenza (per aver fatto una esperienza o aver frequentato un corso) puoi richiedere il relativo riconoscimento ad uno degli enti accreditati dalle Regioni, dove trovi anche tutte le informazioni relative ai requisiti necessari.

 

L’ente esamina la documentazione e verifica la correttezza e la completezza dei documenti presentati. La competenza viene verificata tramite prove scritte, orali e/o pratiche. Ad esito positivo, ottieni un certificato che puoi aggiungere al tuo CV e che ti aiuta a:

 

 

  • trovare lavoro
  • dimostrare di possedere le competenze necessarie nel tuo ambito professionale
  • dimostrare la tua voglia di restare aggiornato professionalmente
  • iniziare una nuova attività professionale o fare carriera più velocemente.

 

 

Nel portale delle Camere di Commercio puoi fare tutto online, se sei interessato ad uno dei tre settori attualmente disponibili (meccatronica, digitale e turismo). Ti basta inserire i tuoi dati, fare i test e scaricare l’attestazione.

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Diritto bancario e addetto allo sportello https://www.fiorerosalba.com/diritto-bancario-addetto-allo-sportello/ Wed, 20 Jul 2022 14:41:23 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=58557 FioreRosalba.com
Diritto bancario e addetto allo sportello

Il diritto bancario, a livello strettamente giuridico, è una materia che può sembrare tecnica. Questa è una questione che interessa a tutti, perché qualsiasi pagamento, qualsiasi credito, necessità di finanziamento, mobilita le regole del diritto bancario. Il diritto bancario si gioca all’interno di una filiale bancaria, ma si gioca anche in molti altri luoghi (pagamento […]

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Diritto bancario e addetto allo sportello

Il diritto bancario, a livello strettamente giuridico, è una materia che può sembrare tecnica. Questa è una questione che interessa a tutti, perché qualsiasi pagamento, qualsiasi credito, necessità di finanziamento, mobilita le regole del diritto bancario. Il diritto bancario si gioca all’interno di una filiale bancaria, ma si gioca anche in molti altri luoghi (pagamento con carta di credito, acquisto online, un progetto di finanziamento). Chiunque lavori all’interno di una banca dovrebbe conoscerne almeno i rudimenti incluso ovviamente l’operatore di sportello bancario che tutti i giorni rappresenta la banca davanti i clienti.

La materia, inoltre, non è così tecnica come appare a prima vista perché trova i suoi fondamenti nelle norme del diritto civile ma anche venata di diritto speciale perché nel diritto bancario vi sono ambiti diversi: un aspetto molto importante campo è il diritto bancario dei consumatori ma anche quello del diritto bancario istituzionale. Allo stesso modo, ci sono alcune regole nel diritto commerciale, tradizionalmente i primi strumenti di credito erano strumenti di commercianti per commercianti ad esempio pagamenti con cambiali. Il diritto bancario è per la maggior parte di origine civile, alcune istituzioni con diritto commerciale del medioevo e un ampio strato di diritto speciale che può arrivare fino a tecnicismi molto elevati. Si tratta di una materia al crocevia di numerosi altri soggetti (diritto delle nuove tecnologie, diritto dei dati personali). In questa guida approfondiamo alcune delle conoscenze di tale materia che interessano gli addetti allo sportello.

 

Cosa deve sapere un operatore di sportello bancario: diritto bancario nuove competenze

 

Nella società c’è molto sovraindebitamento delle famiglie, quindi daremo forma alle regole bancarie di fronte a questi problemi. L’osservazione dei fatti sociali ha portato a cambiamenti nelle leggi che regolano le banche. Si può citare anche l’osservazione di una certa esclusione bancaria di una certa fascia di popolazione (assenza di conti bancari per alcune persone) che influenzerà il diritto bancario (diritto al conto, ecc.).

Anche il diritto bancario è strettamente legato all’economia. È al centro dei maggiori equilibri economici e monetari, che possono essere spiegati dal ruolo delle banche nelle economie. Le banche occupano un posto centrale tra gli agenti che hanno bisogno di denaro (quindi hanno bisogno di denaro) come le aziende con esigenze di finanziamento strutturale (per contanti) e i privati ​​che hanno bisogno di prestiti, e gli agenti che possono offrire denaro (in senso economico, questo significa che siamo rivolgendosi ai depositanti che depositano in conti bancari, ai risparmiatori e, più in generale, agli investitori). Saranno loro gli intermediari perché raccolgono la valuta e la ridistribuiscono sotto forma di crediti. Non sono intermediari neutrali, perché non solo lo raccoglie ma lo ridistribuisce tra chi lo possiede e chi ne ha bisogno.

Certamente sì, ma ciò che è molto particolare, è non si accontenta di compiere un’operazione di distribuzione, opera una trasformazione monetaria. La trasformazione bancaria consentirà alle banche di creare denaro: quando una banca presta 100, non deve necessariamente incassare 100, si applica un rapporto e richiede che le banche abbiano un valore di 8 quando presta 100. È un rapporto prudenziale.

Quando riscuote, il denaro sarà in parte prestato. Le banche sono altamente regolamentate perché, a causa di questa operazione di trasformazione monetaria, corrono due tipi di rischi per l’economia: mentre procede alla creazione di moneta, può procedere all’inflazione e le banche sono gli agenti a cui le autorità affidano la riscossione dei valuta (anche se ora lo fanno le aziende).

Quando il denaro viene raccolto e smaltito, i depositanti sono messi a rischio (in caso di fallimento). Ecco perché un intero corpus di regole arriva a imporre regole prudenziali agli istituti di credito (termini, a chi lo fanno, ecc.).

Questi rischi determinano una serie di regole che avranno un’influenza sulla legge bancaria. Le banche a causa delle loro attività (raccolta, risparmio, creazione di denaro) saranno fortemente regolamentate. Il regolamento si applicherà in maniera continuativa. Le regole istituzionali si applicano all’ente durante tutta l’attività ed esiste anche un regolamento di funzionamento. La regolamentazione degli stabilimenti e la regolamentazione delle operazioni costituiscono diritto bancario.

 

 

Cosa deve sapere un operatore di sportello bancario: operazioni bancarie

 

Negli anni è stato ridefinito il monopolio bancario lasciando solo una quota residua in termini di pagamento agli istituti di credito. I prestatori di servizi di pagamento sono di tre tipi:

 

  • istituti di credito,
  • istituti di moneta elettronica,
  • istituti di pagamento.

 

Da quando è stato creato lo status di moneta elettronica, per cui gli istituti di credito non hanno più il monopolio sull’emissione di moneta elettronica, tengono solo “esclusività” degli assegni in termini di servizi di pagamento. Il concetto di istituto di credito è cambiato e comprende due operazioni: la ricezione di fondi dal pubblico e la concessione di crediti.

La concessione del credito è aperta ad altri poiché compare lo status di società finanziaria. Si tratta quindi di una progressiva contrazione del monopolio bancario con nuovi attori. Per essere qualificate come operazioni bancarie, devono essere eseguite come di consueto. Poiché queste operazioni sono considerate operazioni rischiose, alle banche è vietato svolgere una serie di altre attività. Il perché è per tutelare i risparmiatori si vuole impedire alle banche di intraprendere attività commerciali che rappresenterebbero un rischio troppo grande per la loro attività di deposito.

Sono comunque autorizzati a svolgere un certo numero di attività connesse:

 

  • transazioni in cambi, oro e metalli preziosi,
  • operazioni in titoli,
  • locazione tramite locazione finanziaria,
  • servizi di pagamento.

 

Accanto a queste attività, negli ultimi trent’anni gli istituti di credito hanno fortemente diversificato la propria attività per lo sviluppo dei servizi finanziari. Oggi le banche hanno un doppio cappello: istituti di credito (cappello principale) e fornitore di servizi di investimento (cappello accessorio).

 

 

Operazioni di credito: cosa deve controllare un addetto allo sportello bancario

 

Un’operazione di credito è qualsiasi atto mediante il quale una persona che agisce a titolo oneroso rende o promette di mettere fondi a disposizione di un’altra persona, o assume nell’interesse di quest’ultima un impegno mediante firma come un avallo, un’obbligazione o una garanzia.

Il leasing e, in genere, qualsiasi operazione di locazione accompagnata da un’opzione di acquisto sono assimilati alle operazioni di credito. Questa definizione è molto insoddisfacente perché comprendiamo che c’è un problema di unità.

Il prestito è quindi una forma di operazione di credito, ma è una forma tra le altre. La promessa di prestito è l'”autorizzazione allo scoperto“. I crediti di firma sono transazioni di credito perché la banca sarà garante per il suo cliente. Le garanzie bancarie sono una parte importante del diritto bancario. Il leasing è la locazione di un immobile con possibilità di acquisto a fine locazione. In realtà, il bene viene acquistato dall’istituto di credito, locato al proprio cliente, su richiesta del cliente, e che include necessariamente un’opzione di acquisto.

 

Per operazioni bancarie si intendono le operazioni bancarie: ovvero le operazioni effettuate dagli istituti di credito nell’ambito del loro rapporto contrattuale con i propri clienti o eventualmente con altri istituti di credito.

 

 

Obblighi e doveri del bancario

 

Come ogni professionista, il bancario ha obblighi o doveri. Alcuni sono comuni ad altri professionisti (il dovere di informare con una colorazione particolare in ambito bancario). È spesso più denso che in altri settori di attività (ma non rispetto alle assicurazioni) e assume specifiche variazioni. Si trova in quasi tutti i settori di attività, tuttavia i doveri dei bancari sono più specifici e specifici della loro professione.

Questi doveri specifici sono spiegati dalla particolare posizione ricoperta dal bancario nei confronti della sua clientela. Il bancario consentirà la realizzazione di operazioni sia quotidiane che che impegnano una parte della vita dei suoi clienti.

La linea di condotta che il bancario deve seguire è complicata. Si dice spesso che è una linea di confine tra una discreta distanza con il suo cliente e uno sguardo saggio alle transazioni che il suo cliente effettua. Questi doveri e obblighi professionali che spiegheremo sono in parte previsti dalla legge. Trovano inoltre la loro origine in gran parte nella giurisprudenza che li libera in occasione di determinate controversie specifiche.

Tali doveri professionali hanno quindi un duplice aspetto: sia legale che giurisprudenziale, che generalmente sorgono in caso di contenzioso di responsabilità. Il contenzioso civile: si tratta di un contenzioso di responsabilità civile che si esercita nel quadro classico. Ciò che è abbastanza comune è il cliente che non è attore nell’azione ma nel risarcimento per domanda riconvenzionale.

Il contenzioso di responsabilità è costituito in parte da una difesa promossa da una clientela quando le banche hanno intrapreso un’azione legale. Gli obblighi dei bancario possono sorgere anche durante il contenzioso penale (esiste un diritto penale bancario), la responsabilità disciplinare può essere assunta dal dipendente che dovrebbe per tutelarsi rispettare il principio di non interferenza ovvero il bancario ha il dovere di non interferire nella conduzione, purché siano leciti, degli affari del suo cliente. Deve mantenere una certa distanza e mostrare “neutralità”.

Poi il dovere del segreto la legge sancisce un principio che di solito viene chiamato “segreto bancario” il che significa che il bancario ha un dovere di segreto: non deve divulgare informazioni riservate su questi clienti.

Questo dovere di segretezza, chi protegge? Mira a tutelare il cliente ma, ancor più in generale, tutte le persone con cui il bancario entrerà in contatto (come l’agente incaricato della gestione del conto di un cliente, come il beneficiario di un assegno). Il segreto bancario è opponibile a terzi e in misura significativa. Indurrà il bancario a rifiutarsi di comunicare informazioni sul suo cliente.

Detto questo, a differenza di altri segreti professionali, il segreto bancario è relativo. È relativo perché il cliente può autorizzare il proprio bancario a rivelare determinate informazioni a terzi (determinati o pubblici).

Le banche tendono a inserire clausole nei contratti per consentire a se stesse di divulgare queste informazioni. Il bancario deve osservarlo nei confronti di qualsiasi soggetto, anche nei confronti di altri istituti di credito: la legge non prevede la condivisione dei segreti tra istituti.

Vi sono deroghe al segreto bancario, che tendono ad essere sempre più numerose: nei procedimenti penali (il segreto bancario non può essere opposto all’autorità giudiziaria), nel caso di sequestro-attribuzione a terzo titolare (deve indicare il saldo del cliente sequestrato), procedimenti di divorzio (se il giudice reclama i saldi di conti bancari per fissare le pensioni o liquidazione del regime patrimoniale).

Ci sono tantissime altre cose che una persona che lavora in banca dovrebbe conoscere oggi ne abbiamo introdotte solo alcune.

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Ami gli animali? Trasforma la tua passione in un lavoro https://www.fiorerosalba.com/ami-animali-passione-lavoro/ https://www.fiorerosalba.com/ami-animali-passione-lavoro/#respond Tue, 14 Jun 2022 10:24:13 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=57962 FioreRosalba.com
Ami gli animali? Trasforma la tua passione in un lavoro

«Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita». Questa famosissima massima di Confucio forse è sopravvalutata, ma certamente fare un lavoro che piace e che coincide con le proprie passioni aiuta a sentire di meno il peso degli impegni e dei momenti difficili. Perciò, se ti piacciono gli animali hai […]

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Ami gli animali? Trasforma la tua passione in un lavoro

«Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita». Questa famosissima massima di Confucio forse è sopravvalutata, ma certamente fare un lavoro che piace e che coincide con le proprie passioni aiuta a sentire di meno il peso degli impegni e dei momenti difficili. Perciò, se ti piacciono gli animali hai mai pensato di trasformare questa tua passione in un lavoro? Tanto più che si tratta di un settore in costante crescita che offre tantissime opportunità sia per chi cerca un impiego fisso, sia per chi vorrebbe aprire una propria attività.

 

 

Sempre più animali da compagnia nelle case degli italiani

 

Cani, gatti, ma anche pesci, rettili, uccelli, tartarughe, criceti, cavalli: nelle case (e nei giardini) degli italiani c’è una fauna sempre più numerosa. L’ultima fotografia è dell’Eurispes che nel suo rapporto del 2021 certifica che il 40,2% degli italiani possiede almeno un animale, per il quale spende tra i 31 e i 100 euro al mese. Nel 2018 la percentuale era del 32,4%; nel 2020 del 39,5 (con un +5,9% sul 2019).

Per le adozioni c’è stato addirittura un vero e proprio boom: nel 2020 l’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali) ha registrato un +15% rispetto al 2019 (8.100 cani e 9.500 gatti).

Si tratta di amici a quattro zampe per i quali occorre procurarsi cibo, accessori vari (cucce, trasportini, ciotole, guinzagli, gabbie, giochi ecc), cure veterinarie e assistenza. E infatti anche la spesa è aumentata: rispetto al 2020 è più che raddoppiata la quota di italiani che per il loro animale da compagnia spende tra i 51 e i 100 euro mensili (dal 13,7% al 30,4%), mentre la percentuale di coloro che spendono tra 101 e 200 euro è passata addirittura dal 3,2% al 10,5%.

 

 

Lavorare con gli animali

 

Quello degli animali da compagnia è dunque un settore che “tira”: il giro d’affari si attesta sui 2 milioni di euro, con una crescita annua del 2,8 per cento.

I negozi specializzati nell’alimentazione e negli accessori per animali si diffondono sempre di più in tutta Italia e offrono importanti possibilità di occupazione anche per giovani alle prime armi e senza esperienza: costituiscono spesso il trampolino di lancio per chi poi decide di aprire una propria attività.

A meno che tu non voglia fare il veterinario, lo zoologo o l’etologo, professioni per le quali serve una laurea (veterinaria, scienze naturali e biologiche), per molte occupazioni legate agli animali può bastare la frequenza di un corso specifico, dove apprendere le nozioni base (razze e caratteristiche, benessere animale, tecniche e prodotti per la cura, alimentazione, aspetti organizzativi e amministrativi di un’attività legata agli animali) per poi fare esperienza e perfezionare sul campo le proprie competenze.

Esiste quindi un’ampia possibilità per lavorare a contatto con gli animali: alcune sicuramente le conosci; ad altre forse non ci hai mai pensato. Vediamole.

 

Toelettatore

 

Il toelettatore è colui o colei che si prende cura del pelo dell’animale (pulizia ed estetica), principalmente cani e gatti. Lavora come dipendente (presso strutture veterinarie, canili, allevamenti) o in modo autonomo con una propria attività.

 

Pet-sitter, addestratore, pet-therapist

Pet-sitter

Quando il proprietario, per lavoro o viaggi, non può occuparsi del proprio animale subentra il pet-sitter. Accudisce l’animale in tutto e per tutto durante l’assenza del proprietario. Il pet-sitter può essere anche pet-walker, cioè la persona che porta il cane a fare la passeggiata quotidiana (in questo caso è buona norma avere competenze sul comportamento degli animali domestici per essere in grado di affrontare eventuali problemi).

 

Addestratore

Quella dell’addestratore non è una professione normata. Di solito si diventa addestratori spinti da una forte passione e dalla dedizione. Naturalmente non guasta avere competenze specifiche ma la formazione avviene soprattutto stando costantemente a contatto con l’animale (cane, gatto, cavallo) per imparare a conoscerlo ed essere dunque in grado di interagire con lui. L’addestratore ha un ruolo importante, perché aiuta a risolvere i problemi che qualche volta si presentano tra animale e proprietario, ma anche per l’assistenza ai disabili (ad esempio cani per non vedenti) e per il soccorso (cani-poliziotto, cani da valanga, cani da salvataggio).

 

Pet therapist

È risaputo che il contatto con un cane o un gatto aiuta ad alleviare le sofferenze fisiche, psicologiche e neurologiche, tanto che in molte corsie di ospedali – soprattutto quelle pediatriche – si fa ricorso alla pet therapy.

Il pet therapist è un operatore che conosce il comportamento dell’animale e dunque sa scegliere quello più adatto in base all’obiettivo che si vuole raggiungere, dando le giuste istruzioni al paziente, ai familiari, agli infermieri e al resto del personale.

Ma la pet therapy può avere una valenza anche solo educativa e ludico-ricreativa. In ogni caso si tratta di una forma di collaborazione con gli animali (oggi prevalentemente cane, cavallo, asino, gatto e coniglio) dei quali è bene conoscere le caratteristiche sanitarie e comportamentali.

Per la grande diffusione che questa figura professionale sta avendo in Italia, si è deciso di regolamentarla, per tanto è necessario seguire corsi specifici per diventare professionista degli interventi assistiti con gli animali (Iaa). Inoltre, il ministero della Salute ha emanato delle precise linee guida, dal momento che il pet therapist lavora in equipe con altre figure professionali (veterinari e medici) e deve seguire precisi protocolli operativi che integrano medicina umana e veterinaria.

 

Assistente

Che si tratti di un canile, uno studio o clinica veterinaria, l’assistente è un operatore che sa occuparsi di animali sofferenti o in difficoltà; sa gestirli e sa come tranquillizzarli.

Nel caso di canili e gattili, dove si occupa della pulizia degli stalli, della somministrazione del cibo e dell’accoglienza, deve avere anche qualche abilità comunicativa per facilitare le adozioni.

Quando lavora in una clinica o studio, è il braccio destro del veterinario, svolgendo un po’ il ruolo di infermiere e aiutandolo a somministrare le medicine, tenere fermo l’animale durante la visita, prepararlo per un intervento.

Molti assistenti cominciano come volontari e apprendono il mestiere lavorando, ma se hai frequentato un corso avrai certamente maggiori possibilità di assunzione.

 

Allevatore

Come l’addestratore, anche l’allevatore solitamente è una persona che ama una razza al punto da volerla allevare. Più che per altre professioni, quella dell’allevatore è un’attività tipicamente imprenditoriale.

Oltre a conoscere le caratteristiche generali della specie che vuole allevare (cane, gatto, cavallo) l’allevatore è uno specialista della razza, della quale conosce le caratteristiche specifiche, le malattie ereditarie, le necessità alimentari e di benessere.

Fare l’allevatore professionista significa non solo seguire e difendere gli standard codificati, ma anche impegnarsi nel miglioramento della qualità della razza, del suo carattere e della sua salute facendo un’attenta selezione dei riproduttori sulla base di precise caratteristiche e sulla genealogia.

Come si vede, non basta amare gli animali. Per lavorare nel settore del pet in modo professionale occorre dedicare un impegno costante allo studio e alla conoscenza del loro comportamento, delle loro necessità, fino anche a specializzarsi in una determinata razza.

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Se l’assistente si fa virtuale https://www.fiorerosalba.com/assistente-virtuale/ https://www.fiorerosalba.com/assistente-virtuale/#respond Mon, 06 Jun 2022 08:22:10 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=57552 FioreRosalba.com
Se l’assistente si fa virtuale

Non c’è ufficio o studio professionale, per quanto piccolo, che non contempli la presenza di un o un’assistente. La presenza sul luogo di lavoro di questa figura professionale è ancora necessaria quando ci sono da svolgere attività di assistenza al cliente (ad esempio uno studio medico). Ma grazie alle tecnologie digitali oggi così diffuse gran […]

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Se l’assistente si fa virtuale

Non c’è ufficio o studio professionale, per quanto piccolo, che non contempli la presenza di un o un’assistente. La presenza sul luogo di lavoro di questa figura professionale è ancora necessaria quando ci sono da svolgere attività di assistenza al cliente (ad esempio uno studio medico). Ma grazie alle tecnologie digitali oggi così diffuse gran parte delle mansioni di assistenza può essere svolta da remoto senza troppi stravolgimenti. A meno che non si voglia fare un ulteriore salto e trasformarsi in assistente virtuale, una nuovissima professione che sta sempre più diffondendosi. Allora cambia tutto (o quasi).

 

Per capire chi è, cosa fa e come si diventa un’assistente virtuale professionista non c’è miglior modo che chiederlo a chi, come Debora Montoli, ha intrapreso questa strada con grande determinazione e successo: ha un canale Telegram seguitissimo e recentemente ha anche scritto un libro.

 

Debora, come ha iniziato?

Ho iniziato a lavorare subito dopo il diploma, a 19 anni, con un classico impiego da ufficio: i primi anni in contesti piccoli (sotto i 10 dipendenti); poi – dopo un soggiorno all’estero di 3 mesi – in una realtà molto più grande del settore editoriale (sopra i duemila dipendenti). Nel corso degli anni mi sono occupata di diverse cose: assistenza clienti, contabilità, grafica. Però avevo quel pallino di fare qualcosa di mio, senza sapere esattamente cosa. Man mano che il tempo passava il pallino diventava un pallone e così nel 2016 ho fatto il grande passo e ho dato le dimissioni, al buio. Non sapendo bene che strada prendere ho fatto quello che faccio di solito: andare a vedere cosa succede al di fuori dell’Italia. Spulciando le ricerche internet e i trend topics relativi alle competenze che avevo, ho visto che nel mondo anglosassone era già emersa e si stava consolidando la figura dell’assistente virtuale. In Italia questa figura era pressoché sconosciuta, ma era attivo un corso. Mi sono iscritta e sono partita da lì. Quindi praticamente da zero come libera professionista, a parte la quasi ventennale esperienza di lavoro impiegatizio.

 

Assistente virtuale

Cosa fa, in concreto, un’assistente virtuale?

Si dice virtuale, ma in realtà è una professione molto concreta e operativa. Virtuale è solo perché lavora online e da remoto [il sito di Debora Montoli, infatti, si chiama “Presente da remoto”, NdR]. Quindi l’assistente virtuale è una libera professionista, con normale partita Iva, che porta avanti la propria attività con più clienti anziché rispondere ad uno o più capi. Per altro, è una professione che comprende una varietà infinita di sottospecializzazioni: puoi trovare due assistenti virtuali che svolgono lavori completamente diversi e senza nessun punto di contatto. In generale, l’assistente virtuale prende in carico delle attività che le vengono delegate, nella maggior parte dei casi, da altri professionisti o imprenditori.

 

Quali attività, ad esempio?

Possono essere in diversi campi: amministrativo, comunicazione (programmazione e quant’altro), organizzazione di eventi, supporto operativo. Sia in ambito aziendale-professionale che privato: ci sono imprenditori che hanno bisogno di assistenza anche per quelle attività private delle quali, magari, non hanno il tempo di occuparsi. Non bisogna però pensare ad un lavoro in solitaria: a parte il periodo iniziale, non passa giorno in cui io non senta altre persone. Molto spesso, inoltre, capita di doversi relazionare con team di persone che svolgono altri compiti. In questo caso, l’assistente virtuale entra a far parte di tanti team fluidi con tante possibilità di “contaminazione” e ampliamento delle proprie abilità e conoscenze.

 

È stato difficile iniziare?

Beh, a parte le competenze tecniche che avevo in virtù delle esperienze già maturate, l’apertura della partita Iva è stato come trovarsi in un deserto senza avere alcun punto di riferimento: ti senti bloccato; non sai da che parte rigirarti o da dove iniziare. Ma la motivazione era più forte e ho continuato a provare e riprovare. La fortuna ha voluto che arrivasse subito un primo cliente (non avevo ancora nemmeno aperto la partita Iva): una sorta di balsamo, che mi ha aiutato a non demordere, anche se un cliente “non fa primavera”. E infatti, dopo di lui il nulla per alcuni mesi. Non mi contattava nessuno, nemmeno una richiesta di preventivo o di informazioni. Niente. Non potevo certo tirare avanti così. Dovevo trovare il modo di farmi conoscere, perciò ho sfruttato il (molto) tempo libero che avevo per studiare, approfondire e migliorare la mia comunicazione. La svolta è arrivata con il content marketing, cioè quella attività di comunicazione che sfrutta i contenuti e che è stata determinante per vincere la timidezza, imparare ad esprimermi in modo più creativo ed efficace e rimettermi in gioco. Fondamentale, poi, è stato il contatto con altri professionisti e la scoperta di realtà diverse, da cui ho imparato tantissimo. Una contaminazione molto proficua.

 

Che consigli si sente di dare a chi volesse tentare la strada dell’assistente virtuale, sia a chi già lavora come segretaria-assistente in ufficio, sia a chi ha appena finito gli studi.

Dobbiamo essere schietti. Staccarsi dal classico lavoro di ufficio o aprire la partita Iva “a freddo”, magari appena finiti gli studi e senza avere alcun tipo di esperienza, necessita di una mentalità allenata, di sangue freddo e determinazione. Naturalmente ci sono sempre eccezioni, però in generale non è una passeggiata di salute. È difficile anche per quelle persone che, come me, hanno alle spalle vent’anni di professione come dipendente e hanno quindi un certo bagaglio di conoscenza ed esperienza. Non lo dico per spaventare, ma per abituarsi all’idea che ci sono difficoltà oggettive. A partire dalla partita Iva in sé, per esempio: non si può più ragionare per mese ma per anno (ci saranno mesi in cui guadagni, altri in cui non tiri su niente). Soprattutto all’inizio occorre dimenticare il concetto di “mensilità fissa”. Come essere sulle montagne russe. Bisogna essere pronti.

 

E come si fa?

