Vito Carretta da Lavello alla Scala: «Senza determinazione e sacrificio non ce l’avrei fatta»

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«Ho scelto di danzare per non parlare». Vito Carretta sorride mentre lo dice, ma il suo è proprio il linguaggio del corpo. Attore teatrale, danzatore, performer, a 32 anni è alla sua seconda partecipazione alla Prima della Scala (7 dicembre). Lo raggiungiamo al telefono mentre sono in corso le repliche dello spettacolo e le tensioni più forti sono ormai superate.

Partito da Lavello, piccola cittadina in provincia di Potenza, è arrivato fin sul palco di uno dei teatri più importanti del mondo con il solo bagaglio dell’impegno, della determinazione e dell’ottimismo. Il debutto scaligero è avvenuto nel 2017, scelto dal regista Mario Martone nel cast dell’Andrea Chenier. Questa volta (2022) si è trattato del Boris Godunov, con la regia di Kasper Holten e la direzione d’orchestra del maestro Riccardo Chailly.

Nel mezzo ci sono state altre esperienze: «Quasi mai ho svolto ruoli da attore con l’uso della voce. Nasco come danzatore. All’accademia Paolo Grassi di Milano mi sono perfezionato nel corso di teatrodanza perché, oltre alla danza, mi piacciono anche ruoli attoriali, ma sempre usando il linguaggio del corpo».

 

 

Partiamo dall’inizio: com’è nata la passione per la danza?

 

Forse era scritto nelle stelle: mi raccontano che un giorno mia madre, al settimo mese di gravidanza, partecipò ad una festa di matrimonio e all’apertura delle danze iniziai a muovermi al punto da variare il normale aspetto del pancione. Scherzi a parte, l’incontro con la danza è avvenuto un po’ per caso, quando mio padre si infortunò sul lavoro. Andava in un centro di fisioterapia che oltre alla riabilitazione organizzava corsi di danza. La titolare mi invitò a fare una prova; avevo 8 anni.

C’era un’insegnante francese che chiedeva disciplina e rigore (cose che ho imparato ad apprezzare col tempo) ma non ho mollato, anzi, alla fine del primo anno mi sono reso conto che stare sul palco mi piaceva; riuscivo ad essere me stesso senza inibizioni. Ora sono cambiato, ma allora ero molto timido. E quindi sono rimasto lì fino alla maturità, precisamente 11 anni. Dopo la maturità ho deciso di continuare con lo studio della danza: lavoravo con mio padre nell’azienda agricola di famiglia e la sera andavo a danza. Nel mentre giocavo anche a calcio. Ma ben presto mi sono reso conto che non era fattibile; troppi impegni e, a livello fisico, danza e calcio non vanno d’accordo. Dovevo scegliere.

 

 

Scelta difficile?

 

A dire la verità no. Ho scelto la danza, senza tentennamenti. Ha sorpreso anche me. Ne è seguito un anno molto intenso, sempre a Lavello, e poi mi sono detto: o lo fai seriamente o lasci.

 

 

Che anno era?

 

Era il 2010; avevo 20 anni. Così ho frequentato alcuni workshop tra Basilicata e Puglia finché ho tentato la carta dell’audizione all’accademia Paolo Grassi di Milano. Mi hanno preso e dopo una settimana mi sono trasferito a Milano per frequentare il corso di teatrodanza. Tre anni molto belli e intensi. A vent’anni hai tanta voglia di imparare, di metterti alla prova e l’accademia mi ha aiutato a fare esperienze in diversi contesti, dallo spettacolo teatrale a quello di danza pura, fino alla scoperta della lirica.

 

 

Come è arrivato alla Scala?

 

Non sono riuscito ad entrare subito alla Scala, era il mio grande sogno da sempre, e vivevo male questa cosa: temevo fosse perché ero privo di raccomandazioni. Invece non era così: semplicemente non ero mai nel posto giusto al momento giusto.

 

 

Cioè?

 

In Scala le audizioni generali per entrare nel database (dal quale poi fanno la selezione per le singole produzioni) si tengono una volta l’anno ma il periodo non è sempre lo stesso. Inizialmente ho ricevuto informazioni errate e in quel momento credevo mi stessero prendendo in giro. Capii che non era così quando finalmente riuscii a fare l’audizione; andò bene e venni inserito nel database.

