Passo dopo passo: il calzolaio non è un mestiere per vecchi
In principio furono fibre vegetali e pelli non conciate: se quello del ciabattino non è il mestiere più antico del mondo poco ci manca. Data la loro conformazione fisica, gli esseri umani hanno dovuto presto trovare un modo per proteggersi i piedi: le prime calzature compaiono nelle pitture rupestri di 15mila anni fa, mentre la “scarpa” più antica mai ritrovata risale al 3.500 Avanti Cristo. Da lì la storia della scarpa non si è più fermata e quello del calzolaio è diventato un mestiere che, secolo dopo secolo (o sarebbe meglio dire passo dopo passo), ha accompagnato lo sviluppo umano.
I calzaturifici moderni sono veri e propri impianti industriali dove si producono calzature su larga scala anche mediante macchinari sofisticati e catene di montaggio. Ma la produzione delle calzature mantiene il suo carattere artigianale sul quale, per altro, molto puntano i grandi marchi del lusso.
Il calzolaio: evoluzione di un mestiere antico
Lo sviluppo industriale non ha fatto venire meno la necessità di un approccio di tipo “artistico” al prodotto-scarpa, attraverso il quale combinare ogni volta in modo originale gusti, materiali e tecniche sempre più innovative: dai nuovi metodi di incollaggio (che richiedono conoscenze e competenze specifiche) alle tinture e lavaggi del pellame; dalla sanificazione e pulizia alle personalizzazioni di vario tipo (la cui domanda da parte dei consumatori è in continua crescita).
Per altro l’abilità e l’estro degli artigiani italiani restano indiscussi. Non a caso, l’Italia è il primo produttore di calzature dell’Unione europea, il tredicesimo nel mondo. Nonostante la crisi dovuta alla pandemia, nel 2020 sono stati prodotti 130,7 milioni di paia. Parliamo di un settore che conta circa 4.100 aziende e 72.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2019, pre-Covid, si aggirava attorno ai 14,3 miliardi di euro (fonte Assocalzaturifici).
Specialmente nel segmento lusso (dove è richiesto un elevato contenuto di originalità, gusto e conoscenze delle tendenze moda), il nostro paese è leader assoluto, soprattutto grazie alla superiore qualità del prodotto, ma anche alla straordinaria capacità di reinventare il mestiere e introdurre innovazioni nelle tecniche di fabbricazione.
La secolare tradizione manifatturiera viene trasmessa oggi anche grazie a scuole e corsi di formazione che contribuiscono a mantenere la produzione calzaturiera italiana tecnologicamente e stilisticamente all’avanguardia.
La nuova vita del “ciabattino”
Proprio le innovazioni stanno trasformando l’attività del calzolaio e, in un certo senso, gli stanno ridando nuova vita. Anche se una dopo l’altra dalle città sembrano sparire le tradizionali botteghe, il mestiere è tutt’altro che in estinzione. Intanto, è da segnalare la crescita della domanda di riparazioni, dopo l’ubriacatura dell’usa e getta e del consumismo sfrenato. E poi le lavorazioni richieste sono molto cambiate rispetto ad un tempo e sono possibili proprio grazie ai nuovi materiali, alle nuove tecniche e ai nuovi macchinari (esempio le presse) se si impara ad usarli correttamente. Per non parlare delle personalizzazioni e del su misura, sempre più richiesti.
In questo modo, una delle arti manuali più antiche per la produzione di beni di prima necessità si sta reinventando e tornando ad attrarre i giovani. I quali, a loro volta, portano una ventata di aria fresca grazie alle proprie competenze digitali, oggi indispensabili per comunicare, farsi conoscere, raggiungere un pubblico più ampio.
Che quello del calzolaio non sia un mestiere in via di estinzione lo testimonia proprio la presenza dei giovani. Tra gli oltre 460 iscritti a Calzolai 2.0 – l’associazione italiana dei calzolai che aderisce a Confcommercio – gli under 40 sono più del 22 per cento (dieci gli under 30) mentre gli over 60 sono solo poco più dell’8%.
Siamo abituati a pensare al calzolaio come al ciabattino di paese o di quartiere, chiuso nella sua piccola o piccolissima bottega; una specie di Mastro Geppetto delle scarpe. In realtà, come si vede, non è più così, anche se l’Italia calzaturiera resta caratterizzata dalla frammentarietà del suo tessuto imprenditoriale: per circa il 65% si tratta di microimprese che assorbono poco più del 13% dei lavoratori; le piccole imprese assorbono il 54,1% degli addetti. Dove? Prevalentemente in otto regioni: Veneto, Toscana, Lombardia, Marche, Emilia Romagna, Puglia, Piemonte, Campania.
Lavorare come calzolaio
Professionisti del tacco e della suola si diventa con l’esperienza, la pratica e lo studio. Non esiste attualmente una barriera all’entrata nella professione, ma all’aspirante addetto alla lavorazione delle calzature sono comunque richieste competenza e manualità, vista la grande varietà di attività che si svolge dentro un’impresa artigiana di calzature: personalizzazione, riparazione, creazione, lavaggio, sanificazione e “manutenzione” non solo di scarpe ma anche di valigie, cinture e altri accessori.
Aprire in proprio un piccolo laboratorio individuale non è complicato, ma occorre seguire il necessario iter burocratico (autorizzazione sanitaria; apertura della Partita Iva; iscrizione alla Camera di commercio; registrazione all’Albo delle Imprese Artigiane) e fare un investimento economico iniziale per l’affitto o l’acquisto del locale e delle attrezzature.
Ma non mancano le occasioni anche per chi invece volesse farsi assumere presso un calzaturificio industriale. Le aziende sono spesso alla ricerca di addetti e Assocalzaturifici ha creato un portale di annunci di imprese del settore.