Con tanta, tanta disciplina, pazienza e determinazione. All’inizio, quando ho iniziato a comunicare per farmi conoscere sfruttando i media digitali, parlavo nel vuoto cosmico: non mi seguiva nessuno. Eppure non mi sono mai scoraggiata e ho tirato dritto. Se si decide di mettersi in proprio non si può prescindere dalla necessità di mettersi in gioco e buttare fuori contenuti. Se si parte da zero, poi, c’è il vantaggio che si può sperimentare senza temere di fare brutte figure. Non si ha nulla da perdere. Un’altra cosa positiva da considerare (e dunque da tenere a mente nei momenti di difficoltà) è che lavorando in proprio non hai nessuno che ti dice cosa fare. All’inizio può sembrare straniante, ma quando scopri che sei tu che fai le regole; che fai il bello e il cattivo tempo; che puoi gestire in autonomia il tuo tempo; che fai cose che ti aiutano a crescere (giuste e/o sbagliate) è entusiasmante. Non vorrai più tornare indietro.

 

In Italia c’è domanda di assistenti virtuali?

Devo dire di sì. Poi, con la pandemia, quando tutti volenti o nolenti sono dovuti andare sul digitale, c’è stato un incremento notevole per quel che ho potuto notare io. È cresciuta anche la domanda di professional organizer, la mia specializzazione.

 

 

Professional organizer

Di che si tratta?

Il professional organizer è colui o colei che è specializzato/a nell’organizzazione di tutti gli ambiti della vita, dal domestico al professionale (io ho scelto questa seconda strada). Io ci sono arrivata nel corso dei miei esperimenti. La questione è saltata fuori quando ad un certo punto mi sono resa conto che non potevo seguire più di un tot di clienti contemporaneamente: non era fisicamente possibile. Dovevo in qualche modo ottimizzare il mio tempo. Inoltre, ricevevo richieste da parte di persone che non volevano delegarmi delle attività ma cercavano aiuto per capire come collaborare meglio con la propria assistente, con il team, con i collaboratori. Quindi è stato quasi un passaggio naturale dedicarmi alla parte di organizzazione digitale (che è appunto la mia specializzazione). Dal 2018 sono iscritta all’Associazione dei Professional Organizer Italia (APOI). Quindi oggi all’attività operativa delle mansioni delegate affianco quella di consulenza per aiutare le persone a lavorare meglio, compresa la parte di content creation.

 

Per diventare assistente virtuale è meglio possedere un bagaglio di esperienza di lavoro tradizionale in ufficio come è stato nel suo caso oppure no?

Bella domanda. Le persone che non hanno esperienza lavorativa di solito quando entrano in un ufficio imparano per imitazione: seguono i colleghi senior, assorbono il clima, imparano come ci si rivolge ad un cliente, come si risponde al capo. In mancanza di ciò, se si è giovani e alle prime armi, allora ritorna quello che dicevo prima a proposito del farsi contaminare dagli altri: bisogna cercare ogni occasione possibile (anche solo online, non necessariamente nel mondo fisico) per relazionarsi con gli altri, con persone magari più esperte in vari campi. Se sei già segretaria o già lavori o hai lavorato come assistente di direzione hai un margine di vantaggio, fermo restando che è comunque indispensabile avere una predisposizione al digitale e acquisire un minimo di competenze in questo campo. Ci sono tanti corsi: è solo questione di volerlo fare. Per altro vorrei dire che oggi non esiste professione – anche la più tradizionale e manuale – che non richieda un minimo di competenze digitali.

 

Un ultimo consiglio?

Il mio consiglio, qualsiasi strada si scelga di seguire e nonostante il carico di impegno che dovesse arrivare, è quello di ritagliarsi sempre dello spazio per se stessi da dedicare alla formazione, alla lettura, alla contaminazione. Senza pensare all’utilizzo immediato che se ne può fare o all’utilità professionale. Serve per alimentare il proprio “lievito madre”, perché da cosa nasce cosa: oggi non lo sai, ma domani potresti scoprire che ti è stato utile. Informazione dopo informazione, la strada si svela mentre la percorri. In quest’ottica, è importante non avere fretta: la fretta è cattiva consigliera, non ti fa scegliere la via migliore e anzi ti spinge a dire di sì a tutto e accettare qualsiasi proposta. Ma in questo modo c’è il rischio di saturare il proprio tempo con attività sgradite e non lasciare spazio a quelle che ci interessano davvero. L’ho sperimentato in prima persona: bisogna imparare a dire di no e mettere dei limiti fin da subito.

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L’arte del sommelier https://www.fiorerosalba.com/larte-del-sommelier/ https://www.fiorerosalba.com/larte-del-sommelier/#respond Thu, 26 May 2022 08:45:03 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=57107 FioreRosalba.com
L’arte del sommelier

«Non esiste una ricetta o un vino giusti, ma esistono vini che piacciono e che sono cuciti addosso a chi li beve. È qui che entra in gioco il mio ruolo che è quello di individuare, scoprire e selezionare il vino che rappresenti al meglio i gusti di chi ho davanti». Con poche parole Marco […]

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L’arte del sommelier

«Non esiste una ricetta o un vino giusti, ma esistono vini che piacciono e che sono cuciti addosso a chi li beve. È qui che entra in gioco il mio ruolo che è quello di individuare, scoprire e selezionare il vino che rappresenti al meglio i gusti di chi ho davanti». Con poche parole Marco Reitano, uno dei più famosi e apprezzati sommelier italiani, dà il senso del lavoro del degustatore di vini. Una professione che non solo è tra le più richieste ma non conosce crisi.

 

Il settore della ristorazione non se la passa molto bene. Pandemia a parte, c’è un problema serio di personale di sala: paghe basse, lavoro nero, precarietà e mansioni spesso dequalificate stanno allontanando soprattutto le generazioni più giovani: è un fuggi fuggi generale.

 

Si salvano, a quanto pare, proprio i sommelier.

 

 

Sommelier si diventa

 

Parliamo di un mestiere che, a differenza di altre figure impiegate nella ristorazione, è di alta specializzazione e, per questo, gode di uno status migliore oltre che di migliore retribuzione.

 

Ma soprattutto è la figura che, più di altre, è in grado di garantire e preservare l’identità di un ristorante. Una carta dei vini studiata su misura, originale e ricercata; la selezione di etichette di nicchia; la scelta del tipo di bicchiere conferiscono personalità al ristorante, rappresentando dunque un valore aggiunto.

 

Per non dire che il giusto abbinamento vino-piatto valorizza il lavoro dello chef, offrendo al cliente un’esperienza che non verrà dimenticata: una sorpresa per il palato e per il proprio bagaglio di conoscenze.

 

Ecco perché, spiegano gli esperti del settore, un bravo sommelier è molto ambito e spesso i ristoratori fanno a gara ad accaparrarselo, arrivando a pagarlo anche il 10/15% in più di altri addetti di sala.

 

Ed ecco perché, a differenza di altre mansioni, sta crescendo fra i giovani l’interesse per questa professione e non sono rari i degustatori di vino professionisti under 30.

 

Ma sommelier non ci si improvvisa. Si parte dalla scuola alberghiera o da un corso professionale specialistico, ma poi è necessario proseguire il percorso approfondendo le proprie conoscenze, mettendosi alla prova con il servizio di sala, facendo esperienza. Il sommelier, in fondo, è un’artista del vino: lo interpreta; lo (ri)conosce e lo sa spiegare agli altri.

 

Non a caso, molti dei sommelier più famosi sono anche influencer nel loro settore, come Andrea Petrini (Slow Food e sommelier Ais) con oltre 21mila follower su Instagram; Gabriele Bianchi (miglior cameriere d’Italia e sommelier) con quasi 15mila; o Vincenzo Donatiello (pluripremiato sommelier, oggi Restaurant Manager a Doha dopo essere passato da un noto ristorante stellato di Milano) con 13mila follower.

Poi ci sono i veri e propri wine influencer come Simone Roveda, che in pochi anni ha superato i 200mila follower con il suo “Winery Lovers”.

 

Una schiera che si sta ampliando, perché anche nel vino e nell’enogastronomia come nella moda il ruolo dei blogger e degli influencer sta diventando strategico per molte aziende, in grado com’è di orientare le scelte dei consumatori.

 

È un altro modo per svolgere una professione che porta costantemente a viaggiare, conoscere luoghi e produttori, purché dietro ci siano sempre preparazione e competenza.

 

Il tutto tenuto insieme dalla passione per il vino, una bevanda antica quanto sofisticata, patrimonio culturale di enogastronomia e non solo, in continua evoluzione e scoperta. Che ora cerca di dare il proprio contributo anche sui temi della sostenibilità ambientale e della lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento.

 

L’Italia è leader nella produzione di vino biologico, con le superfici dei vigneti certificati bio che aumentano in media del 13% all’anno. Tanto che, proprio recentemente, Unione Italiana Vini (UIV) e Federbio (Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica) hanno siglato un accordo che dà vita a UIVBio, una federazione specifica delle imprese vinicole certificate bio.

 

Un’altra delle cose di cui il sommelier al passo con i tempi e sensibile alle richieste dei consumatori dovrà tenere conto.

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Addetto alle vendite: 4.0 è meglio https://www.fiorerosalba.com/addetto-alle-vendite-digitale/ https://www.fiorerosalba.com/addetto-alle-vendite-digitale/#respond Tue, 24 May 2022 16:36:34 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=57103 FioreRosalba.com
Addetto alle vendite: 4.0 è meglio

Inutile nasconderselo: l’e-commerce sta radicalmente modificando il settore del commercio, che si tratti della grande distribuzione o del piccolo negozio di quartiere. Nella misura in cui cambiano i comportamenti di acquisto dei consumatori per effetto delle nuove tecnologie digitali, anche l’organizzazione del lavoro e le figure professionali (compresa quella dell’addetto alle vendite) si stanno trasformando […]

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Addetto alle vendite: 4.0 è meglio

Inutile nasconderselo: l’e-commerce sta radicalmente modificando il settore del commercio, che si tratti della grande distribuzione o del piccolo negozio di quartiere. Nella misura in cui cambiano i comportamenti di acquisto dei consumatori per effetto delle nuove tecnologie digitali, anche l’organizzazione del lavoro e le figure professionali (compresa quella dell’addetto alle vendite) si stanno trasformando di conseguenza.

 

Prima della pandemia, per esempio, l’e-commerce nel settore del food in Italia rappresentava il 2% e si stimava un 6% entro cinque anni. Ci siamo arrivati a fine 2020: cinque anni in uno. Anche i pagamenti elettronici hanno fatto un balzo: ben 11 punti in più in soli otto mesi.

 

Sempre come conseguenza della spinta determinata dal Covid, nuovo sprint ha ricevuto il modello click&collect, una sorta di via di mezzo che permette al consumatore di acquistare online e ritirare in negozio e che si sta diffondendo anche tra i piccoli esercizi. Secondo recenti stime, nel 2020 i negozi che offrono questo servizio sono raddoppiati, mentre Salesforce (uno tra i più importanti sistemi cloud di Customer Relationship Management) ha calcolato che chi ha scelto questa opzione ha aumentato le vendite online in media del 49% su base annua (+57% fatturato) contro il 28% di chi non l’ha fatto (Fonte Sole24Ore).

 

 

E-commerce e digitale cambiano il ruolo dell’addetto alle vendite

 

Tutto questo potrebbe non avere ripercussioni sul mercato del lavoro nel settore del commercio?

 

Se il negozio fisico deve fare i conti con l’e-commerce e il digitale, adeguandosi a precisi standard tecnologici, è inevitabile che anche mansioni e competenze del personale debbano essere aggiornate.

 

In cima alla lista delle richieste da parte delle aziende del settore ci sono quelle professioni che hanno a che fare con l’analisi dei dati. Una delle conseguenze dell’integrazione digitale, infatti, è la presenza di una grande massa di dati. Sono informazioni cruciali che se adoperate bene possono fare la differenza in termini di vendite e quindi di fatturato.

 

 

Il commesso 4.0

 

Tra le figure maggiormente ricercate ci sono dunque quelle del data analyst, del programmatore e sviluppatore, dell’esperto di reti e tecnologie cloud, del cyber security manager, dell’esperto di automazione e robotica. E questo vale non solo per i colossi del commercio (che possono permettersi investimenti e assunzioni), ma anche per i piccoli negozi di vicinato.

 

Per esempio, il co-retail è un modello che permette ai commercianti (magari di una stessa via) di unire le forze e affidarsi ad un unico professionista che gli permetta di implementare le strategie necessarie per aprirsi al commercio elettronico.

 

E la figura del commesso? Non è immune dalla trasformazione, tanto che qualcuno già parla di commesso 4.0.

 

In un negozio fisico, le mansioni sono sempre le stesse: dalla sistemazione del punto vendita all’assistenza al cliente; dall’allestimento delle vetrine alla gestione della cassa e dei pagamenti; dall’inventario al rifornimento dei prodotti.

 

Il suo resta un ruolo chiave, che si basa non solo su una comunicazione efficace, sulla motivazione e sulla conoscenza del brand o dei prodotti venduti. Si basa anche sulla conoscenza delle tecniche di vendita, di promozione e delle strategie di marketing, quelle che vengono insegnate nei corsi per addetto alle vendite.

 

Queste competenze, insieme alla conoscenza di una lingua straniera (almeno l’inglese), costituiscono la base della professione. Ma chi voglia intraprendere questo mestiere per arrivare a ruoli più ambiti, per esempio nelle boutique dei marchi del lusso o in un’azienda della grande distribuzione, non dovrà soltanto essere capace di sistemare i prodotti sugli scaffali o gestire le scorte del magazzino.

 

Dovrà avere anche un po’ di competenze digitali per essere in grado di interagire con le piattaforme di e-commerce; di muoversi con disinvoltura nel modello del click&collect; di comprendere le esigenze di un consumatore molto più preparato e consapevole.

 

Dato che appena il 15% dei negozi italiani ha un sito internet ottimizzato per motori di ricerca; che solo il 15% investe sui social media per promuovere i prodotti e comunicare con i clienti; e che solo il 14% vende online sul proprio sito (dati Confcommercio), si capisce come possedere abilità digitali possa costituire un valore aggiunto e rendere ancora più appetibile la propria candidatura ad un eventuale annuncio di lavoro.

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Passo dopo passo: il calzolaio non è un mestiere per vecchi https://www.fiorerosalba.com/calzolaio-mestiere/ https://www.fiorerosalba.com/calzolaio-mestiere/#respond Wed, 18 May 2022 16:35:21 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=57098 FioreRosalba.com
Passo dopo passo: il calzolaio non è un mestiere per vecchi

In principio furono fibre vegetali e pelli non conciate: se quello del ciabattino non è il mestiere più antico del mondo poco ci manca. Data la loro conformazione fisica, gli esseri umani hanno dovuto presto trovare un modo per proteggersi i piedi: le prime calzature compaiono nelle pitture rupestri di 15mila anni fa, mentre la […]

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Passo dopo passo: il calzolaio non è un mestiere per vecchi

In principio furono fibre vegetali e pelli non conciate: se quello del ciabattino non è il mestiere più antico del mondo poco ci manca. Data la loro conformazione fisica, gli esseri umani hanno dovuto presto trovare un modo per proteggersi i piedi: le prime calzature compaiono nelle pitture rupestri di 15mila anni fa, mentre la “scarpa” più antica mai ritrovata risale al 3.500 Avanti Cristo. Da lì la storia della scarpa non si è più fermata e quello del calzolaio è diventato un mestiere che, secolo dopo secolo (o sarebbe meglio dire passo dopo passo), ha accompagnato lo sviluppo umano.

 

I calzaturifici moderni sono veri e propri impianti industriali dove si producono calzature su larga scala anche mediante macchinari sofisticati e catene di montaggio. Ma la produzione delle calzature mantiene il suo carattere artigianale sul quale, per altro, molto puntano i grandi marchi del lusso.

 

Il calzolaio: evoluzione di un mestiere antico

 

Lo sviluppo industriale non ha fatto venire meno la necessità di un approccio di tipo “artistico” al prodotto-scarpa, attraverso il quale combinare ogni volta in modo originale gusti, materiali e tecniche sempre più innovative: dai nuovi metodi di incollaggio (che richiedono conoscenze e competenze specifiche) alle tinture e lavaggi del pellame; dalla sanificazione e pulizia alle personalizzazioni di vario tipo (la cui domanda da parte dei consumatori è in continua crescita).

 

Per altro l’abilità e l’estro degli artigiani italiani restano indiscussi. Non a caso, l’Italia è il primo produttore di calzature dell’Unione europea, il tredicesimo nel mondo. Nonostante la crisi dovuta alla pandemia, nel 2020 sono stati prodotti 130,7 milioni di paia. Parliamo di un settore che conta circa 4.100 aziende e 72.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2019, pre-Covid, si aggirava attorno ai 14,3 miliardi di euro (fonte Assocalzaturifici).

 

Specialmente nel segmento lusso (dove è richiesto un elevato contenuto di originalità, gusto e conoscenze delle tendenze moda), il nostro paese è leader assoluto, soprattutto grazie alla superiore qualità del prodotto, ma anche alla straordinaria capacità di reinventare il mestiere e introdurre innovazioni nelle tecniche di fabbricazione.

 

La secolare tradizione manifatturiera viene trasmessa oggi anche grazie a scuole e corsi di formazione che contribuiscono a mantenere la produzione calzaturiera italiana tecnologicamente e stilisticamente all’avanguardia.

 

 

La nuova vita del “ciabattino”

 

Proprio le innovazioni stanno trasformando l’attività del calzolaio e, in un certo senso, gli stanno ridando nuova vita. Anche se una dopo l’altra dalle città sembrano sparire le tradizionali botteghe, il mestiere è tutt’altro che in estinzione. Intanto, è da segnalare la crescita della domanda di riparazioni, dopo l’ubriacatura dell’usa e getta e del consumismo sfrenato. E poi le lavorazioni richieste sono molto cambiate rispetto ad un tempo e sono possibili proprio grazie ai nuovi materiali, alle nuove tecniche e ai nuovi macchinari (esempio le presse) se si impara ad usarli correttamente. Per non parlare delle personalizzazioni e del su misura, sempre più richiesti.

 

In questo modo, una delle arti manuali più antiche per la produzione di beni di prima necessità si sta reinventando e tornando ad attrarre i giovani. I quali, a loro volta, portano una ventata di aria fresca grazie alle proprie competenze digitali, oggi indispensabili per comunicare, farsi conoscere, raggiungere un pubblico più ampio.

 

Che quello del calzolaio non sia un mestiere in via di estinzione lo testimonia proprio la presenza dei giovani. Tra gli oltre 460 iscritti a Calzolai 2.0 – l’associazione italiana dei calzolai che aderisce a Confcommercio – gli under 40 sono più del 22 per cento (dieci gli under 30) mentre gli over 60 sono solo poco più dell’8%.

 

Siamo abituati a pensare al calzolaio come al ciabattino di paese o di quartiere, chiuso nella sua piccola o piccolissima bottega; una specie di Mastro Geppetto delle scarpe. In realtà, come si vede, non è più così, anche se l’Italia calzaturiera resta caratterizzata dalla frammentarietà del suo tessuto imprenditoriale: per circa il 65% si tratta di microimprese che assorbono poco più del 13% dei lavoratori; le piccole imprese assorbono il 54,1% degli addetti. Dove? Prevalentemente in otto regioni: Veneto, Toscana, Lombardia, Marche, Emilia Romagna, Puglia, Piemonte, Campania.

 

 

Lavorare come calzolaio

 

Professionisti del tacco e della suola si diventa con l’esperienza, la pratica e lo studio. Non esiste attualmente una barriera all’entrata nella professione, ma all’aspirante addetto alla lavorazione delle calzature sono comunque richieste competenza e manualità, vista la grande varietà di attività che si svolge dentro un’impresa artigiana di calzature: personalizzazione, riparazione, creazione, lavaggio, sanificazione e “manutenzione” non solo di scarpe ma anche di valigie, cinture e altri accessori.

 

Aprire in proprio un piccolo laboratorio individuale non è complicato, ma occorre seguire il necessario iter burocratico (autorizzazione sanitaria; apertura della Partita Iva; iscrizione alla Camera di commercio; registrazione all’Albo delle Imprese Artigiane) e fare un investimento economico iniziale per l’affitto o l’acquisto del locale e delle attrezzature.

 

Ma non mancano le occasioni anche per chi invece volesse farsi assumere presso un calzaturificio industriale. Le aziende sono spesso alla ricerca di addetti e Assocalzaturifici ha creato un portale di annunci di imprese del settore.

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Cosa metto in vetrina? Chiedilo al visual merchandiser https://www.fiorerosalba.com/cosa-metto-in-vetrina-chiedilo-al-visual-merchandiser/ https://www.fiorerosalba.com/cosa-metto-in-vetrina-chiedilo-al-visual-merchandiser/#respond Thu, 12 May 2022 10:24:44 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56915 FioreRosalba.com
Cosa metto in vetrina? Chiedilo al visual merchandiser

«La mia erba è più verde della tua e te lo dimostro. Anzi te la mostro». Nel momento stesso in cui hanno iniziato a commerciare, gli esseri umani hanno sentito la necessità di mettere in mostra la propria merce per attirare acquirenti. Per lunghi secoli ciò è avvenuto nel modo più semplice: per terra, su […]

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Cosa metto in vetrina? Chiedilo al visual merchandiser

«La mia erba è più verde della tua e te lo dimostro. Anzi te la mostro». Nel momento stesso in cui hanno iniziato a commerciare, gli esseri umani hanno sentito la necessità di mettere in mostra la propria merce per attirare acquirenti. Per lunghi secoli ciò è avvenuto nel modo più semplice: per terra, su un carretto, su un tavolo (in molti luoghi del mondo, per altro, è ancora così). Finché non entrarono in commercio le grandi lastre di vetro (fine Ottocento) e aprirono i primi grandi magazzini e allora tutto cambiò: nasceva la vetrina come la intendiamo noi oggi.

 

 

Come sono nate le vetrine

 

L’allestimento di una vetrina ormai è una raffinata tecnica di comunicazione e marketing, che si basa non solo sulla creatività e sul gusto ma sulle conoscenze messe a disposizione dalla psicologia e dalla neuroscienza.

 

Ma per metterla a punto ci sono voluti tre secoli, da quando nelle grandi città occidentali si iniziarono a vedere i primi dispositivi «per mostrare i tessuti che spesso usavano le donne (sete, chintz o mussole) che pendevano in pieghe dietro le finissime vetrine in modo che l’effetto di questi fosse simile alle pieghe ordinarie dell’abito di una donna».

 

La svolta è avvenuta quando si è cominciato a capire che esporre la merce non era semplice questione di quantità, ma una narrazione per accendere la fantasia, il desiderio, l’ammirazione del passante; un modo sofisticato per catturarlo e invogliarlo ad entrare e a comprare.

 

Le vetrine, allora, cominciarono ad essere come un grande schermo cinematografico.

 

Enorme scalpore fece, nel 1909, il grande magazzino di Selfridges a Londra con la vetrina più lunga mai vista in Gran Bretagna: prendeva tutta la facciata del negozio e lasciò tutti letteralmente a bocca aperta grazie alle scene realistiche e ai modelli di cera.

 

Era il modello americano che faceva la sua comparsa in Europa. Infatti Gordon Selfridge era un imprenditore del Wisconsin e magnate della vendita al dettaglio naturalizzato britannico. Ma soprattutto Selfridge è considerato il padre della moderna Visual Merchandising, perché la riteneva fondamentale per il successo della grande distribuzione che cominciava a diffondersi.

 

Le sue vetrine erano esposizioni eclatanti, come quando ci piazzò un vero e proprio aereo richiamando più di 50.000 persone. E fu sempre lui il primo a lasciare accesa l’illuminazione della vetrina anche di notte, in modo che i passanti usciti dal teatro potessero ammirare le sue merci mentre tornavano a casa.

 

Aveva capito l’enorme potere attrattivo (e dunque l’impatto sulle vendite) di una vetrina allestita in modo strategico. Che diventava così qualcosa di più di un semplice elemento decorativo.

 

 

Moda e non solo

 

È anche per questo se nei decenni successivi la vetrina diventa un pilastro della comunicazione per affermare l’identità di un marchio o di un negozio. Che fanno a gara tra loro sia in investimenti, che in creatività.

 

A progettarle vengono chiamati celebri architetti (come Le Corbusier) o artisti come Claes Oldenburg e Roy Lichtenstein. Andy Warhol iniziò la propria carriera proprio come window dresser (vetrinista) debuttando giovanissimo (anni Cinquanta) nel lussuoso department store Bonwit Teller di New York.

 

Anche l’illuminazione in quegli anni diventa elemento centrale nel creare l’atmosfera e la scenografia della vetrina, mentre vengono introdotte le prime insegne luminose. Inizia a cambiare anche l’approccio: la rotazione dei prodotti esposti diventa più frequente a favore di un’esposizione più accattivante. Tanto che, soprattutto per l’abbigliamento e la moda, la vetrina finisce con l’occupare un ruolo centrale già nella progettazione del negozio.

 

Parigi, Londra, New York; i primi decenni del ventesimo secolo; la moda, il design, la profumeria: è con questi ingredienti che l’allestimento delle vetrine diventa sempre più un’arte e inizia a dotarsi di strumenti, budget e professionalità specifiche. Nascono così il mestiere di vetrinista e il Visual Merchandising moderni.

 

 

Il visual merchandising

 

Come ben avevano capito i primi commercianti della storia, è all’esterno del negozio che comincia il corteggiamento del cliente e la vetrina permette di farlo anche quando il negozio è chiuso.

 

Non a caso qualcuno definisce il visual merchindiser un “venditore silenzioso”: è ormai una figura fondamentale per la vendita al dettaglio; con il suo lavoro può persino migliorare l’immagine del marchio. È il professionista che sta dietro le quinte e, in qualche modo, infonde vita ai prodotti.

 

 

Nell’età del digitale

 

L’arrivo di internet e dei social network non sembra aver scalfito l’importanza strategica della vetrina e quindi del mestiere di vetrinista. Perché la vetrina è lì, ad un passo dalla cassa, a sprigionare la sua potenza persuasiva 24 ore su 24. E può diventare essa stessa elemento di attrazione: non è raro che una bella vetrina venga fotografata e condivisa sui social contribuendo alla notorietà di un marchio.

 

Purché sia efficace, originale, strategica. Cosa tutt’altro che scontata, perché sono molti gli elementi che entrano in gioco: la disposizione dei prodotti; l’illuminazione; la combinazione di colori; l’esposizione dei prezzi; la comunicazione delle vendite promozionali.

 

Il visual merchandiser si occupa proprio di questi aspetti e non solo per le vetrine, ma anche all’interno dei negozi: la disposizione dei prodotti sugli scaffali e nelle varie corsie dei supermercati è una vera e propria scienza che si apprende nei corsi.

 

Ci vuole esperienza, preparazione e sensibilità estetica per posizionare in modo attrattivo i prodotti in vendita, che siano cibi freschi, oggetti piccoli come gioielli e accessori o uguali e monotoni nella forma come le scarpe. Per non parlare del lusso, che parla un linguaggio tutto a sé che il bravo o la brava vetrinista deve conoscere e saper interpretare.

 

Senza perdere di vista l’obiettivo principale: vendere.