 

 

Come funziona un’audizione alla Scala?

 

Quella generale per entrare nel database consiste in una lezione di danza classica, una di danza contemporanea e una più teatrale. Quella per le produzioni dipende dal regista o dal coreografo. Può essere una prova di danza in senso stretto o qualcosa di più attoriale. Per dire: una volta (ma non in Scala) ci chiesero di far vedere una camminata…

 

 

Da quanto tempo lei danza a livello professionale?

 

Dal 2014.

 

 

E quanti anni di studio ci sono voluti?

 

Nel mio caso 15, ma naturalmente è uno studio e un allenamento continuo.

 

 

Guardando indietro cosa le è stato più d’aiuto per raggiungere l’obiettivo?

 

La determinazione. Ho sempre desiderato arrivare in Scala, quello era l’obiettivo, anche solo per portare una sedia in scena (poi ovvio che una volta che ci arrivi vuoi sempre di più…).

 

 

Studio e determinazione, quindi?

 

Serve la determinazione, ma poi bisogna studiare, studiare, studiare: assolutamente. Devi crederci veramente, avere rigore e disciplina.

Servono impegno e sacrificio: senza sacrificio quotidiano – diceva Mennea – non vai da nessuna parte. Vale per lo sport, ma anche per la per la vita. Ma non è immediato farlo capire ad un adolescente. A me hanno aiutato le esperienze di vita, non solo a livello professionale ma anche umano: quando ti ritrovi a 7-800 chilometri da casa o anche all’estero non è semplice. Serve grande spirito di adattamento.

 

 

All’estero dove?

 

In Russia, per esempio, all’interno di un concorso. Mi è servito tantissimo vedere il rigore e la disciplina ferrea che usano nelle loro accademie. È stata una lezione di vita prima ancora che professionale. Poi anche in Finlandia in tournée con la Scala; e in Svizzera.

 

 

Quello della danza è un ambiente competitivo?

 

Sì e no. La verità è che la competizione c’è ed è tanta, ma varia da persona a persona. Se sei convinto dei tuoi mezzi non ci pensi, fai il tuo con umiltà, impegno, costanza, determinazione, e prima o poi arriverà il tuo momento.

 

 

Quindi determinazione e mai demoralizzarsi?

 

Kobe Bryant diceva: credi in te stesso perché nessuno lo farà mai per te. Ne sono pienamente convinto. Quindi se hai determinazione e umiltà, gli obiettivi che ti sei dato li raggiungi. E hai la lucidità necessaria per cogliere le occasioni quando si presentano. Se non sei convinto tu, le difficoltà non le superi. E di difficoltà è irta ogni strada. Io ho mandato mail per due tre anni alla Scala senza ricevere mai una risposta: un altro forse si sarebbe arreso.

 

 

Progetti futuri?

 

Finché l’orologio biologico me lo permette continuerò a danzare. Parallelamente seguo il lavoro di mio padre nel settore agricolo (è l’altra mia grande passione) per imparare da lui il più possibile e, in futuro, tornare a Lavello in pianta stabile. È aperta anche la strada dell’insegnamento, ma solo se capisco di averne davvero la vocazione.

Rosalba Fiore

E’ un’imprenditrice digitale, formatrice e consulente. Da oltre 10 anni all’albo dei periti ed esperti presso Camera di Commercio e consulente tecnico d’ufficio (CTU) del Tribunale di Potenza (accrediti li trovi qui), spesso ospite presso conferenze di settore in Italia e all’estero (vedi qui). Laureata in Matematica, ha conseguito numerose certificazioni internazionali ed ha completato la sua formazione nel 2018 con studi in economia e marketing alla prestigiosa Università americana Harvard Business School Online ed attualmente è impegnata nel conseguimento di una seconda laurea.

Ha un’esperienza ventennale, maturata come consulente e formatrice presso grandi multinazionali ad esempio Alitalia, Poste Italiane, Autostrade per l’Italia, ISUFI Istituto Superiore Universitario di Formazione Interdisciplinare (Scuola Normale) etc. Rivedi la sua intervista che spiega i benefici che i clienti ottengono rilasciata a Millionaire.it >>

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