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Ha senso mettere il QI sul curriculum?

Il curriculum vitae è un vero e proprio biglietto da visita e spesso resta l’unica fonte di giudizio sulle reali competenze di una persona. Pagine scritte con la speranza di far colpo sull’azienda per realizzare il sogno di una vita, guadagnando l’agognato posto in società che farà voltare pagina.

Il problema del curriculum nasce proprio nella fase della sua redazione perché spesso è inadeguato, lungo, con notizie che non sono esplicative delle competenze, piene di errori ortografici e con foto allegate davvero inadeguate. Sul tema si è cimentata l’Università Ca’ Foscari che ha stilato per il Career day 2014, un elenco dei principali errori che si commettono e che dovrebbero essere evitati.

QI sul curriculum

Prima di iniziare a scrivere pensa: cosa chiede l’azienda?

L’obiettivo di chi scrive un curriculum è quello di essere scelto tra la massa di candidati, sperando che le proprie competenze coincidano con le esigenze dell’azienda. Il primo nodo da sciogliere, dunque, è proprio quello di individuare le specifiche formali e sostanziali dell’annuncio, decifrandone le esigenze e le modalità di invio.

Ascoltare il recruiter già nelle prime fasi di approccio può dimostrarsi fondamentale. Per questo, prima di iniziare a scrivere o inviare il solito CV prestampato, è bene capire quali competenze, abilità e caratteristiche vengono richieste, adeguandosi alle loro istanze. Inserire il proprio QI, sebbene elevato, in un curriculum da presentare ad un’azienda che richiede intuito, senso pratico e spirito di gruppo, può diventare davvero imbarazzante per chi legge.

Questo significa che il candidato deve essere versatile, flessibile e malleabile al tipo di competenze che richiedono. È inutile inviare sempre lo stesso curriculum per cento aziende ma è necessario modificarlo in base al tipo di mansioni offerte in quella specifica realtà. Può essere decisivo, ad esempio, evidenziare bene le precedenti esperienze di lavoro trovando delle affinità con quelle che vengono richieste attualmente, anche se la mansione effettivamente non era la stessa. Non significa mentire, ma semplicemente adeguarsi e adattarsi ai cambiamenti per avere maggiori opportunità. Si tratta del proprio futuro e dell’opportunità di inserirsi nel mondo del lavoro, non serve inserire 1.000 abilità, mancando proprio la più importante!

L’importanza della sobrietà, attenti agli head hunters

Molte aziende ingaggiano recruiter ed head hunters per effettuare ricerche sui candidati, analizzando la loro vita virtuale sui social media. Questa pratica può ritornare utile perché il social parla effettivamente della persona, dei suoi interessi, del livello culturale e degli hobby, ma in alcuni casi può ritorcersi contro il candidato. Questo succede quando, ad esempio, appaiono solo storie imbarazzanti, tag ingombranti e una quantità di selfie sconfinata che lascia intendere, nella sostanza, il QI che gli appartiene.

Il social potrebbe diventare, inoltre, lo strumento attraverso il quale si entra in contatto con i propri recruiter prima ancora di conoscerli. Ogni azienda, infatti, è fornita di una pagina web e i suoi dipendenti sono di solito iscritti a Linked In. Può essere utile in questi casi aggiungerli alla propria rete e chiedere loro alcune informazioni sul settore nel quale operano. Questo consentirà di essere un passo avanti rispetto ai propri competitor e di avere qualche possibilità in più.

L’entusiasmo e la positività è il sale della vita

Molti curriculum vengono inviati quando si è sicuri delle proprie competenze e abilità, dopo aver terminato corsi di laurea, formazione professionale o aver seguito specializzazioni online. La preparazione rende il candidato certo delle proprie capacità e questo è molto importante, perché credere in se stesi è il primo passo verso il successo.

Tuttavia ciò non significa che bisogna sopravvalutarsi né porsi alle aziende con arroganza. Anche quando si invia un curriculum di tutto rispetto, che soddisfi le richieste dell’azienda e mostri tutte le skills che si sono faticosamente acquisite negli anni come l’utilizzo di software all’avanguardia, le ultime competenze in materia SEO, conoscenza di lingue straniere e quanto di più complesso possa aver conquistato negli anni, è sempre bene essere umili e porsi con semplicità.

In un contesto del genere, appare chiaro che l’indicazione del QI non risulta affatto importante. Difficilmente, infatti, una persona con un QI medio riesce a raggiungere livelli di istruzione idonei al management, figuriamoci per un livello più alto. Per posizioni subordinate, inoltre, sono necessarie conoscenze, skills e qualifiche e non un’intelligenza superiore alla media. Vi è, inoltre, un altro importante elemento da considerare, chi è in possesso di un QI superiore si rende immediatamente conto della persona che ha di fronte anche solo se si intrattiene con lui per poche decine di minuti. Se dunque all’impresa interessasse davvero una persona con QI 130+, le basterebbe affidare il ruolo di recruiter ad un dipendente con il miglior punteggio di quoziente intellettivo per assumerne un altro dello stesso livello.

L’importanza del curriculum, skills ed esperienza a parte

Quanto detto fin qui rende chiarissima l’idea che ciò che conta in un curriculum è quello che effettivamente si è in grado di fare e quanto si è disposti a cambiare. Per questo è importante avere buoni livelli di specializzazione nel settore che si vuole conquistare.

In tal modo il curriculum acquista un elevato valore, perché è frutto di studio, passione, preparazione e tanta formazione, che è proprio ciò che viene richiesto da qualsiasi azienda o studio professionale. Non conta dunque il QI che risulta da un test, ma la capacità di sapersi mettere in discussione, di adeguarsi ad una realtà lavorativa nuova, di fare squadra prendendo coscienza del proprio ruolo. A nessuna impresa interessa un candidato con QI massimo ma carente di queste caratteristiche.

30/03/2020
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