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Addetto spiaggia: chi è e cosa fa https://www.fiorerosalba.com/addetto-spiaggia-cosa-fa/ https://www.fiorerosalba.com/addetto-spiaggia-cosa-fa/#respond Mon, 09 May 2022 10:00:00 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56910 FioreRosalba.com
Addetto spiaggia: chi è e cosa fa

Quasi mai ci soffermiamo a pensare al dietro le quinte di un servizio che riceviamo: all’organizzazione che c’è dietro o all’impegno di qualcuno che ha lavorato per permettere il nostro relax o divertimento. Eppure, ci piace quando riceviamo una buona assistenza, tutto funziona bene e i luoghi sono puliti, ben tenuti e organizzati. Lo diamo […]

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Addetto spiaggia: chi è e cosa fa

Quasi mai ci soffermiamo a pensare al dietro le quinte di un servizio che riceviamo: all’organizzazione che c’è dietro o all’impegno di qualcuno che ha lavorato per permettere il nostro relax o divertimento. Eppure, ci piace quando riceviamo una buona assistenza, tutto funziona bene e i luoghi sono puliti, ben tenuti e organizzati. Lo diamo un po’ per scontato. E se ci siamo trovati bene, tendiamo a ritornare; diventiamo clienti fedeli. Ecco perché, ad esempio, gli stabilimenti balneari più illuminati fanno a gara ad accaparrarsi lo spiaggista (cioè l’addetto spiaggia) migliore.

 

 

Addetto spiaggia o bagnino?

 

Si tende un po’ a confondere le due professioni, anche perché spesso lo stabilimento, per risparmiare, affida al bagnino (la cui presenza è obbligatoria per legge) anche le mansioni proprie dell’addetto ai servizi di spiaggia, con il rischio che faccia male entrambi i lavori.

 

Eppure le due figure non sono per nulla sovrapponibili.

 

I compiti del bagnino sono ben definiti e hanno a che fare con il soccorso e il salvataggio delle persone in acqua (mare, piscina, lago), la prevenzione degli incidenti, il primo soccorso, il rispetto delle ordinanze delle Capitanerie di Porto. In genere hanno un brevetto, perché il soccorso in acqua richiede delle competenze ben precise (non basta saper nuotare).

 

Lo spiaggista ha tutt’altri compiti, nessuno dei quali ha a che vedere con il soccorso in senso stretto pur essendo molto vari.

 

Attrezzature, sicurezza e public relation

 

L’addetto ai servizi di spiaggia è una figura essenziale per il buon funzionamento di una struttura (stabilimento balneare o piscina pubblica). E infatti, qualche volta le sue mansioni non si esauriscono con la fine della bella stagione, ma continua a lavorare anche d’inverno.

 

Al via della stagione estiva si occupa del montaggio e dell’allestimento delle cabine e

delle strutture accessorie dello stabilimento balneare. Durante la stagione opera affinché la spiaggia sia pulita e in ordine, provvedendo ogni giorno a lisciare e rastrellare la sabbia, pulire i camminamenti, aprire e chiudere gli ombrelloni, riordinare le sdraio. Apre lo stabilimento al mattino e lo chiude la sera, cura la sicurezza e gestisce e ottimizza gli spazi: basta pensare alle regole sul distanziamento in spiaggia in ottica di prevenzione dal Covid.

 

A lui è demandato anche il compito di gestire l’utilizzo delle attrezzature e curare la loro manutenzione, sia quella ordinaria (con piccole riparazioni) che quella periodica, che spesso si fa a stagione chiusa: ecco perché lavora anche in inverno (anche se più frequentemente il contratto è stagionale).

 

Anche se la qualifica è quella di addetto ai servizi di spiaggia, il suo lavoro riguarda in generale non solo la gestione degli stabilimenti balneari, ma anche quella di qualsiasi impianto o servizio di balneazione con finalità turistico-ricreative: quindi anche le piscine, i resort, i villaggi turistici.

 

Per questo, tra le materie di studio di un qualsiasi corso per addetto spiaggia ci sono le procedure per il controllo costante delle acque e la pianificazione degli interventi di igienizzazione a seconda della tipologia di stabilimento.

 

Inoltre, un bravo addetto spiaggia conosce bene le norme sulla sicurezza del lavoro e sa come muoversi e cosa fare per mettere al sicuro gli utenti in caso di pericolo. Sa utilizzare, in tutta sicurezza per sé e per gli altri, i macchinari e gli utensili che normalmente sono impiegati in questo lavoro.

 

Potrà sembrare controintuitivo, ma buone doti comunicative e relazionali non dovrebbero mancare ad un addetto ai servizi di spiaggia. Infatti, spesso è lui che si relaziona e accoglie i clienti, gli assegna ombrellone e cabina, risolve i loro problemi, risponde a richieste e necessità.

 

E quando ci si deve relazionare con altre persone sono indispensabili disponibilità, cortesia, linguaggio e comportamento adeguati, capacità di ascolto, apertura e sorrisi.

 

Nella cassetta degli attrezzi di un bravo addetto spiaggia ci può stare anche un buona conoscenza degli strumenti informatici, dal momento che, per esempio, potrebbe doversi occupare anche della creazione di cataloghi o altri strumenti informativi dell’offerta disponibile e dei tariffari, della gestione dei registri e altri strumenti di tracciabilità dei noleggi.

 

 

Tutti alla ricerca di uno spiaggista

 

Insomma, uno stabilimento balneare – che sia mare, lago o piscina – non può proprio fare a meno dell’addetto spiaggia. Ecco perché c’è così tanta richiesta di questa figura professionale, anche se qualche volta addetto ai servizi in spiaggia e titolare dello stabilimento coincidono, specie nei casi di gestione familiare.

 

L’estate 2022, per esempio, si annuncia caldissima, dopo due anni di restrizioni dovute alla pandemia: gli operatori del settore si aspettano un boom di presenze e sono letteralmente a caccia di personale. Che però non si trova: i lavoratori stagionali sono tra quelli che hanno pagato di più per la crisi del turismo dovuta alle chiusure e molti hanno deciso di intraprendere altre strade.

 

Cessate le limitazioni anti-Covid e con il ritorno alla capienza normale, si prevedono decine di migliaia di assunzioni stagionali. Avere in tasca un attestato di frequenza di un corso per addetto spiaggia significa aumentare ulteriormente le chance di assunzione. E permette sempre di chiedere il riconoscimento delle competenze da aggiungere al proprio curriculum.

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Alessandro Vercellotti, ovvero: l’avvocato come non l’hai mai visto https://www.fiorerosalba.com/alessandro-vercellotti-avvocato/ https://www.fiorerosalba.com/alessandro-vercellotti-avvocato/#respond Fri, 06 May 2022 10:59:26 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56913 FioreRosalba.com
Alessandro Vercellotti, ovvero: l’avvocato come non l’hai mai visto

Quando una passione è forte non c’è Legge che tenga. Alessandro Vercellotti è un avvocato un po’ speciale perché si è letteralmente inventato una nuova disciplina all’interno della professione forense: quella dell’avvocato del digitale. Legalfordigital è il suo studio legale, il primo in Italia specializzato in diritto per il digitale, cioè per tutto quello che […]

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Alessandro Vercellotti, ovvero: l’avvocato come non l’hai mai visto

Quando una passione è forte non c’è Legge che tenga. Alessandro Vercellotti è un avvocato un po’ speciale perché si è letteralmente inventato una nuova disciplina all’interno della professione forense: quella dell’avvocato del digitale. Legalfordigital è il suo studio legale, il primo in Italia specializzato in diritto per il digitale, cioè per tutto quello che ha a che fare con internet: dagli e-commerce all’influencer marketing; dalla sicurezza alla gestione dei dati e della privacy.

 

Dottor Vercellotti, come si diventa avvocati lo sappiamo. Ma come si diventa avvocati del digitale?

 

Tutto è nato da una passione. Mi laureo nel 2009; faccio la pratica forense e tutto quel che serve ma arrivo a un punto (a 33 anni nel 2017) nel quale sento che quella non è esattamente la mia strada. Ok la legge è il mio mondo, mio padre è notaio, la legge pervade la mia vita, ma fin da quando ero ragazzo, alle superiori, a me piaceva il mondo del digitale, della comunicazione online. Erano i primi anni 90 e non esistevano ancora i social ma io ero già elettrizzato. Nel 2017 il richiamo di quella vecchia passione si è fatto fortissimo e allora ho detto ok, fermiamoci e cominciamo a studiare: marketing, comunicazione online sui social, advertising, sviluppo siti, growth hacking. Il concetto era: andiamo a capire com’è questo mondo nella realtà. Chi lavora in questo settore cosa sa? Come vive tutti i giorni?

Cosa impara? Che problemi ha? Così è nata l’idea. Non volevo buttare tanti anni di università e impegno nella giurisprudenza, ma allo stesso tempo questi nuovi studi mi avevano aperto la mente e acceso una lampadina: perché non unire le due cose, la passione e l’esperienza da avvocato? E così ho fatto.

 

 

 

Questo ha significato anche interpretare il mestiere di avvocato in un modo diverso?

 

In effetti sì. Mi sono lanciato come un tir in corsa, senza pensarci troppo, un po’ perché era quello che volevo fare e un po’ per necessità. La necessità ti obbliga a fare delle scelte più audaci. Ho iniziato a comunicare e a presentarmi nella mia nuova veste di avvocato del digitale facendo video su Linkedin nel 2018 quando non li faceva proprio nessuno, non solo gli avvocati ma proprio nessuno. Li facevo perché, con l’incoscienza di chi comincia, pensavo: so parlare, sono abituato a farlo per lavoro, saprò parlare anche davanti ad una telecamera. Col senno di poi ho capito che era molto difficile, però è stato il mio primo mezzo per arrivare ai clienti che mi interessavano. Infatti, quei primi video facevano 10- 15mila views, che è tantissimo se si pensa che linkedin è una piattaforma molto professionale. Così ho cominciato ad avere persone che mi seguivano, che dicevano “guarda, un avvocato che parla di tematiche che mi interessano non in legalese e che quindi riesco a capire”. Capivano quello che dicevo. Può sembrare banale, ma non è banale con gli avvocati…

 

 

 

Immagino sia stato un po’ come un terremoto, la rottura di schemi precostituiti e di linguaggi consolidati e clichè: ci sono stati problemi?

 

Parecchi, sì, soprattutto da parte dei colleghi. Qualcuno si prendeva pure la briga di deridere il mio lavoro scrivendo post persino all’una di notte. Sono stato anche diffamato e ho avuto segnalazioni all’ordine, però anonime e quindi non hanno avuto seguito. Ma io sono andato avanti perché a fronte di qualcuno che ti disprezza, ce ne sono magari cento/duecento che invece ti spronano a proseguire. Tanto più che questi hater della situazione erano quasi sempre colleghi (forse infastiditi dal mio modo di esercitare la professione) e non potenziali clienti, cioè le persone alle quali era principalmente rivolta la mia comunicazione. Che invece mi sostenevano e mi seguivano, spingendomi a metterci ancora più impegno. Un impegno che costava fatica e anche risorse (di tempo e denaro). Ma tutto questo aveva un contraltare importante: visibilità e primi clienti. Considera che io partivo da zero: nel 2018 avevo chiuso con il vecchio mondo forense e con i vecchi clienti.

 

 

A proposito di clienti, chi è il cliente tipo di Alessandro Vercellotti?

 

 

Il mio studio ha sostanzialmente due target: chi lavora in ambito comunicazione e marketing, quindi dal freelance alla grande agenzia; e le aziende, anche qui molto eterogenee (dalla piccola realtà o startup alla multinazionale o ad esempio l’holding di una banca). Ma tutti questi clienti, così diversi tra loro, sono collegati dai servizi che eroghiamo, che alla fine sono solo quattro: privacy, vendita online, contrattualistica legata al digitale e intellectual property (diritto d’autore). Tutti i nostri clienti sono interessati a uno o più di questi servizi.

 

 

Com’è il mondo del digitale visto dal punto di vista di un avvocato?

 

Nel digitale non puoi pensare di aver acquisito le competenze una volta per tutte, occorre aggiornarsi costantemente. Sono materie che si evolvono in continuazione, sia dal punto di vista legislativo che dal punto di vista tecnico-pratico. Pensiamo, per esempio, alle novità di Apple IOS e all’impatto che hanno su chi fa pubblicità online. E quindi ecco che anche l’aspetto tecnologico entra a far parte delle cose che noi studiamo e approfondiamo giornalmente per aiutare i nostri clienti.

 

 

Quindi possiamo dire che il vostro supporto si basa su una conoscenza molto approfondita di tutto ciò che ruota attorno al mondo del digitale.

 

In effetti è così. Se vuoi giocare a certi livelli devi avere forti competenze tecniche, tecnologiche, di marketing, di social. Devi conoscere bene lo strumento. Pensiamo ad esempio all’influencer marketing: cosa può fare un influencer su Instagram? Cosa su Tik Tok? Quali sono le diverse esigenze (lato influencer e lato azienda)? A cosa bisogna prestare attenzione prima, durante e dopo la collaborazione? Perché fare attività di influencer marketing rispetto ad altri tipi di pubblicità? Ecco, a queste domande rispondiamo unendo tre competenze: quella legale (la base del nostro lavoro), quella tecnologica e quella di comunicazione/marketing.

 

 

Quali sono i rischi che un’azienda/professionista corre quando decide di muoversi nel digitale?

Quali le carenze che riscontrate maggiormente?

 

In quanto avvocato, ho visto in questi ultimi anni tanti colleghi buttarsi nel mio settore e ne capisco le ragioni: la professione di avvocato non è in crescita, ogni anno perdiamo iscritti all’albo, mentre questo è un mercato nuovo, più fiorente. Il problema comune a chi si muove nel digitale è che non basta comunicare e arrivare alle persone, bisogna poi avere un buon prodotto alle spalle, dare qualità. Altrimenti porti a casa il cliente una volta, ma poi non ritorna. Le aziende hanno ottime strategie di comunicazione e di marketing, ma spesso e volentieri fanno fatica proprio sugli aspetti legali perché magari hanno un legale interno bravissimo sugli aspetti societari, ma che non conosce lo strumento digitale. Ed è un peccato perché, proprio per la scarsa conoscenza di cosa si può fare, cosa no, cosa forse si perdono delle opportunità di business. Di fronte al “non so cosa fare” le aziende spesso scelgono di non fare niente. Invece, dico sempre che l’obiettivo di un legale deve essere quello di favorire il business, non di bloccarlo.

 

 

Che consiglio darebbe ad un giovane che voglia intraprendere la carriera di avvocato?

 

Il mio consiglio principale è quello di non fermarsi alla laurea ma di continuare a studiare, mantenere un’attitudine costante allo studio. È importante studiare anche una materia che ci interessa solo parzialmente perché comunque aumenta le nostre skill, le nostre abilità, ci tiene allenati ad apprendere una certa mole di informazioni in un determinato lasso di tempo e tiene allenato il nostro cervello. Questa è, secondo me, la carta vincente, a prescindere dalla nicchia: digitale, diritto agrario, diritto di famiglia eccetera. Senza negare, naturalmente, l’importanza della verticalità e della specializzazione. Ma verticalità e specializzazione le costruisci su una solida base di studio continuo.

 

 

E parlando di skill personali, non professionali quindi, che caratteristiche bisogna avere secondo lei per restare nel mondo del lavoro di oggi?

 

La fluidità. Avere una mente fluida. Quello che funziona oggi non è detto che funzionerà domani. Con il Covid tante aziende e tanti professionisti hanno preso una batosta incredibile: erano business nati offline, d’accordo, ma l’online non lo consideravano eppure esisteva già da anni. Il mondo cambia velocemente e noi dobbiamo avere attitudine al cambiamento. Il futuro non lo possiamo prevedere, ma se siamo molto rigidi questi cambiamenti li subiremo e basta. Non saremo mai in grado di anticiparli ma nemmeno di fronteggiarli e assorbirli senza troppi danni. E questo si collega a quello che dicevo prima sullo studio continuo: studiare significa farsi contaminare; e se mi faccio contaminare sarò più abituato a pensare che non esiste solo il mio mondo, ma c’è altro là fuori.

 

 

Come vede l’evolversi degli aspetti legali del digitale? Qual è la direzione che si sta prendendo?

 

Il futuro è fatto sicuramente di meno far west. Il digitale è un ambito in cui “si è sempre fatto così, si può fare”. Pensiamo al trattamento dei dati o al copyright: non entreremmo mai in un negozio a prendere un oggetto e a portarlo via senza pagare e allora perché andiamo su un sito e copiamo un articolo del blog? Anche se si tratta di qualcosa di immateriale, parliamo sempre di una proprietà altrui. Sicuramente si sta andando verso una maggiore tutela. Ma chi prima capirà che i dati personali e tutta la normativa sulla privacy non sono solo un peso ma anche un’opportunità (tanto tutti dovremo adeguarci); chi prima capirà il valore di dati trattati correttamente e quindi poi monetizzabili; chi prima saprà adeguarsi, meglio si posizionerà rispetto ad un competitor, che dovrà rifare tutto da capo nel momento in cui scoprirà di aver lavorato male dal punto di vista legale.

 

 

Il messaggio sta passando?

 

Sì e no. Ci sono aziende molto virtuose e all’avanguardia, anche storiche (lo dico per quelli che pensano che per le start up sia più facile) che hanno una visione precisa di dove vogliono andare. E, al contrario, ci sono aziende che, per organizzazione interna o per vision, fanno fatica e allora non mi stupisco quando arrivano da noi e ci dicono di aver dovuto tagliare il budget perché hanno perso fatturato. Restare fermi non significa restare dove si è ma scendere verso il basso. O ci adattiamo e cresciamo o andiamo indietro.

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Annarita, in giro per il mondo senza smettere di studiare https://www.fiorerosalba.com/annarita-giro-mondo-studiare/ https://www.fiorerosalba.com/annarita-giro-mondo-studiare/#respond Thu, 05 May 2022 09:10:55 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56905 FioreRosalba.com
Annarita, in giro per il mondo senza smettere di studiare

Studiare mentre si fa esperienza in giro per il mondo. Un tempo sarebbe stato impensabile, riservato solo a pochi fortunati. Oggi invece decidere di prendere una laurea o frequentare un master mentre si lavora all’estero è possibile, grazie non solo a internet.   È in corso un cambio di mentalità, quello stesso che ha spinto […]

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Annarita, in giro per il mondo senza smettere di studiare

Studiare mentre si fa esperienza in giro per il mondo. Un tempo sarebbe stato impensabile, riservato solo a pochi fortunati. Oggi invece decidere di prendere una laurea o frequentare un master mentre si lavora all’estero è possibile, grazie non solo a internet.

 

È in corso un cambio di mentalità, quello stesso che ha spinto molte persone a dimettersi dal proprio posto di lavoro dopo aver sperimentato un altro modo di lavorare durante i vari lockdown.

 

È la ricerca della propria libertà e della propria affermazione, che spinge a trovare il proprio posto nel mondo, a non fermarsi alla prima tappa e a unire i puntini.

 

Certo essere giovani aiuta. Per una persona adulta può essere più complicato. Ma Annarita può essere un esempio anche per chi ha solo voglia di non smettere di imparare.

 

Annarita ha 26 anni e da circa un anno vive a Berlino, dove lavora per un’agenzia di assicurazioni. Si è appena iscritta ad un master online presso un’università spagnola anche per perfezionare la lingua. Prima della Germania, ha vissuto in Portogallo (dove si è trasferita quando aveva 22 anni) e mentre lavorava in un contact center portoghese ha preso una laurea online triennale in Scienze del Turismo. Prossimo obiettivo: una certificazione Google come Project Manager.

 

Insomma, lo studio online ti ha seguito in tutti i tuoi trasferimenti, anche se ancora non lavori nel settore turistico.

Beh, come si vede mi piace viaggiare e lavorando all’estero non solo imparo le lingue ma comprendo meglio gli altri usi e costumi. È vero che non ho ancora lavorato nel settore turistico, ma da febbraio 2020, dopo la laurea, mi sono affiliata ad un’azienda che permette di avere un’agenzia di viaggi online (ndr il sito di Annarita è https://www.lartdutravel.com/), pagando un canone. Quindi nel tempo libero gestisco questo mio progetto e piano piano faccio esperienza. Questo progetto mi ha aiutato a capire qual è l’ambito che più mi interessa del turismo, la parte organizzativa o i tour. È un modo per esplorare la professione.

 

Come funziona?

Ho un un sito online, con un mio dominio, dove promuovo sia i viaggi dell’organizzazione sia quelli progettati da me. Non sono stata tanto fortunata, però: ho iniziato a febbraio 2020, quindi all’inizio del Covid che mi ha costretta a stare ferma un anno. Ora ho ripreso a promuovermi e a farmi conoscere tramite i miei canali social. Ho iniziato che ero già in Portogallo. Continuo anche adesso che sono in Germania.

 

 

Che idea ti sei fatta del lavorare nel turismo?

Ho avuto la conferma che il mondo dei viaggi mi piace molto, ma soprattutto mi piace la pianificazione, l’organizzazione del viaggio, gestire il progetto e tutto quello che viene prima del viaggio vero e proprio. Siccome quando ero ancora al liceo ho lavorato anche in una frutteria, sapevo già che mi piace la vendita: progettare e vendere al cliente è la mia dimensione.

 

Per questo stai seguendo il master spagnolo?

Sì, è propedeutico a questa parte più organizzativa e di marketing. Infatti si intitola gestione e organizzazione eventi, relazioni istituzionali e protocolli. È un mix tra event manager, marketing e relazioni pubbliche. La triennale, il master e la certificazione Google vanno nella stessa direzione: avere un bagaglio di conoscenze per quando si devono tenere i rapporti con le persone, capire le loro esigenze e venire incontro ai loro bisogni, comunicare, spiegare.

 

Immagino che la decisione di studiare online sia stata quasi obbligata, visto che ti sposti da una nazione all’altra. Com’è stata l’esperienza?

La scelta è avvenuta proprio seguendo i puntini. Prima di  partire per il Portogallo, avevo già fatto un corso di alta formazione che mi permetteva il riconoscimento di tre esami. Poi quando ho deciso di andare all’estero il vantaggio dell’online era evidente: potevo studiare e intanto lavorare. L’esplosione della pandemia mi ha fatto sentire paradossalmente fortunata: i miei amici sono finiti in didattica a distanza, ma le università statali non erano attrezzate; io invece ero ben organizzata, avevo i materiali di studio già pronti. Una cosa però mi è mancata: la discussione finale in presenza della tesi. È poco gratificante non poter presentare la tesi davanti ad altre persone, docenti, amici o persone care. Questa è una cosa che secondo me andrebbe rivista.

 

E con lo studio com’è andata? Hai incontrato difficoltà?

La principale difficoltà è stata la motivazione. Almeno per come sono fatta io, che sono curiosa e mi vengono in mente sempre mille domande. Avere tutto pronto un po’ ti demotiva, tendi ad accontentarti. È stata dura incentivarmi a seguire il programma; mi riducevo un po’ all’ultimo a vedere tutte le lezioni. Ma è questo il futuro, bisogna adeguarsi e imparare.

 

Come è avvenuta la scelta del corso di laurea? È stato difficile orientarsi tra le varie università telematiche?

A dire il vero, all’inizio ero un po’ indecisa tra design del prodotto (che è un’altra delle mie passioni) e turismo. Cercando informazioni su internet, mi sono imbattuta in Fiorerosalba.com ed è così che ho sciolto il nodo: i colloqui con loro mi hanno aiutato a focalizzarmi su ciò che era davvero importante per me, sui miei interessi, sui progetti per il futuro. Avevo già iniziato a studiare lingue e avevo già in mente di aprire un’agenzia viaggi su strada, quindi su loro consiglio mi sono iscritta a Scienze del Turismo dell’università Mercatorum, anche perché rispetto a Lingue ha una spendibilità maggiore. È stata una scelta azzeccata.

 

Pensi di tornare in Italia?

Molto probabilmente no: una volta che vai all’estero, l’Italia ti appare stretta. Ma non resterò in Germania: non mi piace il clima, per me che vengo dalla Puglia. Un’ipotesi è la Spagna. Si vedrà.

 

Qual è, alla fine, il tuo progetto? Unendo i puntini e le esperienze fatte di studio e lavoro come ti vedi tra qualche anno?

Il mio sogno è di lavorare come event manager. Negli eventi turistici sarebbe perfetto. La prossima tappa è partecipare ad un tirocinio per fare esperienza concreta e provare a fare il salto.

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ECDL, la certificazione informatica che tutti vogliono https://www.fiorerosalba.com/ecdl-la-certificazione-informatica-che-tutti-vogliono/ https://www.fiorerosalba.com/ecdl-la-certificazione-informatica-che-tutti-vogliono/#respond Thu, 05 May 2022 08:34:54 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56894 FioreRosalba.com
ECDL, la certificazione informatica che tutti vogliono

Anche se la tecnologia fu venduta agli Stati Uniti negli anni Sessanta per questioni di geopolitica, il personal computer resta un’invenzione dell’italiana Olivetti. Quarant’anni dopo circa, non c’è bisogno di spiegare l’impatto che quella innovazione ha avuto sulle nostre vite, sul nostro lavoro, sul nostro tempo libero. Un impatto così forte che non c’è settore […]

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ECDL, la certificazione informatica che tutti vogliono

Anche se la tecnologia fu venduta agli Stati Uniti negli anni Sessanta per questioni di geopolitica, il personal computer resta un’invenzione dell’italiana Olivetti. Quarant’anni dopo circa, non c’è bisogno di spiegare l’impatto che quella innovazione ha avuto sulle nostre vite, sul nostro lavoro, sul nostro tempo libero. Un impatto così forte che non c’è settore che non ne sia stato travolto. Così oggi saper usare il computer e i suoi annessi e connessi è una competenza necessaria e non più opzionale, tanto che a livello internazionale è stata introdotta una vera e propria “patente del computer”: l’Ecdl (European Computer Driving Licence).

Il paradosso è che proprio noi che l’abbiamo inventato il computer ancora lo maneggiamo poco rispetto ai nostri vicini europei. Nel 2017, infatti, l’Istat stimava che il 64% degli europei tra i 16 e i 74 anni usasse il computer su base quotidiana, mentre in Italia la percentuale fosse solo del 52%.

Che l’Italia sia un po’ indietro lo dimostrano anche altri dati Istat: nel periodo 2018-2019, quasi il 34 per cento degli italiani non aveva un computer o tablet in casa (al Sud oltre il 40 per cento). Per altro, ce ne siamo ben accorti da soli durante gli anni del lockdown, quando le famiglie si sono trovate improvvisamente a dover fare i conti con la didattica a distanza dei figli e non sapevano dove farli studiare.

Non avere un computer in casa potrebbe sembrare un problema minore, visto che ormai tutti, grandi e piccoli, possiedono uno smartphone.

Ma gli esperti mettono in guardia dal pensare che telefonino e computer da scrivania siano intercambiabili: saper usare l’uno non significa saper usare l’altro. Soprattutto, cambia l’approccio: più passivo e superficiale il primo; più attivo e più attento all’uso di dati e software il secondo. Ecco anche perché essere “nativi digitali” non equivale per forza a saper usare un computer in modo consapevole, utile e sicuro.

Tutto questo rappresenta un grosso limite dal momento che il computer è ormai uno strumento di uso comune al pari di carta e penna, in tutti i luoghi di lavoro ma anche nella vita quotidiana. Basta pensare a tutte le volte che un ufficio pubblico o privato ci ha chiesto di inviare una posta elettronica certificata; di scaricare un documento da un sito e rinviarlo firmato; di compilare un modulo online eccetera.

 

 

La certificazione ECDL è tra le più richieste nei concorsi

 

Avere un PC in casa è senz’altro utile perché aiuta a prendere dimestichezza e familiarità con lo strumento: chi ne possiede uno è senz’altro avvantaggiato. È anche nell’ottica di ridurre il digital divide (cioè il divario tra chi sa sfruttare le nuove tecnologie e chi no) che nel 1995 è nata la ECDL, la Patente Europea del Computer, introdotta in Italia nel 1997.

In pratica, l’ECDL rappresenta uno standard riconosciuto in tutto il mondo che permette di valutare e riconoscere a livello internazionale l‘alfabetizzazione digitale di una persona, sulla base di un programma elaborato dal CEPIS (il Council of European Professional Informatics Societies), che riunisce le associazioni di informatica europee. Il referente in Italia è l’AICA, l’Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico, che garantisce la validità delle certificazioni ECDL rilasciate nel nostro paese.

Si tratta quindi di una valutazione delle competenze digitali estremamente affidabile e di alto livello, riconosciuta dai principali enti e organismi che si occupano di competenze digitali, con programmi ed esami tradotti in oltre 40 lingue, 15 milioni di persone certificate e un network di più di 24.000 sedi d’esame in oltre 100 Paesi in quattro continenti.

Per questo, possedere una certificazione ECDL può fare la differenza in molti concorsi per titoli ed esami e in bandi di assunzione perché costituisce punteggio o può essere addirittura pre requisito di ammissione:

 

  • nella Scuola (personale ATA, docenti e dirigenti);
  • in Comuni, Regioni e Province;
  • nella Sanità, in particolare nelle ASL;
  • nelle Agenzie delle Entrate;
  • nella Polizia, nei Carabinieri e in altri corpi militari dello Stato.

 

La certificazione ECDL vale anche come credito formativo negli istituti superiori e nelle università ed è accettata nei colloqui di assunzione o utilizzata come standard per l’aggiornamento professionale del personale da aziende italiane e multinazionali.

 

 

La nuova ECDL o ICDL

 

Nel campo del digitale vent’anni equivalgono ad un’era geologica e man mano che le tecnologie evolvono cambiano le competenze necessarie per utilizzarle. Per questo, ad un certo punto, è stato necessario adeguare l’Ecdl alle mutate esigenze.

Così nel 2013 è entrata in vigore una nuova certificazione informatica ampliata e aggiornata e nel 2019 è stata cambiata la denominazione di tutte le certificazioni ECDL in ICDL (International Certification of Digital Literacy). Entrambe le denominazioni sono valide ed equivalenti in tutti i bandi o avvisi pubblici in cui vengono citate.

 

 

Come si ottiene una certificazione ECDL/ICDL

 

Ogni certificazione prevede da uno a più moduli, ad ognuno dei quali corrisponde un esame: per ottenere la certificazione occorre superare tutti gli esami dei moduli previsti.

Ad esempio ECDL Base prevede quattro moduli:

  • computer essential (uso del computer e gestione dei file)
  • online essential (primo approccio alla rete)
  • word processing (elaborazione di testi)
  • spreadsheets (foglio elettronico)

Il relativo certificato si ottiene superando l’esame di ciascun modulo, quindi quattro esami.

Invece, l’ECDL Full Standard (che è la certificazione più diffusa perché trasversale, cioè adatta a tutti i settori e a tutte le figure professionali) è composta da sette moduli, i quattro dell’ECDL Base più:

  • IT security (concetti base della tecnologia IT)
  • presentation (strumenti di presentazione online)
  • online collaboration (reti informatiche)

In questo caso, per ottenere la certificazione occorre superare gli esami di tutti e sette i moduli.

Una cosa che non viene mai sottolineata abbastanza è che il certificato ECDL non è un diploma o un titolo di studio con valore legale: è un certificato, riconosciuto in moltissimi ambiti, che attesta una competenza, cioè la capacità di una persona di saper usare il computer (non diversamente da quanto avviene con un certificato di inglese o altra lingua straniera). Il che non significa essere un esperto di informatica, ma poter dimostrare di essere in grado di muoversi nell’ambiente digitale.

 

 

Corsi

 

Per prepararsi agli esami, può essere utile frequentare un corso online che fornisca le nozioni necessarie e sia accessibile a chiunque, anche a chi è digiuno di computer.

Inoltre, mentre si studia, con il corso è possibile mettere alla prova quanto imparato, attraverso test, quiz e simulazioni online. In questo modo si arriva agli esami con la tranquillità di aver assimilato tutte le competenze necessarie.

Il corso è utile anche per chi non abbia alcuna intenzione di sostenere gli esami ma voglia solo aggiungere nuove competenze alla propria formazione e arricchire il proprio Curriculum Vitae.

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Conservazione degli alimenti, una lunga storia https://www.fiorerosalba.com/conservazione-alimenti/ https://www.fiorerosalba.com/conservazione-alimenti/#respond Fri, 08 Apr 2022 09:08:27 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56654 FioreRosalba.com
Conservazione degli alimenti, una lunga storia

Una bottiglia di passata di pomodoro; un barattolo di marmellata; una confezione di spaghetti; una scatoletta di tonno: nulla che attiri più di tanto l’attenzione per noi consumatori del terzo millennio. Eppure c’è stato un tempo in cui la possibilità di trasformare il cibo per conservarlo e consumarlo successivamente era una questione di mera sopravvivenza. […]

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Conservazione degli alimenti, una lunga storia

Una bottiglia di passata di pomodoro; un barattolo di marmellata; una confezione di spaghetti; una scatoletta di tonno: nulla che attiri più di tanto l’attenzione per noi consumatori del terzo millennio. Eppure c’è stato un tempo in cui la possibilità di trasformare il cibo per conservarlo e consumarlo successivamente era una questione di mera sopravvivenza. “Trasformare” l’ambiente circostante per renderlo più favorevole, spiegano gli studiosi, è sempre stato l’obiettivo principale di una specie animale, quella umana, ben poco attrezzata dal punto di vista fisico. La conservazione degli alimenti è stata dunque centrale per la sopravvivenza della specie.

È dalla notte dei tempi, quindi, che l’essere umano si è ingegnato per trovare modi per conservare la frutta, gli ortaggi, la carne e il pesce. Salatura, affumicatura, congelamento ed essiccazione sono i primi metodi individuati fin dalla preistoria, grazie all’osservazione della natura: un frutto secco rimasto appeso all’albero ma ancora commestibile; un animale morto sotto la neve o il ghiaccio e perfettamente conservato; un pesce intrappolato in una salina.

Per lunghi secoli questi sono stati i principali metodi di conservazione, che hanno anche reso possibili scambi e commerci tra i popoli. Poi sono venute tecniche più “raffinate” grazie all’uso di contenitori e recipienti, resine, balsami e conservanti naturali (miele, olio, aceto, grassi).

 

La conservazione degli alimenti: l’800

 

Oggi sappiamo che per conservare un cibo occorre eliminare i microrganismi responsabili della sua degradazione e per farlo servono calore, assenza di ossigeno e una chiusura ermetica che impedisca nuove contaminazioni. Ma questa è una consapevolezza relativamente recente (risale alle scoperte di Pasteur a metà Ottocento), mentre l’invenzione del cibo in scatola o sottovuoto è avvenuta prima (tra il 1796 e il 1810), soprattutto sotto la spinta degli eserciti che avevano bisogno di cibo per i soldati in guerra.

Proprio nel 1810 un pasticcere e birraio francese, Nicolas Appert, si aggiudicò un premio di 12.000 franchi messo in palio dal governo francese per chi avesse escogitato un metodo economico ed efficace per conservare grandi quantità di cibo. Appert, in sostanza, aveva inventato – in modo empirico e senza sapere nulla di microbiologia – il metodo che ancora oggi usiamo per fare le conserve in vetro casalinghe (da qui il nome di appertizzazione): mettere il cibo in una bottiglia o barattolo di vetro; chiudere con una capsula; far bollire in acqua per un certo tempo.

Spetta invece all’inglese Peter Durand l’invenzione della scatola in banda stagnata (depositò il brevetto in quello stesso 1810), all’origine delle moderne scatolette.

Così, fabbriche di conserve e cibi in scatola aprono una dietro l’altra per tutto il secolo, prima in Europa e poi in America, soprattutto per rifornire gli eserciti (anche perché il processo di produzione è ancora troppo costoso per le tasche della gente comune, per altro piuttosto diffidente).

Da quel momento lo sviluppo nelle tecniche della conservazione del cibo e della sua trasformazione non si è più fermata, fino a raggiungere le nostre tavole (e anche quelle degli astronauti nello spazio).

In Italia l’epopea ottocentesca degli alimenti conservati è legata ai nomi di Francesco Cirio, Cesare Balena e Pietro Sada. Il primo iniziò la sua avventura con una piccola e rudimentale fabbrica di piselli in scatola (1856); il secondo divenne famoso con la pasta d’acciughe in tubetto messa in commercio nel 1850 (pare si sia ispirato ai tubetti di metallo per vernici); il terzo aprì la prima fabbrica italiana di carne in scatola (1881).

 

 

Tecniche di conservazione: l’era moderna

 

Per decenni si è andati avanti così, con piccole migliorie nella forma e nel rivestimento interno dei contenitori. La produzione di alimenti conservati, infatti, andava molto più veloce dello studio della microbiologia alimentare e della sua applicazione industriale.

È verso la fine del secolo e i primi decenni di quello successivo che iniziano studi sistematici sui batteri e sugli aspetti chimici, fisici e biologici della sterilizzazione, anche nel tentativo di ridurre i rischi (spesso mortali) connessi al consumo di cibo conservato secondo metodi che erano ancora empirici e non suffragati da dati scientifici. Ed è nel 1940 che l’industria del cibo in scatola adotta la tecnica del confezionamento asettico (individuata per la prima volta nel 1919), che porterà ad un salto notevole verso la modernizzazione.

Questo metodo, infatti, prevede che la fase di sterilizzazione del cibo avvenga prima del confezionamento (in contenitori a loro volta pre-sterilizzati), con un processo di riscaldamento, successivo raffreddamento e inscatolamento in ambiente asettico. Ciò ha permesso importanti sviluppi, ad esempio, nel trattamento di liquidi come il latte, di puree, dessert, minestrine pronte, concentrati di pomodoro.

Da allora molta strada è stata compiuta. Oggi sappiamo quasi tutto su batteri, muffe, lieviti; sulle infezioni e le intossicazioni alimentari; sulle cause della contaminazione del cibo e come evitarle. Norme igieniche, tecniche di sterilizzazione meccanica e chimica; impianti ad alta tecnologia garantiscono non solo la sicurezza ma anche il gusto e il sapore del cibo.

Poi, come sempre, a monte di tutto c’è l’intervento umano: un bravo addetto alla trasformazione dei cibi sa non solo come trattare gli alimenti, ma conosce anche le normative, i macchinari, le diverse fasi della trasformazione, i metodi e le tecniche di conservazione.

E magari si tiene aggiornato, perché – c’è da scommettere – la storia della conservazione e della trasformazione dei cibi è tutt’altro che finita.

 

 

L’innovazione digitale del settore

 

Se i metodi di conservazione degli alimenti si sono fatti via via più sofisticati, oggi si affacciano nuovi problemi, primo tra tutti quello della tracciabilità: da un lato i consumatori chiedono maggiore trasparenza e sicurezza; dall’altro i produttori cercano nuovi modi di comunicazione e la tracciabilità è una leva potente per il marketing.

Sito internet, profili social, realtà aumentata, QR Code sono gli strumenti digitali che sempre più aziende utilizzano per entrare in contatto con i propri consumatori e fornire loro informazioni sulla provenienza geografica, sulla filiera, sui metodi di produzione.

Tutti fattori che, secondo le ultime ricerche, influenzano in modo determinante le decisioni di acquisto.

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Vinificazione e viticoltura sempre più tecnologiche e digitali https://www.fiorerosalba.com/vinificazione-e-viticoltura-sempre-piu-tecnologiche-e-digitali/ https://www.fiorerosalba.com/vinificazione-e-viticoltura-sempre-piu-tecnologiche-e-digitali/#respond Thu, 31 Mar 2022 16:51:09 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56636 FioreRosalba.com
Vinificazione e viticoltura sempre più tecnologiche e digitali

I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova il settore dell’agricoltura e dunque anche quello della viticoltura e della vinificazione. L’esperienza secolare nella produzione del vino e le conoscenze acquisite fino ai nostri giorni possono poco di fronte a siccità anomale, gelate fuori stagione, fenomeni estremi come uragani o grandinate.   La resa del vigneto, […]

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Vinificazione e viticoltura sempre più tecnologiche e digitali

I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova il settore dell’agricoltura e dunque anche quello della viticoltura e della vinificazione. L’esperienza secolare nella produzione del vino e le conoscenze acquisite fino ai nostri giorni possono poco di fronte a siccità anomale, gelate fuori stagione, fenomeni estremi come uragani o grandinate.

 

La resa del vigneto, la qualità dell’uva, la quantità di fitofarmaci da impiegare sono sempre state strettamente legate all’andamento del meteo che influenza, nel bene ma anche nel male, il risultato finale. Ma adesso non si tratta più solo di prevedere che tempo farà, ma di mitigare gli effetti dannosi di fenomeni atmosferici capaci, in una sola volta, di distruggere un intero raccolto.

 

Mai come ora, dunque, l’uso della tecnologia può fare la differenza aiutando il tecnico del vigneto e l’enologo a minimizzare gli impatti dei cambiamenti climatici, ridurre l’uso di fitofarmaci, gestire le lavorazioni da remoto, rendere la viticoltura più produttiva e sostenibile. Già la chiamano viticoltura 4.0.

 

 

Viticoltura 4.0, la vinificazione “digitale”

 

All’ultima edizione di Fieragricola (marzo 2022), l’evento internazionale che si svolge a Verona, sono state presentate diverse soluzioni tecnologiche, dai droni terrestri guidati dai satelliti alle centraline meteo. E un recente rapporto dell’Oiv (l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) segnala ben nove trend digitali che promettono di rivoluzionare il settore:

 

  • sensori digitali
  • intelligenza artificiale
  • robotica
  • supporto satellitare
  • simulazioni 3D
  • blockchain
  • e-label
  • e-certificate
  • logistica smart e automatizzata.

 

Alcune di queste tecnologie sono relative al prodotto finito, per garantirne la tracciabilità o aiutare il produttore nel marketing e nella promozione. L’e-label, ad esempio, grazie al QR Code può fornire al consumatore molte più informazioni rispetto alla classica etichetta cartacea incollata sulla bottiglia. Oppure la blockchain permette di tracciare in modo immodificabile tutta la filiera (varietà coltivata, trattamenti effettuati, ubicazione della vigna, data della vendemmia) a vantaggio sia del produttore che del consumatore finale.

 

Le simulazioni 3D, la robotica, il controllo satellitare, l’intelligenza artificiale eccetera entrano invece in gioco nella fase più critica, quella della gestione vera e propria del vigneto.

 

L’Internet of things, per esempio, permette l’uso di sensori e centraline che registrano e inviano moltissimi dati, come umidità del suolo, stadio di sviluppo dei frutti, temperatura atmosferica, vento, umidità fogliare: informazioni essenziali, ad esempio, in ottica di prevenzione delle malattie e che, in combinazione con l’intelligenza artificiale, aiutano il tecnico del vigneto a fare previsioni abbastanza attendibili su come andrà la campagna e a prendere le decisioni giuste nel momento giusto.

 

Oppure droni (sia aerei che terrestri) e robot capaci di eseguire operazioni di diserbo, potatura, irrorazione anche grazie ai satelliti (che inviano immagini, mappe e altri dati in tempo reale) e alle scansioni in 3D dei filari.

 

 

Il catasto digitale dei vigneti

 

La viticoltura 4.0 si fa strada, dunque, ma ci vorrà ancora tempo affinché queste tecnologie diventino operative su larga scala. In molti casi si tratta di metodi alla portata dei produttori più grandi, in grado di fare investimenti importanti in tecnologie e innovazione.

 

Quel che invece sarà già operativo dal 2023 e interesserà tutti i vigenti è il nuovo “catasto digitale”.

 

Si tratta del nuovo sistema unico di schedatura dei vigneti che farà il suo debutto a partire dalla campagna vendemmiale 2023/2024: in pratica, si stabilisce l’obbligo per i produttori di aggiornare lo schedario dei vigneti tramite il Sistema unico di identificazione delle particelle agricole (Sipa) che si basa su strumenti digitali come app grafiche e geospaziali satellitari.

 

Pur trattandosi di un nuovo obbligo per i viticoltori, il decreto del ministero dell’Agricoltura (che recepisce le indicazioni dell’Unione Europea) ha l’obiettivo di assicurare una sempre maggiore tracciabilità dei prodotti Doc, Docg ed Igt e promette di semplificare le procedure (presentazione di domande di contributo, aggiornamento delle superfici, verifica delle certificazioni ecc).

 

 

Il ruolo del tecnico del vigneto

 

Al netto di tutte queste innovazioni, rese disponibili dalle nuove tecnologie, resta comunque centrale il “fattore umano”, cioè la capacità di gestire, condurre e amministrare in modo efficiente sia la vigna che la cantina. E qui entrano in gioco le abilità professionali del tecnico del vigneto, che deve sapere cosa fare e quando per ottenere uve di qualità.

 

Come non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare (per dirla con Seneca), così un utilizzo efficace della tecnologia richiede una profonda conoscenza di come si cura un vigneto, di come si organizza una vendemmia, di come si analizzano i prodotti, di come si smaltiscono gli scarti e così via.

 

Insomma, dietro la macchina non può non esserci un professionista esperto. L’unico che può trarre davvero vantaggio dalle nuove tecnologie applicate all’agricoltura.

 

E quanto più le produzioni agricole si digitalizzano, tanto più cresce la domanda di figure professionali specializzate, competenti sia in tutti gli aspetti strettamente connessi alla professione (dai principi di fisiologia vegetale alle caratteristiche chimiche e microbiologiche dell’uva; dalle norme relative all’imbottigliamento e alla vendita e commercializzazione del vino ai metodi di sorveglianza), sia in quelli informatico-digitali (uso del computer, gestione dei dati, creazione di contenuti digitali, sicurezza).

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Ingegneria gestionale: dal corso di laurea all’iscrizione all’albo

L’ingegneria gestionale altro non è che un ramo dell’ingegneria, quindi un particolare indirizzo di studi che si affianca agli ad edile, informatica, chimica e biochimica, aerospaziale, biomedica, meccanica. Tale ramo dell’ingegneria oggi è sempre più scelto da chi desidera intraprendere un mestiere ben focalizzato nella gestione di plessi produttivi industriali, in particolar modo nella pianificazione […]

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Ingegneria gestionale: dal corso di laurea all’iscrizione all’albo

L’ingegneria gestionale altro non è che un ramo dell’ingegneria, quindi un particolare indirizzo di studi che si affianca agli ad edile, informatica, chimica e biochimica, aerospaziale, biomedica, meccanica. Tale ramo dell’ingegneria oggi è sempre più scelto da chi desidera intraprendere un mestiere ben focalizzato nella gestione di plessi produttivi industriali, in particolar modo nella pianificazione e, successivamente, programmazione delle risorse e lo studio dei sistemi dell’impresa in questione dunque si occupa sotto il profilo quantitativo e qualitativo, gli aspetti operativi e tecnici delle imprese.

Tale corso di laurea apre in realtà molte più strade lavorative di quelle che si pensi, ad esempio anche come imprenditore infatti è un titolo spendibile per ottenere la licenza dalla Camera di Commercio per realizzare tutti i tipi d’impianti e per aprire attività d’autoriparazione, inoltre per la libera professione iscrivendosi all’albo.

 

 

Ingegneria gestionale la sua classe di laurea

 

Sebbene non sia universalmente strutturata in un modo del tutto unico, nelle maggior parte delle Università che offrono tale percorso, nasce come un indirizzo di tipo organizzativo dell’ingegneria meccanica, la classe di laurea è la L9 e rientra in quella d’ingegneria industriale. Se si vuole approfondire la storia di questo mestiere, è bene sapere che la figura professionale nasce in Italia molto tempo dopo la nascita del corso di tale laurea rispetto a tutto il resto del globo terrestre, in quanto nel 1982 vi era già un indirizzo gestionale al Politecnico di Milano che comprendeva soprattutto negli ultimi due anni materie di ingegneria elettronica e di meccanica.

Inevitabilmente, ingegneria gestionale ha degli esami trasversali che accomunano i due corsi (ma non solo questi ultimi) ed in genere vi sono diverse materie proprie dell’ingegneria industriale ed anche di tipo informatico. L’ingegnere gestionale, in qualunque caso, riceve perfettamente una preparazione ben focalizzata ed in linea alla specializzazione alla gestione della produzione industriale, ed in particolar modo nella pianificazione e nella programmazione integrata nelle diverse risorse d’impresa.

Gli insegnamenti del corso di laurea sono i seguenti: statistica, logistica, controllo statistico delle qualità, la ricerca operativa, la quale è molto utile per ogni modellazione dei problemi di impresa, chimica, fisica, elettrotecnica, economia, costruzione di macchine, disegno, questi sono alcuni degli esami.

 

 

Ingegneria gestionale quali sono le sue mansioni

 

Il principale compito dell’ingegnere gestionale è quello di puntare all’analizzare le connessioni tra le varie risorse di un’azienda (che essa sia strumentale che umana, poco importa) ed anche la struttura organizzativa, tecnica e operativa di tale impresa in questione. Qualsiasi aspetto è estremamente importante e viene valutato attentamente e modificato solo se strettamente necessario, pur sempre nell’ottica di un futuro miglioramento. Le fondamentali mansioni di un ingegnere gestionale che si rispetti sono quelle di essere rivolte all’assoluta massimizzazione d’efficienza di un’azienda e rendere quest’ultima competitiva passando dalla progettazione dei modelli, flussi di lavorazione lineari a favore dei cambiamenti sino all’evoluzione del mercato.

Per cui, le diverse mansioni di cui un ingegnere si occupa giornalmente sono: le analisi e gestione dei diversi processi produttivi, poi la pianificazione dei modelli e dei flussi lavorativi, si occupa del coordinamento delle varie risorse umane, controllo di tale gestione, budgeting, reporting, gestione dei rischi d’impresa, gestione dei processi delle trasformazioni tecnologiche di esse, ed infine ma non per importanza, si occupa anche della gestione ristrutturale aziendale. Insomma, vi sono molte cose da tenere in conto per quanto riguarda la gestione delle mansioni, eppure, è un mestiere idoneo per molti.

 

 

Ingegneria gestionale: percorso di studi da seguire per fare tale mestiere?

 

Dalle esigenze riportate in precedenza, nasce la figura dell’ingegnere gestionale, ed il percorso di studi da eseguire prima dell’Università sarebbe preferibile un percorso preferibilmente basato sui principi scientifici e su materie tecniche tipo un liceo scientifico o un ITIS. Non è escluso che ha scelto altri tipi di diploma di scuole superiori non possa completare una laurea del genere è consigliato però colmare alcune lacune, terminate le scuole superiori, prima dell’iscrizione all’Università. Sia la laurea triennale, così come quella magistrale, comprendono molte discipline scientifiche, discipline economiche e le nuove tecnologie. Generalmente il percorso di studio prevede al terzo anno lo studio della lingua inglese, analisi dei dati, macchine industriali ed organizzazione aziendale. E’ previsto anche un tirocinio in azienda,  nel quale lo studente svilupperà un progetto di tipo laboratoriale, così si avrà l’occasione d’applicare in reali contesti i diversi modelli e metodologie studiati ed appresi nel corso degli anni scolastici. In tutta Italia vi sono molteplici Università dove è possibile intraprendere tale percorso scolastico, molteplici le offerte anche di corsi di laurea gestionale online grazie alle Università telematiche, per cui non risulterà per niente difficile cercare questa facoltà ed avviarsi ad un mestiere sempre più richiesto non solo nel nostro Paese, ma in ogni parte del globo terrestre.

 

 

Sbocchi professionali: dov’è più richiesto?

 

L’ingegnere gestionale è chiaramente presente nella società di consulenza ingegneristiche, così come nelle imprese di tipo industriale ed quelle manifatturiere, in molte imprese dei servizi come quelle di telecomunicazioni o trasporti (ma non solo), banche, assicurazioni ed anche nell’amministrazione pubblica. Tale figura opera in molte attività, tra cui è impossibile non citare: la strategica pianificazione, il marketing, la valutazione degli investimento in ambito tecnologico, l’organizzazione aziendale, e la pianificazione di ogni produzione e dei rispettivi sistemi produttivi logistici. Tale mestiere è di fondamentale importanza, costituendo l’elemento di “dialogo” tra il management aziendale e gli utilizzatori specifici, e con il management collabora contribuendo a tradurre le richieste di tipo direzionale e le esigenze diverse di ogni utente che si rispetti.

 

 

Ingegnere gestionale, qual è lo stipendio medio di tale lavoratore?

 

In Italia, lo stipendio medio di un ingegnere gestionale, è di quasi 36.850€ lordi ogni anno, per cui si parla di 1900€ netti ogni mese dell’anno, superando di circa 350€ la retribuzione mensile di un italiano medio nel Paese. Inoltre, le retribuzioni nettamente più basse, sono riservate alle figure entry-level o comunque meno specializzate come la figura dell’ingegnere gestionale in stage, oppure quella da neolaureato o junior, e contemporaneamente i profili con maggiore esperienza e molto più specializzate sono: ingegnere gestionale di tipo senior, quality manager e, chiaramente, giovano di un stipendio appetibile e molto più elevato del normale.

Un ingegnere al di sotto dei 3 anni di esperienza viene definito “ingegnere entry level” può chiaramente aspettarsi uno stipendio medio che oscilla in media intorno ai 27.500€ lordi in un anno, mentre gli ingegneri già a buon punto di carriera, il che vuol dire aver lavorato per un lasso di tempo che va dai 4 ai 9 anni di esperienza in questo ambito, avranno diritto ad uno stipendio di 39.500€, con 10 ai 20 anni di lavoro ci si definisce “senior” e si avranno circa 72.400€ all’anno, ed infine, un ingegnere a fine carriera con più di 20 anni di carriera può aspettarsi anche una buona retribuzione oltre i 78.900€ annui.

Per cui in questo lavoro nessuna cifra è lasciata al caso ed ogni minimo sacrificio, anche il più piccolo, è sempre ben retribuito sino all’ultimo centesimo, ed ecco perché tale mestiere è in fervente crescita sia economica che di personale qualificato.

 

 

In cosa si distingue fondamentalmente un ingegnere gestionale da altri tipi di ingegnere?

 

L’attuale specializzazione in ingegneria gestionale viene differenziata dagli altri corsi di laurea perché punta a formare dei professionisti con una specifica visione dell’impresa e del contesto che ne concerne, in possesso di tali conoscenze a riguardo si approfondisce le tecniche decisionali ed anche delle strategie di un’impresa, in grado di esaminare il tutto non soltanto grazie all’utilizzo di molteplici competenze economiche ma anche usando un approccio di tipo misto matematico ed anche tecnologico.

Attualmente è una professione ben richiesta nel mercato lavorativo, ed in particolar modo dalle società medie o grandi, proprio grazie al fatto che è la sola e unica figura lavorativa in grado di compiere delle analisi unitarie e specializzate nella gestione aziendale ed è l’unica figura in possesso di ulteriori competenze tali da risolvere problematiche di un’azienda ed in grado di aumentare la produzione in maniera ottimale. La specializzazione gestionale viene distinta dalle altre presenti in circolazione perché solo l’ingegnere gestionale possiede la cosiddetta “lettura sistemica“, che comprende anche l’approfondimento delle tecniche decisionali e di strategie d’impresa, esaminate non soltanto utilizzando le attuali competenze in ambito economico, ma anche di tipo qualitativo-quantitativo!

 

 

Perché scegliere di fare ingegneria gestionale?

 

La figura in questione è ciò che unisce le competenze tecniche a competenze di un ambito molto più economico. Per cui, vi è maggiore attenzione ed interesse alle materie tecniche anche se non si è del tutto decisi di intraprender tale ambito lavorativo, il corso di laurea in ingegneria gestionale, anche solo per la triennale, può essere davvero una meraviglio e valida alternativa, che oltretutto, è uno dei pochi percorsi di studio che garantisce numerosi sbocchi lavorativi ed anche molto importanti.

Si è quindi davanti ad un investimento, in quanto si punta ad investire sulla figura professionale per eccellenza che è in continuo cambiamento, non conoscendo alcuna crisi ed è sempre molto ambita da molti datori di lavoro.

Soprattutto la popolazione giovane del nostro Paese tende a riscontrare delle difficoltà ben note mentre si ricerca un lavoro, causato soprattutto dalla crisi economica, ecco perché molti studenti cercano un percorso di studi dove si ha la sicurezza di trovare un lavoro dopo aver terminato gli studi, Tale percorso, come si è ben capito, non comprende crisi, si trova facilmente lavoro come ingegnere gestionale e si ha la sicurezza di non aver bisogno del cosiddetto “piano B” in ambito lavorativo.

Ogni sforzo che si fa durante gli anni del liceo e anche durante l’Università, sarà ben ripagato dalla soddisfazione di intraprendere un lavoro che si ama, oltre che ben retribuito ed in un’ambiente eccellente e serio come in questo caso.

 

 

Requisiti di accesso per poter portare a termine il percorso di studi

 

L’economia aziendale è una delle materie fondamentali di tale impiego, oltre alle materie scientifiche elencate in precedenza, per questo è un bene aver ben capito e assimilato nel corso degli anni del liceo una perfetta (o almeno buona) preparazione nelle discipline scientifiche. Ogni disciplina che si tende ad affrontare, sono spesso orientate verso la completa formazione di una persona in tale ambito, controllo di gestione, finanza aziendale, ed anche analisi di mercato e gestione economica di progetti finanziati.

Per terminare con l’ambito scolastico, sia economia che finanza vengono spesso elogiati dall’importanza ai processi di internalizzazione, al controllo anche delle gestioni, sia grandi che piccole. Le sedi universitarie a cui potersi rivolgere per conseguire la laurea (sia triennale che magistrale) in ingegneria gestionale sono molteplici sul territorio italiano: Milano, Bologna, Palermo, Vicenza, Torino, Roma ed infine Napoli, ed è importante ribadire che quest’ultima sede ha attivato dei corsi di laurea in ingegneria che tende a “venire incontro” alla domanda di coloro che preferiscono concentrarsi su ulteriori settori specifici, anche ben diversi.

Anche l’offerta delle Università Telematiche è ampia ad esempio sul nostro sito trovi:

 

 

Tra gli indirizzi la UniNettuno spicca per gli indirizzi :

  • Gestione dei Processi Industriali
  • Sistemi Energetici
  • Industria 4.0

 

Mentre quella della UniMercatorum per gli indirizzi:

  1. Gestione del Rischio
  2. Trasformazione Digitale

 

Sia la LM31 che la L9 permettono l’iscrizione all’albo degli ingegneri rispettivamente:

 

  • Sezione A settore industriale (laureati magistrali)
  • Sezione B settore industriale (laureati triennali)

 

Facendo riferimento a quanto riportato dall’ordine ” per il settore “ingegneria industriale”, le attività oggetto della professione sono: la pianificazione, la progettazione, lo sviluppo, la direzione lavori, la stima, il collaudo, la gestione, la valutazione di impatto ambientale di macchine, impianti industriali, di impianti per la produzione, trasformazione e la distribuzione dell’energia, di sistemi e processi industriali e tecnologici, di apparati e di strumentazioni per la diagnostica e per la terapia medico-chirurgica.” (fonte ordine ingegneri)

Ovviamente, non è per niente scontato sapere che la prima qualità da avere per portare a termine il percorso di studio richiesto ed avere tra le mani la laurea che permetterà di fare il lavoro dei propri sogni è quello di avere costanza ed essere appassionati di ciò che si studia, infatti, recenti studi hanno dimostrato che se si tende a studiare qualche materia o argomento in particolare che soddisfa i nostri desideri ed aspirazioni sarà più semplice studiarlo e memorizzarlo al meglio, e lo stessa logica vale anche per qualche materia non proprio amata.

Ogni studente, nel corso degli anni scolastici, avrà sicuramente ben compreso le materie su cui può essere abbastanza sereno e quelle dove si ha bisogno di più ripasso, eppure con un minimo di impego ben distribuito tra le diverse tipologie di argomenti da imparare, si può avere dei risultati ottimali con la finalizzazione del termine del percorso di laurea.

Ogni Università è ben diversa dalle altre, ma vi saranno di certo dei professori qualificati pronti a spiegare attentamente e a mettere a proprio agio la propria persona verso ogni difficoltà posta.

 

 

Stipendi in altri paesi: le cifre da capogiro!

 

Si dice spesso che “tutto il mondo è paese”, eppure non tutti di essi sono simili se si tratta di percepire uno stipendio dignitoso per potersi permettere una buona vita, ma questo non è il caso degli ingegneri gestionali in altri paesi del mondo. Tali ingegneri sono coinvolti principalmente nella progettazione principale e nella pianificazione i lavori pubblici ed anche di cantieri privati. Nonostante la potente crisi economica che si è imbattuta un po’ in ogni dove, dopo aver eseguito la laurea in ingegneria, è possibile poter lavorare e scegliere tra più percorsi lavorativi di carriera in settori che comprendono le costruzioni di strade, distribuzione di acqua potabile, costruzione di ponti e la gestione di case private su richiesta.

Attualmente, nel mondo, vi sono 10 paesi dove gli stipendi di tale mestiere sono alti: in primo luogo si trova la Svizzera con 144.000 Franchi Svizzeri, Stati Uniti con 100.000 Dollari, Danimarca con 90.000 Euro, Australia con 88.000 Dollari, Canda con 81.000 Dollari, Cina con 76.000 Dollari, Singapore con 70.000 Dollari del paese in questione, Germania con 68.000 Euro, Norvegia con 68.000 Euro, ed infine il Regno Unito con 65.000 Sterline.

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Dattilografia, una professione che non passa di moda https://www.fiorerosalba.com/dattilografia-una-professione-che-non-passa-di-moda/ Wed, 23 Mar 2022 09:53:37 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56528 FioreRosalba.com
Dattilografia, una professione che non passa di moda

C’è una famosa scena in cui il comico Jerry Lewis digita su una macchina da scrivere invisibile a tempo di musica; la star di Hollywood, Morgan Freeman, prima di sfondare nel cinema si manteneva lavorando come dattilografo; Gianluigi Gabetti, storico dirigente Fiat, ha iniziato la sua scalata professionale facendo lo stesso mestiere. Possiamo davvero dire […]

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Dattilografia, una professione che non passa di moda

C’è una famosa scena in cui il comico Jerry Lewis digita su una macchina da scrivere invisibile a tempo di musica; la star di Hollywood, Morgan Freeman, prima di sfondare nel cinema si manteneva lavorando come dattilografo; Gianluigi Gabetti, storico dirigente Fiat, ha iniziato la sua scalata professionale facendo lo stesso mestiere. Possiamo davvero dire che la dattilografia sia una professione dalla lunga storia che non passa mai di moda. Tanto più adesso che la dattilografia è una delle certificazioni più richieste, insieme con quelle informatiche, per lavorare nella scuola: vale ben 1 punto per le graduatorie del personale ATA, in particolare per la figura dell’assistente amministrativo.

 

La seconda giovinezza della dattilografia

 

Sono la diffusione del computer, della posta elettronica, delle chat di messaggistica, dei blog ad aver portato sempre più persone ad usare una testiera, per lavoro o per svago. Ecco perché, nata con l’avvento delle macchine da scrivere, la dattilografia sta vivendo una seconda giovinezza.

Dal punto di vista tecnico per scrivere velocemente il metodo non è cambiato molto: la scrittura veloce si fa sempre a dieci dita e senza guardare la tastiera. Le basi della scrittura a tastiera cieca risultano quanto mai valide anche con la tastiera estesa del computer. E come ai tempi delle macchine da scrivere, per essere in grado di produrre testi di alta qualità, è molto importante possedere una discreta padronanza della lingua (ortografia, grammatica e punteggiatura) e un’adeguata base culturale.

Quello che è cambiato è il contesto e la necessità di possedere anche altre abilità. Trattare i testi al computer richiede l’uso di programmi di videoscrittura, i quali certamente aiutano a produrre elaborati gradevoli esteticamente grazie a modelli già impostati. Ma, allo stesso tempo, l’uso del Pc implica che al dattilografo o alla dattilografa vengano richieste anche altre mansioni non strettamente dattilografiche come la gestione dei fogli di calcolo o l’archiviazione dei documenti. Ecco perché il moderno dattilografo deve conoscere e sapere utilizzare pacchetti software per computer, come Word, Excel e PowerPoint, ed avere un minimo di infarinatura informatica.

 

 

Il lavoro da dattilografo

 

Il mestiere di dattilografo è molto ambito perché permette di trovare lavoro più facilmente, essendo una professione ancora oggi molto richiesta. Si tratta, non a caso, di una professione versatile, che trova impiego in praticamente tutti i settori, dal pubblico al privato.

Il dattilografo, infatti,

  • produce o ricopia documenti
  • trascrive riunioni (e relativi verbali) o registrazioni
  • scrive sotto dettatura
  • immette dati in un software per l’archiviazione e la ricerca.

Insomma, svolge compiti essenziali in una qualsiasi organizzazione, dalla grande azienda allo studio professionale.

Al contrario di quello che si può pensare, non si tratta di una professione impiegatizia nel senso negativo del termine: certo, si può svolgere con orario d’ufficio normale o part-time. Ma al dattilografo è richiesto anche di saper lavorare in squadra con altre persone, di reggere lo stress e rispettare le tempistiche quando ci sono scadenze pressanti e, in certi casi, persino di viaggiare. Per altro è un lavoro che si può fare anche da casa, soprattutto ora che lo smart working non è più un tabù.

Tutt’altro, insomma, che un mestiere noioso e di routine, che richiede anche altre abilità personali, come ad esempio, efficienza e attenzione ai dettagli, buona capacità di comunicazione e organizzazione, discrezione e riservatezza. Insomma, ricopre un ruolo di responsabilità.

Per tutte queste ragioni, la professione del dattilografo è interessante anche dal punto di vista dello stipendio, che può arrivare anche a superare i 2.000 euro dopo 5 anni di anzianità.

 

 

Come diventare dattilografo/a; i corsi personale ATA

 

Un dattilografo è bravo, professionale e al passo con i tempi quando non solo sa scrivere bene e in bell’italiano, ma conosce la tecnica della scrittura veloce accompagnata a quelle nozioni informatiche che gli permettono di utilizzare il pc e i software di scrittura, calcolo e archiviazione.

Il modo migliore per acquisire queste competenze è attraverso un corso teorico-pratico. L’importante è assicurarsi che sia riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Solo in questo caso, infatti, verrà rilasciato un attestato di addestramento professionale valido nei concorsi pubblici e per le graduatorie del personale ATA.

Di solito sono corsi che hanno una frequenza obbligatoria di 200 ore, ma quelli online hanno il vantaggio che lo studente può gestire in autonomia il tempo di studio, scegliendo quando e dove collegarsi alla piattaforma di e-learning e conciliando così tutti gli altri impegni (lavorativi o familiari).

Possedere anche una certificazione informatica, come la Pekit, è un plus che il dattilografo può spendere per avere maggiori possibilità di trovare lavoro e garantisce fino a 0,6 punti in più nei concorsi per le graduatorie del personale della scuola (sia docenti che ATA). Anche in questo caso ci sono corsi online che preparano agli esami necessari per ottenere la certificazione Pekit, che è riconosciuta dal MIUR e si basa sul modello europeo che definisce i parametri per la valutazione del livello di competenza digitale dei cittadini europei.

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Come capire se un corso di dattilografia è valido per il MIUR?

Per scrivere un documento al pc, può essere necessario molto tempo, aumentando non solo la fatica, ma anche il tempo necessario per completare una particolare mansione. Ecco perché frequentare un corso di dattilografia può rivelarsi particolarmente utile. Con un corso di dattilografia, infatti, è possibile imparare efficientemente a usare la tastiera, memorizzando la posizione dei […]

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Come capire se un corso di dattilografia è valido per il MIUR?

Per scrivere un documento al pc, può essere necessario molto tempo, aumentando non solo la fatica, ma anche il tempo necessario per completare una particolare mansione. Ecco perché frequentare un corso di dattilografia può rivelarsi particolarmente utile.

Con un corso di dattilografia, infatti, è possibile imparare efficientemente a usare la tastiera, memorizzando la posizione dei tasti e richiedendo meno tempo per completare la compilazione di un qualunque documento.

Ma vale la pena investire tempo ed energie in un corso di dattilografia? Questi corsi vengono riconosciuti dal MIUR? Ecco tutte le informazioni che serve sapere a riguardo.

 

 

Corso di dattilografia: chi li organizza e come sono erogati

 

Ovviamente, vi sono numerosi corsi di dattilografia disponibili, ma non tutti hanno validità per il MIUR, quindi non tutti consentono di raggiungere un punteggio adeguato in graduatoria del concorso docenti o ATA..

Il problema principale legati ai corsi di dattilografia è l’ente che li eroga. Per far sì che un corso di dattilografia sia riconosciuto dal MIUR, è necessario che l’ente che lo fornisce sia un ente pubblico.

Fanno parte di questi, ad esempio, i corsi professionali istituiti dallo Stato, dalle Regioni o da altri enti afferenti al Ministero dell’Istruzione (come specificato in diversi bandi). In altre parole, anche se l’organizzazione che offre il corso è riconosciuta dallo Stato o dalla Regione (ma non è parte integrante della stessa), l’attestato derivante potrebbe non avere valenza nelle graduatorie.

Inoltre, in linea generale, è sempre meglio diffidare da corsi di formazione offerti da enti la cui affidabilità è dubbia, poiché in tali casi potrebbe essere richiesto un costo elevato senza tuttavia fornire un certificato attendibile e utile.

Per ciò che concerne il metodo di erogazione, non sembrano esserci limiti troppo stringenti. Molti dei corsi certificati e riconosciuti dal MIUR, ad esempio, vengono proposti on-line come quello valido che trovi qui Dattilografia

 

 

Quali sono i contenuti di un corso di dattilografia

 

Come accennato, i corsi di dattilografia hanno l’obiettivo di insegnare ai candidati a utilizzare in maniera appropriata e veloce la tastiera. Ecco, dunque, quali sono i temi affrontati durante le lezioni.

Nei corsi di dattilografia, ad esempio, vi è spesso una prima parte teorica. La teoria associata alla dattilografia è non solo legata al corretto utilizzo della tastiera e al posizionamento delle dita sui tasti, ma anche al mantenimento di una postura corretta dinanzi al pc e agli accorgimenti da adottare per evitare danni alla struttura ossea e articolare della mano, a seguito di un utilizzo prolungato.

Inoltre, durante un corso di dattilografia vengono anche insegnate le combinazioni di tasti più utili per utilizzare al meglio il computer. Ad esempio, è possibile apprendere tutte le shortcuts per passare velocemente da una parte all’altra del testo, o per copiare e incollare i contenuti.

Ovviamente, al di là della parte teorica c’è anche una sezione pratica, in cui vengono effettuati esercizi per memorizzare la posizione dei tasti, nonché per stabilire i tasti che devono essere raggiunti da ciascun dito.

La durata di un corso di dattilografia è variabile, e per ottenere il certificato può essere richiesto di effettuare una prova finale.

 

 

A chi è destinato il corso di dattilografia

 

Il corso di dattilografia, se riconosciuto dal MIUR, si rivela particolarmente utile per diverse figure professionali. Ad esempio, ottenere il certificato relativo al corso di dattilografia è molto utile per i candidati al concorso per il personale ATA – profilo di Assistente Amministrativo, in quanto per queste classi di concorso l’attestato ottenuto dal corso di dattilografia vale un punto.

Ciò non toglie, però, che tutti gli interessati possano decidere di partecipare per acquisire delle competenze che, in futuro, si riveleranno sempre più utili.

 

 

Attestato corso dattilografia

 

Completare il corso di dattilografia, dunque ricevere l‘attestato che dimostra l’acquisizione delle competenze, può rivelarsi estremamente utile, sia da un punto di vista concorsuale che personale.

Tuttavia, prima di procedere all’iscrizione (investendo anche una certa somma di denaro) è necessario assicurarsi della validità del corso e dell’attestato. Per poter essere riconosciuto, infatti, il corso deve essere erogato (completamente o in collaborazione) da un ente statale o regionale.

 

Link utile: https://www.fiorerosalba.com/dattilografia-una-professione-che-non-passa-di-moda/

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Comunicazione multimediale: l’informazione ai tempi del web https://www.fiorerosalba.com/comunicazione-multimediale-informazione-web/ https://www.fiorerosalba.com/comunicazione-multimediale-informazione-web/#respond Fri, 18 Mar 2022 11:06:07 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=56426 FioreRosalba.com
Comunicazione multimediale: l’informazione ai tempi del web

Prima il computer; poi – soprattutto – internet, i social network e gli smartphone: benvenuti nell’era della comunicazione multimediale. Senza che ce ne rendessimo neanche conto siamo tutti diventati dei comunicatori multimediali. Adesso basta un telefonino: scattiamo immagini, giriamo video, registriamo audio. Poi li modifichiamo con le App, applichiamo effetti speciali, testi e/o adesivi; e […]

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Comunicazione multimediale: l’informazione ai tempi del web

Prima il computer; poi – soprattutto – internet, i social network e gli smartphone: benvenuti nell’era della comunicazione multimediale. Senza che ce ne rendessimo neanche conto siamo tutti diventati dei comunicatori multimediali. Adesso basta un telefonino: scattiamo immagini, giriamo video, registriamo audio. Poi li modifichiamo con le App, applichiamo effetti speciali, testi e/o adesivi; e infine li condividiamo sul nostro profilo social o lo inviamo tramite email o messaggio. E qualcuno, a sua volta, lo ricondividerà, modificandolo di nuovo, aggiungendo altri elementi personali, magari dei link.

 

Nel quotidiano siamo dunque immersi in un flusso continuo di informazioni multimediali, ipertestuali e interattive, al punto che non facciamo più distinzione tra queste tre caratteristiche che invece non sono la stessa cosa.

 

Eppure, conoscere molto bene le dinamiche della comunicazione moderna, gli strumenti e le tecnologie è diventato quasi un imperativo categorico per chiunque voglia fare impresa, dall’imprenditore, all’artigiano, al professionista: un conto è postare su Facebook le foto dell’ultima vacanza; un altro è padroneggiare i social network in modo professionale per portare valore alla propria attività (o a quella di un cliente).

 

Tanto più è diventato facile ed economico comunicare, tanto più è indispensabile farlo bene ed essere capaci di sfruttare le opportunità dei nuovi media per vincere la sfida dell’attenzione dell’utente finale.

 

Ecco perché sono sempre più ricercate figure specializzate come il responsabile della comunicazione o il Digital Media Strategist.

 

 

Il vantaggio della comunicazione multimediale

 

È facile capire che un’informazione che si avvale di molti media attira di più l’attenzione e risveglia meglio l’interesse di chi sta dall’altra parte.

 

Questo avviene non solo perché un contenuto multimediale alterna immagini statiche ad immagini in movimento o testo e suono. Avviene soprattutto perché la comunicazione multimediale, integrando tra loro media diversi, implica lo sviluppo di linguaggi diversi e di strategie diverse.

 

Il tutto racchiuso in un solo strumento, grazie alla tecnologia digitale – come ad esempio lo schermo di un computer o di uno smartphone – e utilizzabile nei campi più disparati:

 

  • educazione
  • sorveglianza
  • commercio
  • servizi bancari
  • intrattenimento
  • ricerca
  • medicina

 

E non va dimenticato un altro importante vantaggio: la comunicazione multimediale permette un accesso rapido e facile a banche dati e d’informazione prima difficilmente raggiungibili.

 

 

Ipertestualità e interattività

 

Un ipertesto o un contenuto interattivo non è necessariamente un contenuto multimediale e un contenuto multimediale non necessariamente è ipertestuale o interattivo.

 

Ad esempio, uno spettacolo teatrale con attori in scena, proiezioni video ed effetti sono è multimediale ma non è interattivo: lo spettatore è passivo. Una lavatrice è interattiva (agendo sui tasti o usando un’App l’utente avvia, spegne o modifica il programma di lavaggio) ma con tutta evidenza non è multimediale. Un ipertesto, cioè un contenuto con link che rimandano ad altri testi o altre pagine web, è interattivo (non ha una struttura lineare e l’utente può “saltare” da un link all’altro) ma non è multimediale se contiene solo testo.

 

Affinché si possa parlare di comunicazione multimediale, quindi, è necessario che ci sia la compresenza di più mezzi di comunicazione in uno stesso supporto informativo e che questi mezzi siano in collegamento tra loro.

 

L’esempio classico è Wikipedia, la famosa enciclopedia web: a differenza di una normale enciclopedia cartacea, dentro Wikipedia ad ogni voce possono essere associati non solo la sua spiegazione testuale, ma anche fotografie, disegni, filmati, suoni, audio, rimandi ad altre pagine e contenuti.

 

 

Come si diventa esperti di comunicazione multimediale

 

Essere esperti in questo campo implica dunque possedere un mix di saperi: teorici, pratici e tecnologici.

 

Una buona base culturale, meglio se di tipo umanistico, è senz’altro utile. Ma poi è necessario sapersi districare tra conoscenze più specifiche, come ad esempio la SEO (Search Engine Optimization), il web design, i programmi e le applicazioni di grafica, gli strumenti di analisi dei dati, il Social Media Management, il Community Management,  eccetera.

 

Perché multimedialità, spesso, significa anche multicanalità: per comunicare sul web occorre anche essere capaci di trasformare un contenuto per adattarlo ai diversi canali sui quali dovrà essere pubblicato (blog, post social, podcast).

 

Per chi intenda lavorare in questo ambito, un primo step può essere un corso di laurea triennale come quello in Comunicazione e Multimedialità dell’università telematica Mercatorum.

 

Con questo percorso di studi si mettono le basi culturali, teoriche e pratiche sulle quali costruire una formazione in grado di rispondere alle esigenze di un settore in rapidissima evoluzione: quello dei nuovi media, dai quali non possono più prescindere editoria, giornali, cinema, radio, televisione, piattaforme web, blog, social, eventi culturali e comunicazione d’impresa.

 

 

Multimedialità nel lavoro e nel tempo libero

 

Per chi non deve intraprendere un nuovo percorso di studi, ma vuole solo aggiornare le proprie competenze informatiche (alla base della comunicazione multimediale), esistono corsi che aiutano ad acquisire le nuove abilità digitali da applicare nel proprio lavoro o da sfruttare nel tempo libero.

 

Nel catalogo Fiorerosalba.com si trovano corsi più o meno specifici adatti a docenti, ATA, studenti, professionisti, giornalisti, come ad esempio il corso Expert, che è un corso versatile, adatto praticamente a tutti.

 

Il corso prepara agli esami per il conseguimento della certificazione PEKIT Expert, che oltre ad essere riconosciuta dal MIUR risponde ai requisiti del DigComp 2.1, il modello UE che definisce i parametri per la valutazione del livello di competenza digitale dei cittadini europei. O in alternativa della ECDL.

 

Link utili

 

Master Comunicazione e media digitale

PNL Programmazione NeuroLinguistica

Master Esperto in Relazioni Pubbliche D’Impresa

 

 

Comunicazione e Multimedialità

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ITP scuola: insegnante tecnico pratico quali requisiti https://www.fiorerosalba.com/itp-scuola-insegnante-tecnico-pratico-quali-requisiti/ https://www.fiorerosalba.com/itp-scuola-insegnante-tecnico-pratico-quali-requisiti/#respond Fri, 11 Mar 2022 10:07:15 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55974 FioreRosalba.com
ITP scuola: insegnante tecnico pratico quali requisiti

Per tutti coloro che sono in possesso di un determinato titolo di studio, il Ministero dell’Istruzione stila periodicamente classifiche e graduatorie volte a stabilire i gradi di insegnamento. In altre parole, se desideri intraprendere questa professione e, in particolare, aspiri a diventare insegnante ITP, allora dovrai essere in possesso di determinate caratteristiche e informazioni pratiche […]

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ITP scuola: insegnante tecnico pratico quali requisiti

Per tutti coloro che sono in possesso di un determinato titolo di studio, il Ministero dell’Istruzione stila periodicamente classifiche e graduatorie volte a stabilire i gradi di insegnamento. In altre parole, se desideri intraprendere questa professione e, in particolare, aspiri a diventare insegnante ITP, allora dovrai essere in possesso di determinate caratteristiche e informazioni pratiche che ti aiuteranno nella realizzazione dello scopo.

Vediamo quindi insieme cosa si intende per ITP e quali requisiti deve avere l’insegnante tecnico pratico.

 

 

Cosa si intende per ITP

 

ITP è un acronimo che significa Insegnante Tecnico Pratico, la cui funzione si distingue nettamente dal cosiddetto insegnante teorico. In particolare e a dispetto di quel che talvolta si ha la tendenza a pensare, l’ITP è un vero e proprio un docente (quindi non stiamo parlando di un assistente o di una figura di mero supporto degli altri professori) che si occupa dei laboratori delle scuole di tipo secondario.

L’Insegnante Tecnico Pratico organizza in maniera assolutamente autonoma detti laboratori, sebbene negli istituti tecnici solitamente il suo lavoro è svolto in concomitanza con quello del docente teorico (ma non in veste di subordinato dello stesso). Egli partecipa alla redazione degli scrutini e presta le proprie competenze per diciotto ore alla settimana.

Nello specifico, l’ITP deve: monitorare la crescita scolastica degli alunni e il loro rendimento, programmare tutto ciò che concerne l’istruzione tecnica nel laboratorio, organizzare esercitazioni, esporre agli allievi le varie attività pratiche, partecipare al consiglio di classe e, infine, valutare ciascun alunno insieme al professore teorico.

 

 

Requisiti per diventare docente ITP

 

Come abbiamo appena accennato, l’ITP scuola è un vero e proprio docente, sebbene si differenzi dal resto dei professori per determinate caratteristiche e requisiti.
Innanzitutto, per ottenere la cattedra di professore di ruolo teorico, a dispetto dell’Insegnante Tecnico Pratico, occorre una laurea di tipo magistrale, oppure specialistica. Per diventare ITP, invece, sarà necessario soltanto il diploma, conseguito in determinati istituti superiori (professionali o tecnici).

In particolare, possono esercitare la professione di docente ITP: i geometri, i periti agrari, i periti industriali, i periti aeronautici, coloro che hanno conseguito la maturità professionale in determinati ambiti industriali e della musica, nonché coloro che hanno ottenuto il diploma all’istituto alberghiero.

Pertanto, è opportuno ricordare che non tutti i titoli conseguiti a seguito della maturità permettono l’accesso alla carriera in esame. Nella specie, se sei in dubbio circa il fatto che il tuo diploma sia o meno idoneo ad aprirti la strada per diventare Insegnante Tecnico Pratico, ti basterà consultare la tabella B del Ministero dell’Istruzione, la quale contiene le cosiddette classi di concorso (per un totale di trentadue).

Ricapitolando, per esercitare il ruolo di professore ITP occorrerà un diploma ottenuto dopo aver frequentato un istituto professionale o tecnico.

Per l’abilitazione suddetto insegnamento, al contrario, è obbligatoria la partecipazione al Concorso Ordinario e, dal 2024-2025, occorreranno altresì 24 CFU. Fino ad allora, il potenziale docente ITP non dovrà conseguire detti crediti aggiuntivi, così come stabilito dall’art. 22, c. 2, Decreto Legislativo n. 59 del 2017.

 

 

Insegnante Tecnico Pratico: come ottenere l’abilitazione all’insegnamento

 

Avendo spiegato cosa fa un ITP e quali sono i requisiti per diventarlo, vediamo adesso come fare per conseguire l’abilitazione ad insegnare nei laboratori presenti nelle scuole.

Abbiamo già avuto modo di chiarire che, pur non essendo un professore teorico, e quindi di ruolo in senso stretto, l’Insegnante Tecnico Pratico è comunque un docente, ragion per cui dovrà partecipare al già citato Concorso Ordinario.

Passando direttamente al lato pratico della procedura: per prima cosa dovrai iscriverti al concorso, il quale avrà un determinato numero di posti per provincia, così come previsto dall’apposito bando.
Non ci sarà alcuna preselezione (almeno sulla base degli ultimi concorsi), di conseguenza avrai la possibilità di avere l’accesso immediato alla prova scritta. Tale prova prevede un centinaio di domande a risposta multipla (pertanto non saranno presenti quesiti a risposta aperta) e sarà unica. Supererai la prova se otterrai settanta punti si cento (uno per ogni risposta corretta).

A questo punto si pongono diversi scenari. In caso di superamento del Concorso Ordinario, rientrerai nei posti a disposizione. Avrai quindi l’abilitazione, il ruolo e un contratto a tempo indeterminato nell’istituto tecnico o professionale, e potrai iniziare a svolgere le funzioni tipiche dell’Insegnante Tecnico Pratico.

Se invece non otterrai il punteggio richiesto, avrai comunque l’abilitazione e non il ruolo. In simili circostanze ti sarà permesso, in ogni caso, di iscriverti nelle graduatorie dei docenti per cercare di ottenere la chiamata per qualche supplenza.

Infine, nell’eventualità in cui tu non superassi affatto il concorso, non avrai né l’abilitazione né il ruolo.

In conclusione, per riuscire a conseguire l’abilitazione di Insegnante Tecnico Pratico è necessario innanzitutto superare il Concorso Ordinario. Non solo: per avere un contratto con la scuola (il cosiddetto ruolo) è obbligatorio vincere detto concorso, il quale, aimè, non si terrà ogni anno. Tutto dipende dalle disposizioni del Ministero dell’Istruzione.

 

Link utili:

Miur: le certificazioni informatiche valide quali sono?

 

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Come si diventa beauty influencer? https://www.fiorerosalba.com/come-si-diventa-beauty-influencer/ https://www.fiorerosalba.com/come-si-diventa-beauty-influencer/#respond Mon, 28 Feb 2022 09:53:54 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55960 FioreRosalba.com
Come si diventa beauty influencer?

Sei una beauty addicted, con la passione per i social? Vuoi diventare la prossima star nel settore della bellezza, conquistarti una buona fetta di follower e acquisire visibilità? Scalare le vette del successo non è impossibile, come testimoniano tanti giovani che hanno fatto della loro passione un lavoro proficuo, lanciando addirittura delle linee di cosmetici […]

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Come si diventa beauty influencer?

Sei una beauty addicted, con la passione per i social? Vuoi diventare la prossima star nel settore della bellezza, conquistarti una buona fetta di follower e acquisire visibilità?

Scalare le vette del successo non è impossibile, come testimoniano tanti giovani che hanno fatto della loro passione un lavoro proficuo, lanciando addirittura delle linee di cosmetici a marchio. Per arrivare in cima e ottenere credibilità, non basta saper maneggiare pennelli e palette, spazzole e phon, accostare bene colori e stili, saper disegnare ed avere gusto. Sono necessari anche tanta esperienza, un’adeguata formazione, buone capacità comunicative e di interazione sul web.

 

Il fenomeno delle beauty influencer

 

Con 35 dipendenti e 6 milioni di euro di fatturato annuo, Clio Zammatteo rappresenta senza dubbio il primo esempio italiano di beauty influencer. La nota make-up artist veneta ha mosso i suoi primi passi su Youtube, conquistando il web con i suoi tutorial dai modi semplici, familiari, mai costruiti e una preparazione eccellente. Regina incontrastata del trucco, Clio è apprezzata e seguitissima non solo per le sue capacità, ma anche per i preziosi consigli dispensati.

Attualmente sono diverse le beauty influencer dallo stile unico e perfettamente riconoscibile che tentano di conquistare una fetta di successo. Basti pensare ad esempio a Basic Gaia, la beauty guru “poraccia” famosa per l’uso di prodotti di qualità ma low cost; AlicelikeAudrey, invece, è nota al pubblico di Youtube per i contenuti con informazioni utili. Erikioba, al secolo Erika Marin, insegnate di trucco e cosmetologa, si è fatta conoscere per la sua tecnica all’avanguardia, le video recensioni di prodotti e le rubriche ironiche.

Se desideri tentare questa strada, devi maturare una certa esperienza ma essere anche perseverante nei tuoi obiettivi, acquisire una preparazione tale da poter riconoscere subito un buon prodotto da uno poco performante, le reazioni che può avere sui vari tipi di pelle, l’effetto che potrebbe produrre nelle diverse tonalità e quant’altro.

 

 

Cosa fa la beauty influencer?

 

Una beauty influencer (ma si può benissimo anche parlare al maschile) è una figura che, negli anni, è stata in grado di modificare profondamente il modo di avvicinarsi, comprare e utilizzare i prodotti di bellezza e per la cura della persona. Offre consigli utili su come utilizzare un cosmetico al meglio, mette a confronto più alternative di mercato senza dare giudizi, sponsorizza un prodotto in uscita elencandone i punti forti ma evidenziando anche i limiti, fornisce indicazioni utili su dove e quando acquistare, segnalando perfino le possibilità di risparmio.

 

Per diventare beauty influencer sono necessari:

 

– passione e voglia di condividere i propri pensieri e interessi.

– Personalità e creatività.

Contenuti di qualità che diano informazioni utili per le tue followers, come i dettagli dei prodotti che usi e le tecniche di applicazione.

 

 

Come diventare beauty influencer?

 

Se riesci ad ingranare, il lavoro di beauty influencer sarà in grado di farti guadagnare un bel po’ di soldi e accrescere la tua notorietà. Il segreto per aumentare la credibilità e la visibilità risiede nella costanza e nella cura dei dettagli.

Prima di addentrarti in un mondo così articolato, frequenta (se non lo hai già fatto) un corso professionale online di cosmetologia, attraverso cui imparerai ad acquisire delle conoscenze relative alle materie prime utilizzate per la realizzazione dei cosmetici, partendo dall’anatomia e dalla fisiologia della pelle.

Stabilisci quindi degli obiettivi, come ad esempio raggiungere ogni mese un dato numero di followers o di interazioni sul tuo canale Youtube o il profilo Instagram, cercando di fare il possibile per rispettarli. Stabilisci la tipologia di contenuti da produrre e ogni quanto pubblicarli, pur ricordando di farlo spesso e tanto, rimanendo coerente.

Preparati prima di registrare, specialmente se non hai ancora l’esperienza necessaria. Per cui, qualora volessi riprodurre un trucco particolare testa i prodotti sulla tua pelle, studiandone il gioco di colori e gli effetti.

Infine, ma non meno importante cerca di sviluppare il tuo stile. La gente potrà ricordarsi di te solo se la tua tecnica e la tua personalità sono riconoscibili. Per farti un esempio se sei una persona spumeggiante, fai in modo che l’energia sia tangibile anche nei video, rivolgiti alle tue followers come se fossi in compagnia di care amiche che conosci da tempo e con cui hai un rapporto confidenziale.

Con un corso professionale online di cosmetologia potrai dare anche un tocco di professionalità alle tue produzioni. Ricorda che puoi solo prendere spunto dalle beauty influencer che segui, senza emulare: finiresti per diventare una brutta copia dell’originale e di non fare il salto di qualità che ti aspetti.

Un aiuto potrebbe provenire anche dalle piattaforme di influencer marketing, ovvero dei marketplace che mettono in contatto diretto brand e influencer, senza intermediazioni. Non dovrai necessariamente avere milioni di followers per sperare in una collaborazione. Diverse aziende, infatti, per una questione di cachet cercano micro e nano influencer per inviare a casa tanti prodotti da provare oppure stabilire altre forme di collaborazione.

E se non vuoi mettere la tua faccia in primo piano, puoi comunque decidere di aprire un beauty blog che ti faccia diventare influencer di fama sulla base dei contenuti scritti che pubblicherai anche in questo caso con frequenza, rispettando l’ottica SEO. Utilizza uno stile fresco e giovanile, curando l’estetica del sito, in modo da attirare un numero sostanzioso di interessati ai tuoi argomenti.

 

Link utili:

Cosmetica, sempre più digitale e sostenibile

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Cosmetica, sempre più digitale e sostenibile https://www.fiorerosalba.com/cosmetica-digitale-sostenibile/ https://www.fiorerosalba.com/cosmetica-digitale-sostenibile/#respond Thu, 24 Feb 2022 16:51:42 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55992 FioreRosalba.com
Cosmetica, sempre più digitale e sostenibile

Nel fantastico mondo della cosmetica entrano di prepotenza due nuovi protagonisti: il digitale e la sostenibilità green. Per il settore, infatti, il 2022 si annuncia come un anno cruciale sul fronte dei comportamenti di acquisto: sempre più orientati all’e-commerce e ai prodotti eco-friendly con ingredienti naturali e packaging plastic free.     Cosmetica, la rivoluzione […]

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Cosmetica, sempre più digitale e sostenibile

Nel fantastico mondo della cosmetica entrano di prepotenza due nuovi protagonisti: il digitale e la sostenibilità green. Per il settore, infatti, il 2022 si annuncia come un anno cruciale sul fronte dei comportamenti di acquisto: sempre più orientati all’e-commerce e ai prodotti eco-friendly con ingredienti naturali e packaging plastic free.

 

 

Cosmetica, la rivoluzione è digital

 

Promette di essere una vera rivoluzione, di quelle dalle quali non si torna indietro: come contraccolpo alla pesante crisi provocata dal lockdown del 2020 l’e-commerce sta letteralmente esplodendo.

 

Già iniziata da qualche anno, la cavalcata del canale digitale nel settore della cosmetica sembra ormai inarrestabile. Complici anche le nuove abitudini e i nuovi comportamenti di acquisto imposti da lockdown e chiusure – che tanto hanno fatto soffrire il comparto nel 2020 – i numeri non lasciano dubbi: gli acquisti online sono cresciuti del 42% nel 2020 con un ulteriore crescita nel 2021 (29% circa) tanto che l’e-commerce è ormai il quarto canale di vendita. Si spiega anche così il +10% del fatturato complessivo del settore registrato nel 2021 rispetto al 2020 (i dati sono di Confindustria).

 

Così, il settore della cosmetica si avvia a recuperare i livelli pre-pandemia, ma in uno scenario completamente cambiato, se è vero che le vendite online rappresenteranno il 23% del beauty entro il 2022 per diventare il canale predominante nel 2024.

 

L’Italia – tradizionalmente più conservatrice di altri paesi avanzati – sembra quindi allinearsi ad un trend globale, nel quale i protagonisti non sono solo le generazioni più giovani e cambiano radicalmente le opzioni di consumo e lo stile di vita: dagli acquisti sui social network al live streaming, dall’e-commerce all’intelligenza artificiale (che permette, ad esempio, di provare virtualmente un rossetto o un ombretto) e all’omnicanalità.

 

 

Sostenibilità e green

 

Cambia l’audience; cambiano i canali di vendita; cambiano le abitudini; cambiano le caratteristiche che il prodotto e/o il servizio devono avere per venire incontro ai gusti del pubblico.

 

L’attenzione all’ambiente e ai cambiamenti climatici oggi è meno superficiale. Le persone sentono il bisogno di fare azioni concrete e agire in prima persona per dare il proprio contributo, anche minimo. Per esempio, attraverso acquisti più consapevoli.

 

È la cosiddetta clean beauty, rituali di bellezza etici, a spreco zero, a basso impatto ambientale, più sani. Nella convinzione che quello che va bene per il pianeta va bene anche per la salute del nostro corpo, dentro e fuori.

 

Ecco perché tra gli scenari futuri del settore della cosmetica gli esperti mettono anche la sostenibilità ambientale, con una maggiore attenzione agli ingredienti naturali, alla riduzione della plastica e alla sicurezza dei prodotti.

 

Per esempio, si sta registrando un vero e proprio boom dei cosmetici solidi, con le aziende che fanno a gara a introdurre nuovi prodotti: shampoo, balsami, detergenti per il corpo in formato solido sono, infatti, la miglior risposta alla riduzione dei rifiuti e della plastica perché non hanno praticamente bisogno di essere confezionati. E per lo più sono formulati con ingredienti naturali (erbe, olii essenziali, fiori, piante), proprio quelli sui quali si sofferma ampiamente il corso di cosmetologia che trovi sul nostro sito.

 

O i cosmetici waterless (skincare, cura dei capelli o make-up), pensati per risparmiare una risorsa preziosa come l’acqua ma anche per una maggiore efficacia, in quanto i principi attivi degli ingredienti agiscono più in profondità.

 

Non contenendo acqua, questi prodotti (unguenti, polveri, oli concentrati, maschere, burri, creme e sieri pressati) hanno il vantaggio di non dover utilizzare battericidi e conservanti. I sostituti dell’acqua? Estratti di piante e frutti, oli concentrati e idrolati bio (ad esempio lavanda o rosa damascena).

 

 

Un settore che guarda al futuro

 

La crisi pandemica lascia l’industria della cosmetica proiettata al futuro e tutto sommato in buona salute, con le aziende e i marchi impegnati nella digitalizzazione e a rispondere alle nuove domande dei consumatori, sostenibilità in primis.

In questa direzione andranno gli investimenti degli imprenditori del settore, con ricadute interessanti anche sul fronte dell’occupazione per le figure di riferimento: ricerca e sviluppo, comunicazione, centri estetici.

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/come-si-diventa-beauty-influencer/

 

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Vita da casaro tra natura, fatica e passione https://www.fiorerosalba.com/vita-da-casaro-andrea-colombero/ https://www.fiorerosalba.com/vita-da-casaro-andrea-colombero/#respond Wed, 23 Feb 2022 11:21:26 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55987 FioreRosalba.com
Vita da casaro tra natura, fatica e passione

In inverno in valle, d’estate sugli alpeggi: la vita del produttore di formaggi segue il corso delle stagioni ed è scandita dai ritmi della natura e degli animali. Un po’ meno se lavora per un grande caseificio, dove i ritmi sono dettati più dalla necessità di rifornire la grande distribuzione. In ogni caso, quello del […]

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Vita da casaro tra natura, fatica e passione

In inverno in valle, d’estate sugli alpeggi: la vita del produttore di formaggi segue il corso delle stagioni ed è scandita dai ritmi della natura e degli animali. Un po’ meno se lavora per un grande caseificio, dove i ritmi sono dettati più dalla necessità di rifornire la grande distribuzione. In ogni caso, quello del casaro è un mestiere che porta con sé il fascino di una professione antica eppure in continua trasformazione; dalla lunga tradizione, ma anche capace di reinventarsi, di stare al passo con i tempi. Sempreché chi la pratica ha la passione e la curiosità necessarie per superare la fatica e l’impegno costante che richiede.

 

Come Andrea Colombero, che con la moglie Barbara gestisce una piccola azienda familiare in Piemonte. «Entrambi – racconta – veniamo da famiglie che facevano questo lavoro anche se noi abbiamo introdotto dei cambiamenti. Prima eravamo soprattutto allevatori, con la produzione del formaggio concentrata in estate durante l’alpeggio, mentre d’inverno il latte veniva venduto ai caseifici. Da sei anni, invece, ci siamo trasferiti in una zona pedemontana, lasciando la piena pianura, e abbiamo esteso la trasformazione a tutto l’anno. Quindi oggi trasformiamo direttamente il 100% del latte prodotto in azienda». La loro azienda si chiama Fiori dei Monti e si trova a Moiola, un piccolo paese nella bassa Valle Stura (in provincia di Cuneo). (https://www.facebook.com/fiorideimonticolombero/)

 

 

Ha mai pensato di fare un altro lavoro visto che produrre formaggi è un lavoro che impegna 365 giorni l’anno?

 

In realtà no, ma nella vita non si può mai sapere. Fare il lavoro che ti piace ti deve dare da mangiare sennò è un capriccio. Io ho sempre avuto chiaro che questa era la mia strada: sono cresciuto in mezzo agli animali, con papà che faceva formaggi. Eppure ad un certo punto mi sono dovuto fermare. All’inizio degli anni duemila, con il primo caso di mucca pazza e il mercato completamente fermo, ho dovuto cercarmi un lavoro per portare a casa un reddito. Sono rimasto fuori casa per 5 anni. Quindi anche se hai un mestiere nel sangue, non è detto che tu riesca ad assecondare il tuo desiderio. Ma poi mi sono reso conto che è anche una questione di scelte: mio papà è stato male e ho dovuto decidere cosa fare. Ero ben cosciente a cosa andavo incontro, ma ora eccomi qua. Sono contento della scelta fatta, che aveva come presupposto la consapevolezza dei sacrifici (se vogliamo chiamarli così, per me è il lavoro più bello del mondo) che mi attendevano: il mestiere fatto come lo faccio io, cioè a livello familiare, senza operai, si intreccia con la vita quotidiana: non c’è un momento in cui il lavoro finisce e comincia la tua vita.

 

 

I ritmi, dunque, sono quelli della natura e delle esigenze degli animali.

 

Sì e anche quelli del latte: noi lavoriamo solo latte crudo, che è un elemento che non può aspettare più di tanto. Non puoi dire “vabbè, lo lavoro tra tre giorni perché voglio andare a fare un weekend”. Il latte può aspettare al massimo un giorno, la mungitura nemmeno quello.

 

 

Com’è la vostra giornata tipo?

 

Cambia a seconda se sei nella fase del pascolo o in quella degli animali in stalla, come adesso (inverno, ndr.). Salvo il periodo dei parti (che com’è noto non hanno orario e possono avvenire anche di notte), la nostra giornata tipo inizia verso le 6, mia moglie in stalla e io al caseificio. Poi, mentre i bambini sono a scuola e fin verso mezzogiorno, lei si occupa della trasformazione e io curo le stalle (ne abbiamo due). Dopo pranzo ci dedichiamo ad attività varie (come fare legna o curare la cantina dei formaggi) e poi dalle tre riprendiamo a nutrire gli animali in stalla e ci dedichiamo alla pulizia finale del caseificio e alla mungitura serale. Nel periodo del pascolo è un po’ diverso, perché gli animali sono liberi e non c’è da pulire la stalla bensì, ad esempio, preparare i fili con i pezzi d’erba per il giorno dopo.

 

 

Com’è il mercato del formaggio in questo momento? Quali prospettive vede?

 

Vedo buone prospettive, per due ragioni. Intanto, la nostra è un’azienda giovane; è fisiologico che in sei anni la crescita sia stata costante (altrimenti sarebbe stato un problema). Con la trasformazione diretta e non avendo dipendenti il nostro margine è alto. Il discorso cambia quando parliamo del mercato delle cooperative del latte. La seconda ragione risiede nel cambiamento che sta avvenendo sul piano culturale: l’attenzione alla filiera corta e allo slowfood oggi è meno generica e più concreta. La domanda nei confronti di un certo tipo di produzione si è fatta più consapevole e questo ci dà forza; è la conferma che la direzione che abbiamo intrapreso trova riscontro nella visione del consumatore.

 

 

A chi vendete i vostri prodotti?

 

L’80 per cento della vendita avviene direttamente in azienda; il resto è diviso tra ristoratori locali e piccoli negozi della valle. Vendiamo nell’arco di 50 km. Il ristoratore non è un grande cliente dal punto di vista commerciale, ma è un super cliente per la promozione perché con un chilo di formaggio riesce a raggiungere molte persone. Il negozio locale dei piccoli paesi di montagna ha un bacino di utenza piccolo, ma rappresenta un canale fisso di vendita quando il flusso in azienda si riduce: la bassa valle è poco turistica nel periodo invernale (la gente va su in alta valle); i turisti aumentano d’estate quando però noi siamo in alpeggio e l’azienda è chiusa… Per fortuna i nostri clienti sono per lo più persone del posto e va considerato che Cuneo dista solo 20 km: un bacino d’utenza importante per una piccola azienda come la nostra.

 

 

Che consigli si sente di dare a chi volesse fare il casaro?

 

Intanto bisogna distinguere. Un conto è la piccola azienda artigianale; un altro lavorare nel grande caseificio dove la produzione è di tipo industriale. In ogni caso, come per qualsiasi lavoro ci vuole volontà di conoscere, evolversi e crescere. Per lavorare bene in questo campo servono due tipi di formazione: quella teorica, fatta di studio formale delle nozioni di base; e quella che deriva dall’esperienza, dall’attività pratica. Prendiamo il latte crudo: è una materia viva, con una connessione fortissima con il territorio e il microclima circostante. Qui in Valle Stura abbiamo un certo tipo di umidità, che non è la stessa della Valle Po sotto il Monviso: siamo sempre in provincia di Cuneo, ma la stessa ricetta per fare, esempio, una robiola avrà risultati diversi. Questo è un pregio, perché vuol dire che possiamo esaltare la biodiversità locale; ma ha anche un difetto: servono tanta conoscenza ed esperienza per capire cosa fare per adattarsi al territorio e ottenere un determinato risultato.

 

 

Quindi è una professione in cui non si finisce di imparare e ci si deve confrontare con elementi fuori dal nostro controllo?

 

Assolutamente sì. Io dico sempre che il mondo della caseificazione è un mondo semplicissimo eppure complesso. Abbiamo solo un ingrediente di base: il latte, al quale si aggiungono caglio (per passare dalla fase liquida a quella solida) e sale (come conservante). Ma poi la complessità è data dalla lavorazione perché con il latte ci puoi fare dallo yogurt alla mozzarella al gorgonzola. Ti si apre un mondo enorme con un solo ingrediente nelle tue mani. E poi è un mondo in piena evoluzione: cambiano gli alimenti per gli animali, le tecniche, le regole. Non si smette mai di imparare e sperimentare.

 

 

A dicembre c’è stata una polemica feroce contro il consorzio del Parmigiano Reggiano accusato di voler sfruttare il lavoro per via dello spot sul casaro Renatino «che lavora 365 giorni l’anno». Lei l’ha definita «un’indignazione ipocrita».

 

Secondo me c’è stato un malinteso di base, perché lo spot voleva solo dare un’immagine di artigianalità. In ogni caso, se un dipendente è sfruttato è giusto che la società stigmatizzi la cosa e si adoperi perché il problema venga risolto. Ma è la stessa società che non ha coscienza delle piccole realtà come la nostra e non si indigna allo stesso modo per la nostra condizione: se io sto male, non mi posso fermare per curarmi perché non ho nessuno che mi sostituisce. Se prima si lamentano del prezzo senza rendersi conto di cosa c’è dietro e poi si indignano per Renatino, mi dico: c’è qualcosa che non va. E qui torniamo alla consapevolezza del consumatore. Anche per questo dico sempre che le piccole aziende come noi devono imparare a comunicare. C’è da fare un grosso salto a livello di cultura del prodotto per chiedere alle persone di fare una scelta consapevole e comprendere che non siamo tutti sullo stesso piano.

 

 

Il digitale aiuta?

 

All’inizio, lo ammetto, ero scettico. Il formaggio cambia a seconda dell’erba di cui si sono nutriti gli animali e questa cosa riesco a raccontarla molto bene di persona. Ho anche sempre pensato che la nostra azienda ha senso di esistere se fa vendita diretta ed è a contatto stretto con i consumatori. Però, durante la pandemia – quando tutti ci siamo dovuti un po’ reinventare – mi sono reso conto che alcuni tipi di canali ci aiutano a comunicare molto bene certe cose. Facebook ti dà una visibilità enorme: il post su Renatino ha ottenuto 1.300 like, mai successo. E tutti quelli che poi sono venuti in azienda l’avevano letto. Però, come anche Instagram, è grande, rumoroso, c’è molta confusione. Per noi ha funzionato molto bene Whatsapp, grazie ai gruppi di acquisto: ci ha permesso di mantenere rapporti e dialogare in un ambiente più piccolo e a nostra misura; a dare risposte e fare una comunicazione più efficace. Perché, alla fine, quello che conta è costruire una relazione con il cliente che lo invogli a tornare e a comprare ancora.

 

Link utili:

https://www.fiorerosalba.com/corso/casaro-addetto-alle-lavorazioni-lattiero-casearie/

https://www.fiorerosalba.com/categoria-corso/alimentare/

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Miur: le certificazioni informatiche valide quali sono? https://www.fiorerosalba.com/miur-le-certificazioni-informatiche-valide-quali-sono/ https://www.fiorerosalba.com/miur-le-certificazioni-informatiche-valide-quali-sono/#respond Tue, 22 Feb 2022 09:40:26 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55918 FioreRosalba.com
Miur: le certificazioni informatiche valide quali sono?

Negli ultimi anni, in ambito lavorativo e non, sta assumendo sempre più importanza la formazione in ambito informatico. Durante un colloquio di lavoro infatti, spesso sono necessarie competenze informatiche e poterlo dimostrare all’invio del CV tramite una certificazione, per la buona riuscita dello stesso. Poi in fase di prova pratica da parte del selezionatore e […]

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Miur: le certificazioni informatiche valide quali sono?

Negli ultimi anni, in ambito lavorativo e non, sta assumendo sempre più importanza la formazione in ambito informatico. Durante un colloquio di lavoro infatti, spesso sono necessarie competenze informatiche e poterlo dimostrare all’invio del CV tramite una certificazione, per la buona riuscita dello stesso. Poi in fase di prova pratica da parte del selezionatore e nei primi giorni di lavoro saprai dimostrare praticamente la tua abilità al pc.

Per chi non riuscisse a seguire di persona alcuni dei corsi che vengono proposti per l’acquisizione di certificazioni informatiche è possibile affidarsi ai corsi online, che hanno la stessa validità di quelli in presenza.

 

Quali sono le certificazioni informatiche riconosciute dal MIUR?

 

Come prima cosa è bene specificare l’ambito di riconoscimento del MIUR in merito alle certificazioni. Le certificazioni solo validi solo come punteggio e non invece come titolo d’accesso al Concorso, per docenti e ATA.

Quindi il titolo d’accesso al Concorso può essere il diploma di scuola superiore o la laurea oppure la qualifica regionale in base al Concorso ( titoli accesso personale ATA ), mentre il punteggio aggiuntivo si può ottenere mediante certificazioni informatiche, linguistiche.

Quindi il titolo d’accesso è obbligatorio mentre la certificazione per ulteriore punteggio è facoltativa per partecipare ad un Concorso ma ti dà un vantaggio rispetto agli altri partecipanti in graduatoria.

Il Miur è l’organo dello Stato che accredita le scuole elementari, medie inferiori, medi superiori, università, scuole alta formazione musicale e poi gli enti che propongono corsi o certificazioni spendibili per l’inserimento nelle graduatorie personale docente/ATA.

Quindi ad esempio non troverai una certificazione di giardinaggio ma una certificazione “metodologie didattiche per l’insegnamento della botanica” o certificazione di taglio e cucito ma una certificazione “utilizzo dei dispositivi informatici per l’insegnamento di storia della moda“.

In base al Concorso e l’ente che lo bandisce tale ente bisogna controllare quali certificazioni sono richieste.

 

A cosa servono le certificazioni informatiche?

 

Una certificazione informatica è un documento che riconosce ufficialmente le tue capacità in ambito informatico ed è utile, ai fini lavorativi, per dimostrare di poter lavorare in autonomia con diversi software.
La capacità di un individuo di saper utilizzare un’ampia varietà di programmi per computer è un’abilità importante da inserire nel tuo CV, che potrà esserti utile in qualunque momento della tua carriera . L’alfabetizzazione informatica non solo aiuta nella ricerca di un lavoro, ma può anche aumentare il tuo stipendio se ti dimostri all’altezza.

Una certificazione informatica riconosciuta dal MIUR può portarti a una promozione all’interno della tua azienda per rendere il tuo lavoro stimolante e gratificante.

Proprio perché nell’era del digitale la maggior parte dei lavori avviene tramite PC, è comprensibile che un’azienda si preoccupi di verificare le competenze informatiche di una persona durante un colloquio.
Le certificazioni informatiche riconosciute dal MIUR riguardano in particolar modo la conoscenza di software base come il pacchetto Microsoft Office, che vi permetterà di scrivere documenti, creare presentazioni e analizzare dati.

Durante un colloquio di lavoro, in caso di profili simili, il datore di lavoro sicuramente darà più importanza a chi dimostra di avere abilità informatiche più specifiche. Per questo una certificazione informatica MIUR è di fondamentale importanza quando si cerca lavoro.

 

Le principali certificazioni informatiche riconosciute da MIUR

 

Una volta all’anno il MIUR si occupa di pubblicare i nominativi degli enti accreditati per corsi di tipo informatico, con rilascio di attestazione.

Una certificazione MIUR infatti vi garantisce che la formazione rispecchia tutti i criteri stabiliti dal ministero e che può essere utilizzata in ambito lavorativo.

Una delle certificazioni più apprezzate durante un colloquio di lavoro è la ECDL/ICDL, in grado di attestare il vostro livello di competenza informatica.
Per il livello base è necessario familiarizzare con l’aspetto software, hardware, file e sicurezza dei dati di un computer. A ciò si aggiunge la capacità di saper lavorare in sicurezza online e di utilizzare tutti i programmi del pacchetto Microsoft Office.

Il successivo livello invece, prevede la conoscenza di nozioni più avanzate. In particolare è richiesta la capacità di creare progetti e disegni in 2D tramite appositi software.

Un altro tipo di certificazione informatica MIUR è la Pekit, che richiede certamente abilità non indifferenti in questo ambito. A seconda del livello di competenze che si vuole raggiungere, vengono messe a disposizione diverse certificazioni Pekit.

Per il personale ATA, ad esempio, sarà sufficiente la conoscenza dei principali software di Microsoft Office, la capacità di navigare online e di utilizzare una posta elettronica certificata.

Per gli insegnanti invece vengono introdotti capitoli più specifici, che riguardano l’uso di strumenti digitali come la LIM e software necessari all’insegnamento.
La certificazione ITIL fa parte di quelle riconosciute dal Ministero. In questo caso si tratta però di corsi di livello più avanzato, utili a chi lavora già da tempo nel settore informatico con la gestione di flussi di lavoro e servizi digitali.

Anche in questo caso esistono varie certificazioni in base al livello di conoscenza che si desidera raggiungere. Non tutti i corsi sono però accessibili il lingua italiana.

Infine, la certificazione TABLET è utile in ambito lavorativo. Si tratta di corsi, anche online, che vi permettono di acquisire tutte le competenze per la gestione di un tablet. Dall’installazione di app fino alla navigazione online. Questo tipo di attestazione è valida soprattutto nell’ambito dell’insegnamento e permette di ottenere punti in determinati concorsi per docenti.
Tutte le certificazioni informatiche riconosciute dal MIUR dimostrano oggettivamente le tue capacità in questo ambito e la tua professionalità. Inoltre, anche se già lavori, una certificazione MIUR potrà esserti sempre utile per tenerti aggiornato e magari ottenere una promozione.

 

Certificazioni informatiche per concorso scuola

 

Senza dimenticare le nuovissime certificazioni informatiche:

 

certificazione LIM

certificazione dattilografia

certificazione Coding

certificazione Digital Lessons

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Liceo scientifico, cosa si studia? Materie e indirizzi https://www.fiorerosalba.com/liceo-scientifico-cosa-si-studia-materie-e-indirizzi/ https://www.fiorerosalba.com/liceo-scientifico-cosa-si-studia-materie-e-indirizzi/#respond Mon, 14 Feb 2022 13:28:19 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55837 FioreRosalba.com
Liceo scientifico, cosa si studia? Materie e indirizzi

Ogni anno, migliaia di studenti si apprestano a effettuare una delle scelte più importanti della propria vita, una decisione che con grande probabilità influenzerà in maniera netta il futuro: la scelta del liceo. Nonostante classico e linguistico siano due indirizzi molto frequentati, stando a recenti statistiche la maggior parte degli alunni italiani scegliere il liceo […]

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Liceo scientifico, cosa si studia? Materie e indirizzi

Ogni anno, migliaia di studenti si apprestano a effettuare una delle scelte più importanti della propria vita, una decisione che con grande probabilità influenzerà in maniera netta il futuro: la scelta del liceo. Nonostante classico e linguistico siano due indirizzi molto frequentati, stando a recenti statistiche la maggior parte degli alunni italiani scegliere il liceo scientifico, percorso di studi in grado di formare l’alunno in maniera esaustiva in merito a materia come matematica, fisica, scienze o latino.

Prima di procedere con l’introduzione delle materie e la spiegazione del percorso a cui andrai in conto qualora scegliessi questo liceo, risulta opportuno ricordare che questo si divide in tradizionale, scienze applicate e sportivo. Il primo è, ovviamente, quello maggiormente frequentato e in grado di fornire ampie competenze sia nelle materie scientifiche sia in quelle umanistiche. L’indirizzo scienze applicate elimina ogni ora dedicata all’insegnamento del latino e concede maggiore importanza all’informatica e, appunto, alle scienze. Discorso differente è invece quello che riguarda l’indirizzo sportivo, in quanto specificamente consigliato per chi eccelle negli sport. Questo, infatti, oltre a permetterti di sviluppare conoscenze profonde in ogni materia insegnata, ti permetterà di comprendere al meglio il valore educativo dello sport.

 

Liceo scientifico

Percorso di studi

 

Come puoi facilmente intuire dal nome, il percorso di studi del liceo scientifico si concentra maggiormente sull’insegnamento della matematica e delle più importanti discipline scientifiche, che nel corso del quinquennio assumeranno sempre maggiore importanza. Come il liceo classico, quello scientifico non abilita a una professione specifica, ma è capace di fornirti importanti competenze con cui potrai partecipare a diversi concorsi pubblici. In aggiunta, questo ti permetterà di sviluppare un’importante base culturale utile a seguire un indirizzo universitario di tipo tecnico, senza tralasciare le materie umanistiche, che ricoprono un ruolo altrettanto importante.
A questo punto ti starai domandando quali sono le materie che vengono insegnate al liceo scientifico. Ecco quindi l’elenco:

 

    • italiano;
    • matematica;
    • latino;
    • inglese;
    • geostoria;
    • filosofia;
    • fisica;
    • scienze naturali;
    • disegno e storia dell’arte;
    • motoria;
    • religione cattolica.

 

Programma simile ma leggermente differente è quello che caratterizza l’indirizzo scienze applicate. Questo, infatti, integra l’insegnamento dell’informatica sostituendola alle ore di latino.

 

 

Cosa fare dopo?

 

Ovviamente, ognuno di noi sceglie il proprio indirizzo scolastico in base agli sbocchi professionali che questo è in grado di dare. Particolarità di questo liceo è che permette l’iscrizione a ogni facoltà, senza limitazione alcuna. Nonostante ciò, è consigliabile, al termine del proprio percorso di studi, scegliere un indirizzo universitario di tipo scientifico, ovvero: medicina e chirurgia, scienza e tecnologia, matematica e fisica, informatica e ingegneria.
Anche nel caso non avessi desiderio di proseguire con gli studi e iniziare sin da subito a lavorare, le competenze fornite dal liceo scientifico ti consentiranno di trovare facilmente impiego in moltissimi campi. Consulente informatico, addetto al back-office, tecnico manutentore e assistente ingegneristico, sono solo alcuni dei moltissimi lavori che potrai svolgere al termine del tuo percorso di studi.
Se invece decidessi di iscriverti all’indirizzo sportivo, le possibilità di trovare lavoro facilmente saranno ancor maggiori. Al termine degli studi, potrai infatti inserirti nell’interessantissimo mondo dello sport business, del management sportivo del giornalismo. Inoltre, diplomandoti al liceo scientifico con indirizzo sportivo avrai la possibilità di diventare preparatori fisici e condurre programmi di allenamento.

 

Tutti i vantaggi del liceo scientifico anche online

 

Attiva da anni nel settore della formazione personale e dei corsi, Fiorerosalba.com è una scuola online in grado di fornirti le medesime competenze del liceo scientifico. Questa è caratterizzata dalla vasta gamma di corsi tra cui scegliere, ognuno di questi svolto online tramite video lezioni e conference call.

Scopo principale della scuola è quindi quello di offrirti una formazione scolastica e professionale, facilitandoti l’ingresso nel mondo del lavoro. In tal senso, al fine di facilitarti ancor di più nel trovare un impiego, i docenti Fiorerosalba.com si occuperanno gratuitamente di revisionare il tuo curriculum vitae e terranno eventi esclusivi riguardo gestione aziendale e attualità. In aggiunta, iscrivendoti al corso potrai beneficiare di ulteriori 5 corsi premiun, appositamente pensati per permetterti di acquisire una formazione più completa.

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/categoria-corso/universita/

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Liceo linguistico, cosa si studia? Materie e indirizzi https://www.fiorerosalba.com/liceo-linguistico-cosa-si-studia-materie-e-indirizzi/ https://www.fiorerosalba.com/liceo-linguistico-cosa-si-studia-materie-e-indirizzi/#respond Mon, 14 Feb 2022 12:32:42 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55832 FioreRosalba.com
Liceo linguistico, cosa si studia? Materie e indirizzi

Tra gli indirizzi più apprezzati e frequentati dai liceali italiani rientra senza ombra di dubbio quello linguistico, percorso quinquennale in grado di fornire determinate competenze in merito alla lingua inglese e ad altre due lingue, solitamente francese e spagnolo. Oltre a queste, ovviamente, frequentando il liceo linguistico avrai la possibilità di studiare tutte le altre […]

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Liceo linguistico, cosa si studia? Materie e indirizzi

Tra gli indirizzi più apprezzati e frequentati dai liceali italiani rientra senza ombra di dubbio quello linguistico, percorso quinquennale in grado di fornire determinate competenze in merito alla lingua inglese e ad altre due lingue, solitamente francese e spagnolo. Oltre a queste, ovviamente, frequentando il liceo linguistico avrai la possibilità di studiare tutte le altre materie caratterizzanti di ogni altro liceo: matematica, latino, storia ecc.

Iscrivendoti a questo tipo di liceo potrai, quindi, beneficiare di un’istruzione completa, ma caratterizzata da una particolare attenzione sulle lingue, in quanto una volta terminato il percorso di studi il tuo livello di conoscenza sarà pari a B1 in inglese e A2 nelle altre lingue.

Se sei ancora indeciso e non sai se iscriverti al liceo linguistico, in seguito saranno elencati tutti i dettagli riguardo questo indirizzo, in maniera tale da facilitarti nella scelta.

 

 

Cosa imparerai al liceo linguistico?

 

Quali sono le competenze che avrò alla fine del quinquennio scolastico? Proprio questa è con tutta probabilità la domanda che ti stai ponendo se sei in prossimità di scegliere i tuoi studi. Come anticipato in precedenza, al termine del percorso scolastico, oltre ad aver sviluppato importanti competenze in tutte le materie umanistiche e scientifiche, raggiungerai un livello B1 nella lingua principale e A2 nelle lingue secondarie.

 

Il percorso di formazione viene, come nel liceo scientifico e in quello classico, suddiviso in biennio e triennio. Per quanto riguarda le lingue, nel biennio l’inglese rappresenta la materia di maggiore importanza, in quanto oltre alle 3 ore settimanali si aggiunge un’ora destinata solo ed esclusivamente alla conversazione. Solamente due sono, invece, le ore destinate all’insegnamento delle ulteriori lingue straniere, a cui si aggiunge anche in questo caso un’aggiuntiva ora di conversazione, effettuata con un professore madrelingua.

Al contrario, nel triennio, l’insegnamento della lingua inglese passa da 3 a 2 ore e quello delle lingue secondarie passa da 2 a 3 ore. La più grande differenza riguarda però le lezioni. Nei primi due anni, infatti, queste ti permetteranno di acquisire ogni competenza in merito alla grammatica e al lessico. Al contrario, nei successivi tre anni il principale argomento delle lezioni diviene la cultura, in quanto particolare attenzione verrà attribuita alle opere letterarie, musicali, cinematografiche e visive.

In poche parole, questo indirizzo faciliterà di gran lunga il rapportarsi con una persona straniera, non solo tramite l’insegnamento della lingua, ma aiutandoti a comprendere la cultura di determinati popoli.

 

 

Quali sono le materie che si studiano al liceo linguistico?

 

Il liceo linguistico ti permetterà di sviluppare importantissime competenze in tutte le materie, il cui insegnamento è suddiviso nel biennio e nel triennio. In ta senso, le materie insegnate presso il liceo linguistico sono le seguenti:

 

    • filosofia: due ore a settimana nel triennio;
    • fisica: due ore a settimana nel triennio;
    • latino: due ore a settimana nel biennio;
    • geostoria: tre ore a settimana nel biennio e due ore nel triennio;
    • lingua inglese: quattro ore a settimana nel biennio e tre ore nel triennio;
    • lingua straniera 2: tre ore a settimana nel biennio e quattro ore nel triennio;
    • lingua straniera 3: tre ore a settimana nel biennio e quattro ore nel triennio;
    • lingua e letteratura italiana: quattro ore a settimana;
    • matematica: tre ore a settimana nel biennio e due nel triennio;
    • religione: un’ora a settimana;
    • motoria: due ore a settimana;
    • scienza naturali: due ore a settimana;
    • storia dell’arte: tre ore a settimana nel triennio.

 

Oltre a ciò, occorre informarti in merito alla frequentazione scolastica. Nel biennio le ore di frequentazione sono 27, mentre nel triennio aumentano a 30.

 

Tutti i vantaggi del liceo linguistico in un corso di formazione online

 

FioreRosalba.com ti permetterà di beneficiare di acquisire tutte le competenze in merito alle lingue straniere tramite la frequentazione di un corso online. Da più di quindici anni, FioreRosalba.com organizza corsi, lauree e master online, dedicate ad adulti con difficoltà di presenza, ma desiderosi di imparare. Tramite video lezioni, conferenza e compiti per casa, avrai quindi la possibilità di recuperare il tempo perso e prendere, finalmente, il diploma. In aggiunta, FioreRosalba.com, al fine di favorirti nella ricerca di un lavoro, si occuperà della revisione del tuo curriculum vitae e ti regalerà 5 corsi, finalizzati proprio a indirizzarti nel mondo del lavoro.

 

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/categoria-corso/universita/

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Cosa si può fare con il diploma di perito chimico? https://www.fiorerosalba.com/cosa-si-puo-fare-con-il-diploma-di-perito-chimico/ https://www.fiorerosalba.com/cosa-si-puo-fare-con-il-diploma-di-perito-chimico/#respond Mon, 14 Feb 2022 12:26:02 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55828 FioreRosalba.com
Cosa si può fare con il diploma di perito chimico?

Il diploma in perito chimico è divenuto un percorso di studi fortemente apprezzato nell’ultimo periodo, poiché consente di possedere un’ottima preparazione specifica senza dover successivamente frequentare l’università. Frequentando questa scuola, infatti, sarà possibile iniziare a lavorare appena sostenuto l’esame di maturità come tecnico che si occupa di procedure e controlli chimici, utilizzando l’apposita strumentazione e […]

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Cosa si può fare con il diploma di perito chimico?

Il diploma in perito chimico è divenuto un percorso di studi fortemente apprezzato nell’ultimo periodo, poiché consente di possedere un’ottima preparazione specifica senza dover successivamente frequentare l’università. Frequentando questa scuola, infatti, sarà possibile iniziare a lavorare appena sostenuto l’esame di maturità come tecnico che si occupa di procedure e controlli chimici, utilizzando l’apposita strumentazione e ottenendo così processi chimici specifici.

Le materie che maggiormente verranno insegnate all’interno di un istituto di questo genere sono quindi la chimica organica e inorganica, la fisica, la biologia e le scienze, senza però tralasciare qualche ora di discipline umanistiche per non perdere di vista anche la cultura generale.
Sono previste inoltre intere giornate dedicate alla pratica in laboratorio, poiché si tratta di un lavoro teorico ma allo stesso tempo manuale, che prevede la buona conoscenza dei macchinari e degli strumenti sempre più aggiornati e moderni.

In questo articolo vedremo nel dettaglio quali sono gli sbocchi professionali che è possibile ottenere optando per questo percorso di studi e quali sono i mestieri dove la richiesta è maggiore.

 

Cosa si può fare con il diploma di perito chimico?

 

Laboratori di analisi, sviluppo e ricerca

Il primo ambito di competenza di un perito chimico sono i laboratori, che si occupano di processare le analisi ed eseguire così delle diagnosi.
Ogni referto viene consegnato a seguito di un’attenta analisi, che prevede lo studio della singole componenti da parte di un perito chimico.
A fianco di questa funzione di controllo, si unisce quella dello sviluppo, che prevede anche la scoperta di sostanze nuove o mai analizzate prima, verificandone il comportamento e l’evoluzione nel tempo.
Pensate poi alla nascita di nuovi virus come quello che sta colpendo il pianeta, che necessita di essere studiato con attenzione da parte di varie figure professionali tra le quali la nostra, che si occupa di parte del processo di ricerca e studio.

 

 

Il controllo della qualità in vari settori

 

I centri che si occupano del controllo qualità seguono protocolli molto rigidi, che prevedono figure professionali specializzate come quella del perito chimico.
Si può pertanto trovare impiego presso laboratori che testano prodotti dedicati alla cosmesi e alla pulizia, cibi, detersivi o altro genere di componenti.
Si tratta di un campo di applicazione che nell’ultimo periodo ha offerto notevoli sbocchi e aperto posizioni interessanti, poiché si è deciso di dedicare sempre maggiore controllo alla realizzazione dei prodotti dal punto di vista chimico, soprattutto a seguito di una legislazione che spinge sempre più verso il rispetto dei clienti e dell’ambiente.
Seguendo questo diploma acquisirete una serie di importanti nozioni di biologia e chimica, imparando a utilizzare tutta la strumentazione idonea in modo corretto, uscendo dalla scuola con una formazione completa che necessiterà solo di corsi di aggiornamento in futuro ma vi permetterà già di trovare un ottimo impiego consono alle proprie potenzialità.

 

Stabilimenti di produzione e controllo

L’industria, in qualsiasi settore di competenza, necessita di periti chimici per operare all’interno dei propri stabilimenti e dare vita a una produzione perfettamente a norma di legge dal punto di vista della composizione e della qualità.
In particolar modo, le aziende che si dedicano alla pulizia, all’ingienizzazione e ai farmaci necessitano di figure professionali che trovino la formulazione adatta dal punto di vista funzionale ma anche ambientale, con una grande attenzione all’impatto della produzione sul territorio e sulla salute.
Sono numerosi i settori in espansione, soprattutto nell’ultimo periodo a causa della diffusione della pandemia di Covid, pertanto si tratta di un ambito all’interno del quale è possibile trovate un ottimo lavoro, soddisfacente dal punto di vista economico e soprattutto pratico.

 

Corsi all’università e tecnico di laboratorio

Pur non essendo una figura laureata, il perito chimico può essere molto utile in ambito universitario, poiché conosce la perfetta applicazione e il comportamento delle sostanze, soprattutto per tutti quei corsi di chimica e farmaceutica che necessitano di nozioni di base di questo genere.
In particolar modo, all’interno di un laboratorio non può mancare un professionista del settore che sappia impiegare correttamente i macchinari e indicare agli studenti come utilizzare la strumentazione presente.
Non di rado un perito chimico tiene anche delle lezioni teoriche, mettendo il proprio sapere e l’esperienza maturata sul campo al servizio delle generazioni attuali, così che possano ottenere un bagaglio utile al loro percorso di studio futuro.

 

Libera professione: aprire uno studio privato di ricerca e sviluppo

Un diploma in perito chimico non necessariamente prevede un’occupazione da dipendente, ma da la possibilità di agire in totale autonomia andando ad aprire uno studio personale dove eseguire analisi e sviluppo.
Se si elabora un progetto valido, infatti, sarà possibile anche portare avanti nel tempo una propria ricerca, servendosi del personale necessario e di tutta la strumentazione idonea.
È inoltre un settore in profonda ascesa quello del controllo qualità, da eseguire istituendo un proprio centro al servizio delle grandi aziende che operano sul mercato.
Al giorno d’oggi, scegliere un diploma meno generico si rivela la soluzione vincente, poiché permette di ottenere conoscenze specifiche da spendere immediatamente nel mondo del lavoro senza dover necessariamente frequentare un corso universitario, utile però per ampliare le proprie conoscenze e possedere ulteriori e più approfondite nozioni.

 

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/categoria-corso/universita/

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Perché studiare filologia moderna

La filologia moderna è una materia di studio che affascina sempre più persone. Al centro di questa materia ruota lo studio e l’approfondimento della letteratura, soprattutto italiana, che costituisce la storia e le tradizioni del nostro paese. Lo studio della filologia permette di approfondire gli aspetti letterari e linguistici delle opere scritte che hanno caratterizzato […]

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Perché studiare filologia moderna

La filologia moderna è una materia di studio che affascina sempre più persone. Al centro di questa materia ruota lo studio e l’approfondimento della letteratura, soprattutto italiana, che costituisce la storia e le tradizioni del nostro paese. Lo studio della filologia permette di approfondire gli aspetti letterari e linguistici delle opere scritte che hanno caratterizzato la letteratura, analizzandone l’inquadramento storico da una prospettiva critica e interpretandoli in chiave moderna.

Chi sceglie di intraprendere un percorso formativo sulla filologia moderna riceve molte opportunità di carriera e professionali. Lo studio della filologia moderna, oltre ad arricchire il bagaglio di competenze filologiche e linguistiche, riesce a mostrare come interpretare il mondo da una prospettiva diversa, quella filologica. Grazie alla filologia i testi letterari diventano risorse preziose da cui attingere chiavi di lettura del mondo diverse.

 

 

Storia della filologia

 

La filologia vanta una storia antica che risale al periodo ellenistico (tra il 323 a.c. e il 21 a.c.), in cui venne istituito lo studio sistematico e scientifico dei testi letterari. Tuttavia, è soprattutto grazie agli studiosi della Magna Grecia che la filologia si inizia a diffondere come scienza autonoma, che ha come oggetto di studio per lo più l’aspetto ‘grammaticale’ dei testi, affiancato ad una valutazione critica dell’opera e dell’autore.

 

 

Chi è il filologo

 

Quella del filologo è una figura che molti ancora non riescono a comprendere, data la complessità dei compiti che svolge. Il filologo studia i testi nella loro evoluzione storica, ricercandone i cambiamenti. Il termine filologo deriva dal latino ‘philologus’, e indica lo studioso amante della dottrina e dell’erudizione. Per i greci, il termine assume una sfumatura diversa, e indica colui che è esperto della letteratura ma allo stesso tempo critico. Nel mondo moderno, il filologo riesce ad estrapolare da un testo letterario la sua essenza grazie al pensiero critico. Se la letteratura ti affascina e ti piacerebbe leggere i testi letterari più famosi in maniera non convenzionale, un corso di filologia moderna ti darà gli strumenti necessari per farlo.

 

 

Cosa comprende la filologia moderna

 

Studiare la filologia moderna vuol dire approfondire una serie di discipline affascinanti in ambito umanistico. Questa materia di studio non si limita soltanto all’analisi di testi letterari, ma tocca anche altri settori, dalla storia all’arte. Per quanto riguarda le discipline linguistiche, il corso approfondisce gli aspetti della linguistica generale e glottologia, mentre tra le materie storiche correlate vengono approfonditi diversi periodi storici a partire dalla storia romana, per poi arrivare alla storia della globalizzazione.

 

 

Sbocchi lavorativi

 

La specializzazione in filologia moderna permette di accedere a una vasta gamma di opportunità lavorative in campo umanistico. Un corso di filologia moderna rappresenta il naturale proseguimento degli studi universitari in lettere e Filosofia, proprio perchè approfondisce tutte le competenze letterarie e linguistiche acquisite in precedenza.

Nonostante la credenza secondo la quale gli studi umanistici  (Laurea in Lettere, Sapere Umanistico e Formazione – FioreRosalba.com) non garantiscono un impiego, la specializzazione in filologia moderna permette di lavorare nel mondo editoriale, e non solo. Il filologo, grazie alle sue capacità di interpretazione dei testi, collabora con le case editrici per la revisione dei testi letterari da pubblicare.
In più, lo studio della filologia moderna permette di accedere a tutti i lavori che riguardano le sovraintendenze, i centri culturali e gli archivi di stato. Queste attività richiedono la professionalità e le capacità di un esperto di storia e di letteratura, per poter preservare al meglio i tesori letterari della cultura italiana.

Se pensiamo a quanti eventi e manifestazioni culturali vengono organizzate ogni anno in Italia, è naturale che una figura come quella dell’esperto in filologia è una delle figure più adatte a coordinare e organizzare eventi di questo tipo. Ogni collaborazione in ambito culturale e artistico richiede competenze specifiche e professionali, che solo un esperto in materie filologiche può promettere.
Con il diffondersi della tecnologia abbiamo assistito negli ultimi anni alla diffusione crescente di lavori legati al mondo del web e di Internet. Gli esperti di filologia moderna non rimangono esclusi da questo settore: il filologo fornisce strumenti critici e letterari importanti per la progettazione e lo sviluppo di siti web che trattano di materie umanistiche.

 

 

Insegnare con la filologia moderna

 

Uno degli sbocchi lavorativi più intrapresi dagli appassionati di filologia moderna è quello dell’insegnamento. La laurea in filologia moderna permette l’accesso a numerose classi di concorso per insegnare, tra cui italiano, storia e geografia nelle scuole primarie o discipline letterarie nei licei e negli istituti di secondo grado. Se l’idea di trasmettere le tue conoscenze ad altri e condividere la tua passione ti entusiasma, la strada dell’insegnamento è un ottima scelta di carriera che permetterà di sfruttare gli studi in filologia.

 

 

I vantaggi dello studio della filologia moderna

 

La filologia moderna è una di quelle materie che non tutti conoscono, ma che in molti apprezzano. Approfondire lo studio di testi letterari e filosofici apre la mente e stimola la capacità di ragionamento critico e di pensiero. La conoscenza approfondita delle materie letterarie permette di lavorare in contesti diversi, dalle fondazioni culturali fino a redazioni specialistiche, enti e istituzioni.

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/corso/laurea-lettere-umanistico-formazione/

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Come prevenire e gestire i disastri ambientali. Il Disaster Manager https://www.fiorerosalba.com/come-prevenire-e-gestire-i-disastri-ambientali-il-disaster-manager/ https://www.fiorerosalba.com/come-prevenire-e-gestire-i-disastri-ambientali-il-disaster-manager/#respond Thu, 10 Feb 2022 16:02:07 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55647 FioreRosalba.com
Come prevenire e gestire i disastri ambientali. Il Disaster Manager

Raccontano le cronache che un vento così forte in Lombardia non si vedeva da dieci anni: raffiche di oltre i 100 km orari. Una sorta di tromba d’aria diffusa che ha provocato molti danni e ferito quattro persone. Con gran da fare per i Disaster Manager. Il fenomeno degli eventi estremi sta diventando una consuetudine: […]

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Come prevenire e gestire i disastri ambientali. Il Disaster Manager

Raccontano le cronache che un vento così forte in Lombardia non si vedeva da dieci anni: raffiche di oltre i 100 km orari. Una sorta di tromba d’aria diffusa che ha provocato molti danni e ferito quattro persone. Con gran da fare per i Disaster Manager. Il fenomeno degli eventi estremi sta diventando una consuetudine: bombe d’acqua, trombe d’aria, alluvioni sono sempre più frequenti ma spesso e volentieri popolazioni e amministratori si trovano impreparati: le previsioni meteo avvertono dell’arrivo della perturbazione, ma resta difficile calcolare con anticipo l’intensità degli episodi.

 

Basta ricordare la catastrofe provocata dal vero e proprio uragano che nel 2018 ha devastato la Val di Fiemme, distruggendo 42 milioni di alberi e uccidendo otto persone.

 

Gli esperti sono ormai concordi, a livello mondiale, nell’attribuire questi fenomeni anomali ai cambiamenti climatici. Per fermare quelli, occorre fermare questi.

 

Purtroppo, non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani. Ma mentre gli Stati discutono per trovare il modo di ridurre le emissioni dannose e almeno non peggiorare la situazione, non si può restare con le mani in mano ad aspettare la prossima calamità: occorre attrezzarsi per governare i fenomeni atmosferici, proteggere le cose e le persone.

 

Servono le cosiddette strategie di adattamento, cioè piani di intervento che agiscono sugli effetti dei cambiamenti climatici (diversamente dalle strategie di mitigazione che, invece, agiscono sulle cause) per gestire gli impatti inevitabili.

 

Mentre i piani di mitigazione hanno l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas tossici per rallentarne l’accumulo in atmosfera e hanno dunque un orizzonte di lungo periodo, quelli di adattamento hanno lo scopo di ridurre la vulnerabilità dei sistemi ambientali, urbani, sociali ed economici, limitando i danni nell’immediato e anche traendo vantaggio da eventuali opportunità.

 

Dal 2015 esiste in Italia una Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti climatici (SNAC) che individua una serie di azioni in 12 macrosettori:

 

  • risorse idriche
  • desertificazione
  • dissesto idrogeologico
  • biodiversità
  • salute
  • foreste
  • agricoltura e pesca
  • energia
  • zone costiere
  • turismo
  • insediamenti urbani
  • infrastruttura critica (patrimonio culturale, trasporti, industrie pericolose ecc).

 

Strumenti analoghi sono stati messi a punto anche da alcune Regioni e Comuni per quanto di loro competenza.

 

Emblematico il caso di Barcellona: è la prima vera flooding resilient city al mondo, capace di sopportare grandi tempeste d’acqua senza subire inondazioni grazie alla costruzione di 15 enormi serbatoi sotterranei per la raccolta dell’acqua piovana in eccesso.

 

In questo contesto opera il Disaster Manager, cioè il professionista della Protezione civile che entra in campo per gestire le emergenze nel momento in cui avvengono, ma anche per prevenirle.

 

 

Come si diventa disaster manager

 

Si tratta di una figura professionale abbastanza nuova in Italia, che solo negli ultimi anni ha iniziato ad operare nel coordinamento delle attività, prima, durante e dopo l’evento disastroso. Il Disaster Manager agisce

 

  • nella previsione dei rischi
  • nella prevenzione dei rischi
  • nella preparazione all’emergenza
  • nel superamento dell’emergenza
  • nella valutazione post emergenza.

 

Il suo ruolo e le sue responsabilità dipendono in gran parte dalla tipologia di organizzazione per la quale presta la sua opera e dalla complessità dell’evento (il numero di persone impiegate, le risorse economiche da gestire, la dimensione territoriale). Per questo la norma tecnica che inquadra il professionista della Protezione civile e fissa i criteri per il riconoscimento e la certificazione delle competenze (approvata nel 2016) stabilisce tre livelli professionali, ad ognuno dei quali corrisponde un certo tipo di conoscenze.

 

Per acquisire la preparazione di base esistono corsi di formazione specifici ai quali si accede senza requisiti particolari. La frequenza di un corso invece è obbligatoria se si vuole ottenere la certificazione professionale: in questo caso però servono anche almeno una laurea triennale e un numero variabile di anni di attività come Disaster Manager nel pubblico, nel privato e anche come consulente esterno.

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/disaster-management-previsione/

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Mastro birraio, una professione gustosissima https://www.fiorerosalba.com/mastro-birraio-una-professione-gustosissima/ Mon, 31 Jan 2022 11:02:03 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55437 FioreRosalba.com
Mastro birraio, una professione gustosissima

Studiare i sapori; creare nuovi gusti; selezionare, dosare e mixare gli ingredienti nel modo giusto: il mastro birraio ha nelle sue mani l’arte della produzione della birra, che è fatta di studio, preparazione e amore per il territorio. Soprattutto ci vuole tanta passione, dedizione ed esperienza per riuscire a tradurre le conoscenze teoriche in un […]

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Mastro birraio, una professione gustosissima

Studiare i sapori; creare nuovi gusti; selezionare, dosare e mixare gli ingredienti nel modo giusto: il mastro birraio ha nelle sue mani l’arte della produzione della birra, che è fatta di studio, preparazione e amore per il territorio.

Soprattutto ci vuole tanta passione, dedizione ed esperienza per riuscire a tradurre le conoscenze teoriche in un prodotto dal gusto unico ed effervescenza ottimale, nel momento in cui sono le qualità intrinseche del prodotto stesso a determinarne il successo.

 

 

Il trend della birra in Italia

 

Nel 2020 il consumo di birra in Italia è stato notevolmente penalizzato dalla pandemia da Covid che ha costretto bar, ristoranti ed enoteche ad abbassare le saracinesche per molti mesi. Ma nel 2021 c’è stato un aumento record (+18,4%) degli acquisti domestici.

Merito soprattutto della birra artigianale made in Italy che conta circa 550 milioni di litri prodotti ogni anno, di cui circa un terzo arriva dalle aziende agricole che trasformano direttamente i propri prodotti. Un mercato che fa anche da traino per l’economia alimentando una filiera che, tra occupati diretti e indotto, offre lavoro a oltre 140mila persone.

Per altro, i birrifici artigianali sono spesso il frutto di imprenditorialità giovanile: i giovani si mostrano più attivi nell’innovare il settore con prodotti e gusti particolari e originali, produzioni a chilometro zero, legame diretto con le aziende agricole produttrici delle materie prime. Per lo più sono loro a ideare anche nuove forme di distribuzione come i “brewpub” (birrifici dove la birra non viene solo prodotta, ma anche servita e consumata sul posto magari insieme ad un’offerta culinaria).

Come si vede, una filiera all’avanguardia, sempre più sostenibile e di qualità. Un settore in costante crescita, dinamico e innovativo, che porta con sé un aumento della domanda di professionalità qualificata e specializzata, a cominciare dai mastri birrai (il cui stipendio netto si aggira, in media, sui 1.600 euro mensili).

Un fermento (è proprio il caso di dire) che sta portando anche alla creazione di nuove figure professionali come il “sommelier delle birra” e alla messa a punto di nuove tecniche di osservazione e degustazione.

 

 

Chi è e cosa fa il mastro birraio

 

Il mastro birraio può essere considerato l’omologo dell’enologo perché ha un ruolo fondamentale nella produzione della birra.

Ma in realtà si tratta di una figura professionale di grande responsabilità che presuppone competenze più ampie, che cominciano prima ancora della produzione e non finiscono con l’imbottigliamento.

Nelle grandi fabbriche di birra o nei birrifici commerciali, il mastro birraio è quasi un manager, che supervisiona il processo di produzione dall’inizio alla fine, coadiuvato da personale che si occupa degli aspetti più tecnici e pratici.

In quelle più piccole o artigianali, fa molto di più. Può trovarsi a fare lui tutto il lavoro, persino dedicarsi alla raccolta degli ingredienti necessari se, per esempio, ha l’obiettivo di produrre una birra nuova o speciale: malto, lievito e luppolo, ma anche cereali maltati, legno e frutta. Per potersi definire mastro birraio artigianale, deve dimostrare che la sua produzione è inferiore ai 200.000 ettolitri annui, non deve dipendere da grandi aziende e non deve sfruttare alcun processo di pastorizzazione della birra.

In ogni caso, il compito principale di un mastro birraio è naturalmente quello di garantire la qualità della birra prodotta, sia in fase di preparazione che di imbottigliamento e soprattutto di conservazione. È sostanzialmente sua la responsabilità di controllare che tutti i passaggi del processo siano eseguiti a regola d’arte secondo specifiche che sono molto rigorose.

Il processo di produzione della birra, infatti, è complesso e delicato: miscelazione, ebollizione, raffreddamento, conservazione e imbottigliamento devono seguire protocolli precisi. Così come occorre rispettare le specifiche relative alla temperatura delle miscele, ai tempi di riposo e a quelli di trattamento.

Sono molte le variabili che influiscono sul risultato finale, compresa la pulizia di tutta l’attrezzatura: contaminazioni varie (anche solo di materie estranee al processo) possono interrompere la corretta fermentazione. Sbagliare uno di questi passaggi può voler dire dover buttare tutto e ricominciare da capo con spreco di tempo e risorse.

Specialmente a livello artigianale (ma non solo), il mastro birraio è una persona che ha una vera e propria passione per la birra; che sperimenta; che cerca nuovi gusti e sapori; elabora una propria formula autonoma. Per fare ciò, deve possedere una grande conoscenza delle varie tipologie di malti e luppoli.

Assaggia la birra prodotta; ne scruta il colore, il sapore e il gusto per capire se è come l’aveva immaginata, se potrà riscuotere il favore dei consumatori, se tutti i lotti sono uguali. Cerca di individuarne i caratteri principali di stile, corpo, profumi e sentori al palato e anche gli eventuali difetti. Ed è in grado di suggerire i giusti abbinamenti con il cibo.

Riassumendo, il mastro birraio:

 

  • decide quale tipologia di birra produrre
  • seleziona le materie prime
  • prepara e supervisiona l’impianto dedicato alla produzione della birra
  • segue tutto il processo sorvegliando i vari passaggi
  • gestisce imbottigliamento, etichettatura e stoccaggio del prodotto finale.

 

 

Come diventare mastro birraio

 

Sono competenze che si acquisiscono soprattutto con l’esperienza e l’amore per questo lavoro. Ma servono anche conoscenze teoriche di base che si possono ottenere con un corso mastro birraio ad hoc. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Birra, i protagonisti della filiera cercano soprattutto figure professionali che conoscano bene il prodotto.

Non guasta, inoltre, possedere conoscenze in campo chimico, in biologia e microbiologia per poter utilizzare con competenza i lieviti e i batteri necessari ai processi di maturazione e fermentazione.

Seguire il corso e ottenere il relativo attestato è utile quindi per iniziare la professione, per esempio presso un birrificio sotto la supervisione di un produttore più esperto dove l’aspirante mastro birraio può iniziare a fare esperienza. Il trampolino di lancio per poi, magari, lavorare in modo autonomo, aprendo un proprio birrificio o un brewpub, diventando consulente aziendale o a sua volta formatore e insegnante.

Link utili: https://www.fiorerosalba.com/come-aprire-un-pub/

 

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Lauree STEM, l’e-learning per superare il gender gap https://www.fiorerosalba.com/lauree-stem-gender-gap/ https://www.fiorerosalba.com/lauree-stem-gender-gap/#respond Tue, 25 Jan 2022 11:33:07 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55404 FioreRosalba.com
Lauree STEM, l’e-learning per superare il gender gap

Nel 2022 è cresciuto il numero delle studentesse iscritte alle lauree STEM. Il che è una buona notizia se si considera che in generale le nuove immatricolazioni sono invece diminuite del tre per cento. Ma siamo ancora lontani dal colmare il gap di genere tra ragazzi e ragazze nelle facoltà tecnico-scientifiche.     Discipline STEM: […]

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Lauree STEM, l’e-learning per superare il gender gap

Nel 2022 è cresciuto il numero delle studentesse iscritte alle lauree STEM. Il che è una buona notizia se si considera che in generale le nuove immatricolazioni sono invece diminuite del tre per cento. Ma siamo ancora lontani dal colmare il gap di genere tra ragazzi e ragazze nelle facoltà tecnico-scientifiche.

 

 

Discipline STEM: cosa sono?

 

STEM è l’acronimo di Science, Technology, Engeneering and Mathematics (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) usato per indicare in generale le discipline tecnico-scientifiche: tra esse, oltre quelle indicate, rientrano anche Architettura, Informatica, Fisica, Scienze e Tecnologie Informatiche, Statistica, Scienze Matematiche solo per citarne alcune.

 

L’aumento della presenza femminile in queste facoltà nel 2022 riguarda in particolare Informatica, dove c’è stato un vero e proprio boom percentuale (+16,36%) e Ingegneria (+3,37%). Nonostante questo, le ragazze iscritte ai corsi STEM restano un sesto dei loro colleghi maschi. Una minoranza della minoranza, considerato che gli studenti STEM sono il 27% del totale degli universitari.

 

 

Il divario di genere nelle materie STEM

 

Non è un problema solo italiano. Anzi, se confrontata con i principali paesi europei, l’Italia, secondo Deloitte, è il 4° paese europeo con la più alta percentuale di donne laureate in materie STEM sul totale dei percorsi.

 

Ma è una magra consolazione: sono ancora troppo poche le studentesse che decidono di iscriversi a queste facoltà, nonostante il fatto che, quando lo fanno, completano gli studi nel 50% dei casi (contro meno del 48% degli uomini), si laureano con voti più alti e in meno tempo.

 

I motivi di questa assenza vanno ricercati nei pregiudizi di genere e negli stereotipi, secondo i quali si tratta di discipline più adatte agli uomini che alle donne e che preparano a professioni prettamente maschili. Convinzioni che maturano in famiglia e che condizionano le ragazze già nella scelta della scuola secondaria superiore. Così arrivano all’università pensando di non essere tagliate per queste materie e sentendosi meno sicure delle proprie competenze.

 

Ma c’è anche il freno della discriminazione sul lavoro: non solo il tasso di occupazione dei laureati maschi è più elevato di quello delle femmine (91,8% contro 89,3%), ma gli uomini guadagnano anche di più (in media percepiscono una retribuzione mensile netta di circa € 1.510 contro i € 1.428 delle loro colleghe donne). Per non dire che ben poche fanno carriera e arrivano ai vertici: secondo l’Unesco, solo il 28,8% delle donne a livello globale riesce ad affermarsi in ambito scientifico.

 

Ce n’è quanto basta per scoraggiare dall’intraprendere un percorso di studi universitari notoriamente impegnativo. Il che ha la grave conseguenza di escludere le donne da quelli che saranno i lavori del futuro ma anche di rinunciare ad apprendere le competenze digitali di base.

 

 

Materie STEM e lavori del futuro

 

Si calcola che entro il 2024 le imprese avranno bisogno di circa 1,5 milioni di occupati in possesso di competenze digitali per cogliere le opportunità offerte dalla rivoluzione tecnologica, Data Science e Intelligenza Artificiale in primis. Eppure, quasi 1 azienda su 4 dichiara di non riuscire a trovare i profili professionali STEM di cui ha bisogno e già si sa che nel giro di pochi anni il 15-30% delle attuali mansioni sarà processato interamente dalla tecnologia.

 

Purtroppo, l’Italia si posiziona sotto la media europea per percentuale di laureati STEM (22,5% contro 25%). Inoltre, anche se a livello nazionale 1 studente STEM su 2 è iscritto a ingegneria, solo 1 su 10 è iscritto alle facoltà ingegneristiche che rispondono appieno alle esigenze emergenti del mercato del lavoro.

 

Colmare questo divario è dunque un’esigenza nazionale per garantire sviluppo al paese. Mentre, secondo gli esperti, colmare il gender gap (cioè il divario fra uomini e donne) nelle professioni tecnico-scientifiche potrebbe contribuire a far crescere il Pil europeo pro-capite del 2,2-3% nei prossimi 30 anni.

 

 

Studiare STEM: le università telematiche

 

Incoraggiare le ragazze a intraprendere studi tecnico-scientifici è dunque una priorità, sia in termini economici che sociali. È per questo che fioriscono, in vari ambiti, iniziative e progetti per incoraggiare le ragazze ad intraprendere corsi STEM in collaborazione tra università, banche, aziende, istituti e fondazioni: borse di studio, contributi economici, progetti di tutoraggio e mentorship.

 

Anche l’offerta universitaria contribuisce allo scarso appeal delle facoltà STEM. Quasi il 50% delle università che offrono facoltà tecnico-scientifiche è concentrata in sole 3 regioni (Lazio, Lombardia e Campania: dato riferito all’AA 2018-2019).

 

Non a caso l’assenza di un’offerta formativa vicino casa è un deterrente per il 10% degli studenti che vorrebbero intraprendere questo tipo di studi ma poi rinunciano per le difficoltà oggettive di doversi spostare in un’altra regione/città (a maggior ragione se sei ragazza).

 

Un limite che oggi può essere superato facilmente proprio grazie alla tecnologia, come la pandemia da Covid ha ulteriormente dimostrato dando nuovo impulso alla didattica a distanza. Le università telematiche costituiscono un nuovo modo di studiare garantendo livelli di qualità pari a quelli delle università in presenza, come dimostra il boom del mercato dell’e-learning a livello globale. Per altro, alcune università “tradizionali” propongono corsi in modalità e-learning già da prima della pandemia da Covid.

 

Studiare online migliora la qualità della vita dello studente che può conciliare lo studio con tutti gli altri suoi impegni (lavorativi o personali), potendo contare su piattaforme accessibili 24 ore su 24. Il che è già un vantaggio quando si decide di affrontare percorsi universitari complessi e impegnativi come ingegneria, architettura, informatica (per discipline più scientifiche come fisica, biologia, biotecnologie che richiedono attività di laboratorio il discorso è un po’ più complicato).

 

Tra le università telematiche riconosciute dal MIUR che offrono lauree STEM ci sono Mercatorum, UniNettuno, Pegaso, San Raffaele, Fortunato. Quasi sempre l’iscrizione ai corsi può essere effettuata in qualsiasi periodo dell’anno ed è possibile sostenere gli esami ogni mese, senza dover aspettare la sessione invernale o quella estiva.

 

Ma prima di iscriversi è buona regola partecipare ad attività di orientamento e consulenza per indirizzare nel modo più opportuno la propria carriera accademica.

 

 

Informatica & co, il contributo femminile

 

Non siamo, comunque, all’anno zero. La facilità di spostamento; la didattica a distanza; il superamento di tanti tabù culturali rendono non solo possibile, ma anche desiderabile per molte ragazze avvicinarsi alle materie scientifiche, seguendo le orme di figure femminili straordinarie.

 

Tutti ormai conoscono Samantha Cristoforetti, ad esempio. Ma pochi sanno che ci sono sette scienziate dietro la missione spaziale della Nasa che ha portato su Marte il rover Perseverance incaricato di raccogliere informazioni sull’abitabilità del Pianeta Rosso.

 

Altrettanto sconosciute ai più le pioniere informatiche che, nel corso della storia, hanno dato un contributo prezioso al progredire tecnologico: da Hady Lamarr (diva del cinema hollywoodiano e insospettabile inventrice di sistemi di guida a distanza per siluri) a Ada Lovelace Byron (considerata la prima programmatrice per computer); da Karen Spärck Jones (ideatrice di una funzione che è tutt’ora alla base dei moderni motori di ricerca) a Radia Perlman (uno dei suoi algoritmi è utilizzato nel networking).

 

Insomma, la strada è ancora lunga ma la via è tracciata.

 

Nella nostra offerta formativa abbiamo sia percorsi per chi desidera avviarsi alle materie STEM ampia offerta formativa è alla pagina https://www.fiorerosalba.com/categoria-corso/informatica/ che corsi di laurea o master universitari https://www.fiorerosalba.com/categoria-corso/universita/

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La rivincita di Marta https://www.fiorerosalba.com/la-rivincita-di-marta/ https://www.fiorerosalba.com/la-rivincita-di-marta/#respond Fri, 21 Jan 2022 14:50:59 +0000 https://www.fiorerosalba.com/?p=55388 FioreRosalba.com
La rivincita di Marta

Alle volte essere molto motivati non basta. Alle volte è il contesto a metterci i bastoni tra le ruote. Alle volte un piccolo aiuto produce grandi risultati. Come è successo a Marta Rizzo, studentessa di Giurisprudenza: pur avendo le idee chiare su come proseguire gli studi, ad un certo punto non ce l’ha fatta più […]

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La rivincita di Marta

Alle volte essere molto motivati non basta. Alle volte è il contesto a metterci i bastoni tra le ruote. Alle volte un piccolo aiuto produce grandi risultati. Come è successo a Marta Rizzo, studentessa di Giurisprudenza: pur avendo le idee chiare su come proseguire gli studi, ad un certo punto non ce l’ha fatta più e ha mollato. Per poi laurearsi in un solo anno con l’Università telematica Pegaso.

 

Marta, come mai la scelta di Giurisprudenza?

È una materia che mi è sempre piaciuta e mi ha sempre appassionato. È stata una scelta d’impulso, appena terminata la scuola superiore. Infatti, mi sono subito iscritta all’Università di Salerno, anche se questo ha comportato la necessità di trasferirmi per seguire i corsi, dato che qui a Potenza non c’è la facoltà di Giurisprudenza. Purtroppo le cose non sono andate come mi aspettavo. Durante il percorso universitario ho avuto difficoltà con i professori, ai quali si sono aggiunti problemi personali. Così prima ho rallentato lo studio, poi ho proprio interrotto: non avevo né la testa né il tempo per studiare. E sono tornata a Potenza.

 

Però l’idea di laurearti non l’hai abbandonata.

No. E infatti a febbraio 2021 mi sono nuovamente iscritta e a novembre mi sono laureata, pur avendo sostenuto 8 esami, anziché i 4 richiesti!

 

Questa volta però hai scelto un’università telematica. È per via delle difficoltà che hai incontrato?

In parte sì, ma anche per il fatto che ho deciso di riprendere in mano i libri in piena pandemia. Poter seguire le lezioni e sostenere gli esami da casa è un grande vantaggio, come come organizzarsi in piena autonomia. Nella mia esperienza, la differenza maggiore tra università in presenza e università telematica è stata nel rapporto con i professori: In Pegaso premiano di più il merito. Mi sono piaciute anche le lezioni: concise, senza distrazioni, senza parole e pagine inutili. E poi trovarsi in un’altra città, lontano da casa e dagli affetti, se l’ambiente accademico non è buono non aiuta nello studio. Frequentare un’università che non piace influisce sicuramente sulla motivazione. Studiare è già faticoso, se poi lo fai in un contesto non favorevole diventa ancora più pesante. Invece da casa l’animo era più sereno e il peso dello studio minore.

 

 

Avevi dei dubbi a proposito di frequentare un’università telematica?

In realtà no, perché sono arrivata consapevole a questa scelta. La decisione di riprendere gli studi era forte. Semmai il dubbio era: sarò in grado di portare a termine la laurea? Venivo da un’esperienza passata negativa, che mi aveva bloccato e demotivato.

 

Com’è avvenuta la scelta di un’università telematica piuttosto che un’altra?

Una volta deciso che quella era la strada, ho iniziato a prendere informazioni via internet, guardando i siti delle varie università e inviando email. Mi ha contattato direttamente Tiziana, l’orientatrice di Fiorerosalba.com. Ho trovato subito molta disponibilità. Tiziana si è rivelata preziosa perché mi ha subito indirizzato sull’università più adatta. Anche durante il corso abbiamo continuato ad avere rapporti telefonici. Il suo sostegno è stato fondamentale nella fase di passaggio dalla vecchia alla nuova università.

 

Anche nel piano di studi?

Sì. In base alla mia situazione mi ha consigliato su come muovermi: se fare un trasferimento oppure un’iscrizione ex novo; mi ha suggerito di inviare il piano di carriera della precedente università per capire quali esami sarebbero stati riconosciuti, se e quali esami sarebbero andati persi. È stata una guida a tutti gli effetti. Tiziana si è fatta carico anche degli aspetti burocratici (iscrizione, scadenze eccetera). Non sembra ma anche questi aspetti possono essere frustranti e farti perdere la motivazione a studiare: se sbagli perdi tempo, ti innervosisci e ti passa la voglia!

 

Come intendi proseguire? Avvocato? Magistrato?

A maggio partorisco il mio primo bimbo e le mie attenzioni saranno tutte per lui. Quindi per ora i miei progetti sono in stand by. In futuro vedremo

 

 

Link utili per l’università

 

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